Il Digital Product Passport (DPP) rappresenta una svolta strutturale nel modo in cui i prodotti vengono progettati, tracciati e gestiti lungo il loro ciclo di vita.
Basato su standard condivisi come GS1 e su un’architettura federata dei dati, il DPP abilita nuovi modelli di business, rafforza la competitività delle imprese e semplifica i controlli per la Pubblica Amministrazione.
Con scadenze settoriali a partire da quest’anno (batterie, poi tessile ed elettronica), il DPP rappresenta una sfida strategica per valorizzare la qualità industriale, contrastare il greenwashing e posizionare l’Italia come protagonista della transizione digitale e sostenibile europea. In questo quadro, l’articolo propone una lettura sull’attuale scenario strategico concentrando la trattazione sull’importanza per le imprese italiane di trasformare l’adozione del Digital Product Passport da obbligo normativo a leva concreta di innovazione, competitività e leadership europea.
Indice degli argomenti
Cos’è il digital product passport e qual è la sua funzione
Il Digital Product Passport (DPP), introdotto dal Regolamento Ecodesign for Sustainable Products (ESPR) – pubblicato il 18 luglio 2024 ed efficace da luglio 2026 – assegna a ciascun bene, immesso sul mercato europeo, un’identità digitale univoca e persistente collegata fisicamente al prodotto tramite un supporto di identificazione automatica (ad esempio un QR code).
L’ESPR si inserisce nel quadro più ampio del Green Deal Europeo e del Piano d’Azione per l’Economia Circolare 2020, con l’obiettivo di raddoppiare il tasso di circolarità dell’Unione e migliorare l’efficienza energetica entro il 2030. In questo contesto, obiettivo del DPP è quello di raccogliere informazioni affidabili su materiali, composizione, filiera, riparabilità, sostenibilità e smaltimento. Si tratta, in pratica, di una sorta di “carta d’identità” dei beni di consumo e industriali nell’UE. Il DPP non è un semplice archivio informativo, ma un’infrastruttura abilitante per la strategia europea sulla sostenibilità dei prodotti. Infatti, il DPP consente di accedere a informazioni affidabili ed aggiornate per l’intero ciclo di vita di un prodotto. Il fine ultimo è rendere queste informazioni disponibili a diversi livelli e con differenti diritti di accesso, a seconda del soggetto che interagisce con il prodotto: autorità di vigilanza, operatori economici, riparatori, riciclatori e consumatori finali
Pertanto, da un lato, il DPP rafforza la trasparenza e la tracciabilità lungo la catena del valore, consentendo alle autorità competenti di verificare la conformità normativa e agli operatori economici di condividere dati in modo standardizzato e interoperabile. Dall’altro, il DPP rappresenta uno strumento chiave per la transizione verso l’economia circolare migliorando l’efficienza dei processi di manutenzione e riciclo, grazie alla disponibilità di informazioni tecniche e strutturate.
L’aspetto interessante è, quindi, che il DPP rappresenta una “identità” che non si esaurisce al momento della vendita, ma evolve nel tempo, integrando nuovi dati e aggiornamenti, e che rende possibile un approccio sistemico alla sostenibilità.
DPP come pilastro dell’ecodesign for sustainable products regulation (ESRP)
Il DPP è il cuore operativo della nuova ESPR, rendendo sostenibili “by design” tutte le categorie a impatto elevato. In questa prospettiva rientrano settori chiave per l’economia europea e globale, come il tessile e l’abbigliamento, l’elettronica e le tecnologie ICT, le batterie, l’arredamento, la chimica, la plastica e l’automotive. Per ciascuna di queste categorie, la Commissione europea definirà requisiti specifici attraverso atti delegati, che riguarderanno aspetti quali durabilità, riparabilità, contenuto di materiale riciclato, efficienza nell’uso delle risorse e gestione del fine vita del prodotto.
Senza il DPP, l’ESPR rischierebbe di rimanere un insieme di principi normativi difficili da verificare e da far rispettare. Il passaporto digitale, invece, consente di tradurre gli obblighi di sostenibilità in dati strutturati, accessibili e verificabili lungo l’intera supply chain, dal produttore iniziale fino agli operatori downstream e alle autorità di controllo
In questo ecosistema, il DPP svolge anche una funzione di integrazione e valorizzazione delle Environmental Product Declaration (EPD). Le EPD – basate su analisi del ciclo di vita (LCA) e già ampiamente utilizzate in ambito industriale e negli appalti pubblici – forniscono dati ambientali standardizzati e certificati, ma restano spesso documenti statici, scollegati dai flussi operativi della filiera. Il DPP permette invece di incorporare, collegare o referenziare le EPD all’interno di un’infrastruttura digitale dinamica, rendendole consultabili, aggiornabili e confrontabili in modo automatico.
Attraverso un identificatore univoco e persistente, il DPP consente di superare i disallineamenti informativi lungo la filiera, di ridurre il rischio di greenwashing e di garantire che le dichiarazioni di sostenibilità – incluse quelle basate su EPD – siano supportate da informazioni tracciabili, verificabili e coerenti con i requisiti dell’ESPR.
In quest’ottica, il DPP non è semplicemente un requisito tecnico previsto dal Regolamento, ma la leva sistemica che rende l’ESPR effettivamente applicabile, misurabile e controllabile.
Come funziona il DPP: accesso, tecnologia e interoperabilità dei dati
Ogni bene immesso sul mercato europeo sarà associato a un identificatore digitale persistente la cui scansione consentirà di raggiungere un insieme di informazioni digitali che descrivono il prodotto e ne accompagnano l’evoluzione lungo l’intero ciclo di vita. In altre parole si avrà a disposizione un set di dati strutturati e aggiornabili lungo l’intera supply chain.
Il modello di accesso ai dati del DPP è multilivello. Una parte delle informazioni è destinata alla consultazione pubblica: rientrano in questa categoria, ad esempio, i dati sulla sostenibilità ambientale, sulla composizione dei materiali, sulla durabilità e sulla riparabilità del prodotto. Queste informazioni sono pensate per supportare scelte di acquisto consapevoli da parte dei consumatori e per aumentare la trasparenza del mercato. Accanto a questo livello pubblico, il DPP prevede aree informative ad accesso riservato, disponibili solo per operatori economici autorizzati – come produttori, importatori, riparatori, riciclatori – e per le autorità pubbliche competenti. In questi casi, i dati possono includere informazioni tecniche dettagliate, documentazione di conformità, tracciabilità di lotti o singole unità e dati rilevanti per i controlli di mercato e doganali
Dal punto di vista tecnologico, il DPP non si fonda su un database unico e centralizzato, ma su un’architettura distribuita e interoperabile. I dati restano, per quanto possibile, presso i sistemi informativi degli operatori che li generano, mentre l’identificatore del prodotto funge da chiave di accesso comune. Standard internazionali ed europei – come quelli promossi da GS1 e conformi alle norme ISO/IEC – garantiscono che identificatori, formati dei dati e modalità di accesso siano compatibili tra settori, Paesi e piattaforme diverse. Questa interoperabilità è essenziale per evitare soluzioni proprietarie, ridurre i costi di implementazione e consentire lo scambio fluido di informazioni lungo catene del valore complesse e transfrontaliere.
Un elemento centrale del funzionamento del DPP è l’aggiornamento continuo delle informazioni. Nel tempo possono essere aggiunti dati relativi a riparazioni, sostituzioni di componenti, ricondizionamenti, cambi di proprietà o operazioni di fine vita.
Dal prodotto al dato: identificatori univoci e supporto dati
Il DPP si fonda su un principio di fondo in cui il prodotto “diventa dato”. Lo stesso quadro normativo europeo prevede innanzitutto l’adozione di un identificatore unico del prodotto (Unique Product Identifier, UPI o UID), che consenta di distinguere in modo inequivocabile un prodotto da qualsiasi altro, a livello di modello, lotto o singola unità, a seconda di quanto stabilito dagli atti delegati settoriali dell’ESPR.
Accanto all’identificatore del prodotto, il DPP richiede un identificatore univoco dell’attore economico responsabile. Produttori, importatori, distributori, riparatori e riciclatori devono poter essere identificati in modo certo e interoperabile, affinché sia sempre chiaro “chi” è responsabile di quali informazioni lungo il ciclo di vita del prodotto. Questo elemento è cruciale non solo per la tracciabilità e la trasparenza, ma anche per le attività di vigilanza del mercato, per i controlli doganali e per l’attribuzione delle responsabilità in caso di non conformità.
Un ulteriore livello di identificazione riguarda il riferimento al modello e al lotto di produzione. L’ESPR prevede infatti che il DPP possa operare a diverse granularità: a livello di modello, per fornire informazioni generali e comparabili; a livello di lotto o batch, per supportare attività come richiami, analisi ambientali o gestione del fine vita; fino al livello della singola unità, quando necessario, ad esempio per prodotti soggetti a riparazioni o aggiornamenti nel tempo. Questa struttura gerarchica consente di evitare duplicazioni di dati e di gestire le informazioni nel modo più efficiente possibile.
Tuttavia, l’identificazione da sola non è sufficiente. Al sistema di identificatori deve affiancarsi una struttura dati interoperabile, basata su standard comuni, che renda le informazioni leggibili, condivisibili e certificabili in contesti diversi e tra soggetti differenti. Il DPP richiede dati strutturati, semanticamente coerenti e accessibili tramite protocolli aperti, in modo da garantire l’interoperabilità a livello europeo e globale e da evitare soluzioni frammentate o proprietarie.
Gli standard GS1 e la garanzia di interoperabilità
Gli standard GS1 (come GTIN, Digital Link, GLN) sono oggi la base più diffusa e affidabile per gestire identificatori univoci, strutturare i dati secondo schemi interoperabili, e collegare oggetti fisici e digitali in modo verificabile.
La Commissione europea riconosce GS1 come infrastruttura compatibile con l’implementazione del DPP. Senza standard comuni, i passaporti digitali diventerebbero frammentari e inutilizzabili. Con GS1 si ottiene invece interoperabilità globale, continuità di filiera e stabilità nel tempo.
Il primo pilastro dell’approccio GS1 è il Global Trade Item Number (GTIN) che permette di identificare i prodotti a diversi livelli di granularità – modello, lotto o singola unità – in modo coerente con i requisiti dell’ESPR. Il Global Location Number (GLN), invece, consente invece di identificare in maniera univoca gli attori economici e le strutture produttive coinvolte, rendendo chiaro “chi” è responsabile del prodotto e “dove” esso è stato realizzato o trasformato. Questa infrastruttura di identificazione è conforme agli standard ISO/IEC e garantisce unicità e non riutilizzabilità degli identificatori nel tempo
Un secondo elemento chiave è la strutturazione interoperabile dei dati. Attraverso GS1 Digital Link, gli identificatori possono essere espressi in forma di URI web-enabled, collegando direttamente il prodotto fisico a risorse digitali accessibili via web. Il GS1 Digital Link può essere veicolato attraverso diversi supporti di identificazione automatica, tra cui codici bidimensionali come Data Matrix e QR code, etichette elettroniche EPC/RFID, soluzioni basate su NFC, oltre ad altre tecnologie emergenti, come il digital watermarking. In questo modo è possibile integrare il DPP con i sistemi informativi esistenti, di supportare diversi livelli di accesso ai dati e di rendere le informazioni leggibili sia da macchine sia da persone, senza la necessità di applicazioni proprietarie o software dedicati
Gli standard GS1 svolgono inoltre una funzione essenziale nel collegare in modo verificabile il mondo fisico e quello digitale. Un singolo data carrier – ad esempio un QR code conforme a GS1 Digital Link – può supportare contemporaneamente esigenze di supply chain, informazione al consumatore e conformità regolatoria. Questo riduce la complessità operativa, evita la proliferazione di codici e garantisce la continuità delle informazioni lungo l’intero ciclo di vita del prodotto, dalla produzione al fine vita. L’adozione di GS1 consente di costruire un sistema stabile nel tempo, interoperabile a livello internazionale e capace di accompagnare l’evoluzione normativa e tecnologica del DPP senza compromettere la continuità delle filiere.
A supporto dell’implementazione concreta del Digital Product Passport, l’Europa si sta dotando anche di strumenti di soft law e standardizzazione operativa, come la CWA 18186:2025 “uidelines to create a Digital Product Passport – the EU project CircThread experience” (CEN Workshop Agreement). Questo documento rappresenta un primo riferimento tecnico condiviso per guidare imprese, filiere e autorità pubbliche nella progettazione e gestione dei sistemi DPP, anticipando e accompagnando l’attuazione dell’ESPR. A livello nazionale i lavori di questo Comitato sono seguiti da UNINFO attraverso la Commissione UNI/CT 536 “Digital Product Passport (DPP)”.
Nel contesto italiano, l’implementazione del DPP coinvolge direttamente il Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT), chiamato a svolgere un ruolo chiave di coordinamento tra politiche industriali, transizione digitale e sostenibilità. In prospettiva, il MIMIT sarà uno degli attori centrali nell’allineare l’adozione del DPP con strumenti nazionali di politica industriale (es. incentivi, misure per la digitalizzazione delle PMI, programmi su economia circolare e tracciabilità) e nel dialogo con la Commissione europea per l’attuazione degli atti delegati dell’ESPR.
Accesso differenziato: trasparenza per i consumatori e dati operativi per le imprese
Uno degli elementi più innovativi del Digital Product Passport è il modello di accesso differenziato alle informazioni. Il DPP introduce un modello a più livelli:
- Livello pubblico: informazioni utili per consumatori e rivenditori (riparabilità, carbon footprint, durata stimata, sostanze critiche) per supportare scelte di acquisto consapevoli e comparabili: dati sulla riparabilità, sulla durata stimata del prodotto, sull’impronta ambientale o carbon footprint, sulla presenza di sostanze critiche o pericolose e sulle corrette modalità di utilizzo e fine vita.
- Livello B2B: dati tecnici, certificazioni, componentistica, manuali per riparazione. Questo livello è riservato agli operatori economici autorizzati ed è essenziale per abilitare modelli di economia circolare concreti, nei quali riparatori, centri di assistenza e riciclatori possano accedere alle informazioni necessarie senza dover ricorrere a canali informali o non standardizzati.
- Livello autorità pubbliche e organismi di vigilanza: dati necessari ai controlli, alle verifiche di conformità, alle verifiche doganali e per il monitoraggio delle politiche ambientali e industriali. La disponibilità di informazioni strutturate e interoperabili consente di aumentare l’efficacia dei controlli, ridurre gli oneri amministrativi e migliorare la qualità delle decisioni regolatorie basate su dati affidabili e comparabili.
Questo modello risponde al principio di “trasparenza selettiva”, richiamato anche nelle architetture di riferimento per il DPP. L’obiettivo è massimizzare l’accessibilità e l’utilità delle informazioni rilevanti, senza esporre segreti industriali o dati commercialmente sensibili che potrebbero compromettere la competitività delle imprese.
Gli scenari per le imprese: opportunità strategiche e vantaggi competitivi
Uno degli aspetti più rilevanti è che il DPP non intende promuovere solo la riparazione e la manutenzione dei prodotti ma abilita inoltre la nascita di un mercato del second hand tracciato e certificato.
Economia circolare: riparabilità, riciclo e nuovi modelli di business
Grazie all’identità digitale del prodotto e alla possibilità di accedere a informazioni verificate sullo stato, sugli interventi subiti e sulla conformità, la rivendita di prodotti usati o rigenerati può avvenire in modo più trasparente e affidabile.
Un ulteriore ambito di sviluppo riguarda le piattaforme di ricondizionamento e remanufacturing. Il DPP consente di identificare con precisione quali componenti possono essere recuperati, sostituiti o aggiornati, facilitando processi industriali di rigenerazione su scala più ampia. In questo modo, la circolarità non resta confinata a iniziative pilota, ma diventa parte integrante delle strategie industriali.
Infine, il passaporto digitale rappresenta un fattore abilitante per filiere del riciclo avanzato. Le informazioni dettagliate sui materiali, sulle sostanze critiche e sulla composizione del prodotto migliorano la qualità e l’efficienza dei processi di separazione e recupero, aumentando il valore delle materie prime seconde e riducendo la dipendenza da risorse vergini.
Il passaporto digitale diventa, quindi, uno strumento per sviluppare nuovi flussi di valore, ampliare l’offerta di servizi post-vendita e rafforzare il posizionamento competitivo in un mercato sempre più orientato alla sostenibilità, alla trasparenza e alla circolarità.
Tracciabilità e anticontroffazione: valorizzare il Made in Italy
Il DPP introduce un livello di tracciabilità digitale senza precedenti, che può diventare un fattore determinante per la tutela e la valorizzazione del Made in Italy. In un contesto globale caratterizzato da filiere complesse e da un’elevata esposizione al rischio di imitazione e contraffazione, la possibilità di associare a ogni prodotto un’identità digitale verificabile rappresenta una leva strategica per la protezione dei brand e dell’origine autentica dei beni.
In questo modo le imprese avranno la capacità di dimostrare l’autenticità dei propri prodotti e di contrastare fenomeni di contraffazione, che colpiscono in modo particolare i marchi ad alto valore simbolico e reputazionale. La tracciabilità digitale diventa così uno strumento operativo a supporto della proprietà intellettuale e della difesa del valore di marca
Il DPP offre inoltre un’importante opportunità di tutela per le filiere artigianali e manifatturiere italiane, spesso caratterizzate da elevata qualità, processi produttivi distintivi e forte legame con il territorio. La possibilità di rendere visibili e verificabili le fasi della filiera, anche in forma selettiva, consente di raccontare in modo credibile il valore del “saper fare” italiano, andando oltre il semplice claim di origine geografica. In questo senso, la tracciabilità digitale rafforza la fiducia dei consumatori e dei partner commerciali, soprattutto nei mercati internazionali.
Settori come moda, agroalimentare, cosmetica e design sono particolarmente esposti sia al rischio di contraffazione sia alla domanda crescente di trasparenza e autenticità. In questi ambiti, il Digital Product Passport può trasformarsi da obbligo regolatorio a elemento distintivo per differenziare il Made in Italy autentico.
Rafforzare la brand reputation tramite la trasparenza verificabile
Nel contesto attuale, la sostenibilità non può più essere affidata a dichiarazioni volontarie o a messaggi di marketing difficilmente verificabili. Consumatori, investitori e autorità di regolazione richiedono evidenze concrete, comparabili e tracciabili. Attraverso il DPP, le imprese possono dimostrare in modo strutturato e credibile l’origine delle materie prime, rendendo trasparenti le scelte di approvvigionamento e il rispetto di criteri ambientali e sociali lungo la filiera. Allo stesso tempo, il passaporto digitale consente di rendere accessibili informazioni sugli impatti ambientali del prodotto, come l’impronta di carbonio, l’uso delle risorse o la presenza di sostanze critiche, secondo modalità coerenti con i requisiti normativi europei e con standard riconosciuti
Inoltre, grazie all’identificazione univoca degli attori economici e alla tracciabilità delle fasi produttive, il DPP rafforza la credibilità delle imprese che investono in processi sostenibili e in sistemi di controllo della supply chain.
In mercati sempre più sensibili ai temi ESG e caratterizzati da un quadro regolatorio in rapida evoluzione, la trasparenza verificabile diventa un vantaggio competitivo determinante. Le imprese che sapranno utilizzare il Digital Product Passport non solo per adempiere agli obblighi dell’ESPR, ma come strumento di comunicazione affidabile e basato su dati, potranno rafforzare la propria brand reputation, consolidare la fiducia degli stakeholder e differenziarsi in modo duraturo rispetto ai concorrenti.
Rischi, sfide e criticità per il sistema paese Italia
L’introduzione del DPP rappresenta una trasformazione profonda non solo per le singole imprese, ma per l’intero sistema industriale italiano.
La gestione della supply chain: raccolta e standardizzazione dei dati
La principale criticità riguarda la gestione della supply chain e, in particolare, la capacità di raccogliere, strutturare e mantenere aggiornati dati affidabili lungo filiere spesso complesse e frammentate.
Il DPP richiederà alle imprese di mappare in modo sistematico i fornitori, anche a livelli profondi della catena del valore, superando una visione limitata al primo livello di approvvigionamento. A questo si aggiunge la necessità di raccogliere dati certificati su materiali, processi produttivi, impatti ambientali e conformità normativa, assicurandone coerenza, qualità e aggiornamento continuo nel tempo. Si tratta di un cambio di paradigma rispetto a modelli informativi spesso basati su documentazione statica, dichiarazioni non strutturate o scambi informali di informazioni
Nel contesto italiano, questa sfida è particolarmente rilevante. Molte filiere strategiche – dalla moda all’arredo, dall’agroalimentare alla meccanica specializzata – sono caratterizzate da un’elevata frammentazione, con la presenza di microfornitori, subfornitori artigianali e piccole imprese che non sempre dispongono di sistemi digitali avanzati o di competenze strutturate in materia di gestione dei dati. La standardizzazione delle informazioni, richiesta dal DPP per garantire interoperabilità e confrontabilità, rischia quindi di diventare il principale collo di bottiglia per l’adozione efficace del passaporto digitale.
Il rischio concreto è quello di una transizione asimmetrica: grandi imprese e gruppi strutturati potrebbero adeguarsi più rapidamente, mentre una parte significativa del tessuto produttivo italiano potrebbe trovarsi in difficoltà, con impatti sulla competitività delle filiere e sul time-to-market dei prodotti. Per evitare questo scenario, sarà essenziale accompagnare l’introduzione del DPP con strumenti di supporto alla standardizzazione, soluzioni digitali accessibili e iniziative di formazione rivolte alle PMI e ai microfornitori. In assenza di un’azione coordinata a livello di sistema Paese, la gestione dei dati di filiera rischia di trasformarsi da opportunità strategica a fattore critico di esclusione dal mercato europeo.
Investimenti tecnologici e la sfida delle PMI
L’implementazione del DPP richiede un livello elevato di maturità digitale diffusa tra imprese, lavoratori e cittadini, oltre all’adozione di tecnologie interoperabili e di governance dei dati strutturate. I dati più recenti suggeriscono che, sebbene l’Italia stia facendo progressi, permangono ritardi significativi rispetto alle esigenze di trasformazione digitale profonde richieste dal DPP.
Secondo il Rapporto Eurobarometro 2025, solo circa il 46% degli italiani tra i 16 e i 74 anni possiede competenze digitali di base, ben al di sotto della media europea del 54% e molto distante dall’obiettivo dell’80% fissato dall’UE per il 2030, con scarti particolarmente marcati tra le fasce più anziane e tra Nord e Sud del Paese. In ogni caso, Assintel nel Report 2025, evidenzia che il mercato ICT italiano vale oltre 44 miliardi di euro e cresce del 4,5%, con una tendenza positiva anche sul fronte degli investimenti in tecnologie come cloud, cybersecurity, big data e intelligenza artificiale. L’uso di tecnologie avanzate come l’intelligenza artificiale rimane contenuto. Secondo dati ISTAT del 2024, solamente l’8% delle imprese italiane utilizza strumenti di AI, una quota inferiore a quella di molti partner europei, a riprova della distanza che ancora separa il tessuto produttivo italiano dalle esigenze di digitalizzazione integrata. E’ bene precisare che, la crescita della spesa ICT è più marcata nelle grandi imprese rispetto a micro e piccole imprese, che registrano ritmi inferiori di adozione di soluzioni digitali avanzate. Inoltre, al 2025 solo circa il 3,6% delle imprese italiane risulta non digitalizzata, un dato migliorato ma che riflette ancora la necessità di colmare gap infrastrutturali e di competenze tra imprese di diverse dimensioni.
Un’altra evidenza della frammentazione riguarda la diffusione delle tecnologie ICT nelle imprese italiane: uno studio regionale su dati ISTAT evidenzia che solo circa il 27% delle imprese italiane con almeno 10 addetti ha raggiunto livelli di digitalizzazione alto o molto alto, mentre oltre il 70% raggiunge un livello base di intensità digitale, al di sotto della media europea (circa 73,7%).
Le differenze tra grandi imprese e PMI si riflettono anche nella disponibilità di competenze specialistica. Secondo elaborazioni I-Com, la quota di PMI con specialisti ICT è significativamente più bassa rispetto alle grandi aziende, creando un gap competitivo nel saper gestire e valorizzare dati complessi come quelli richiesti dal DPP.
La maturità digitale necessaria per gestire un’iniziativa avanzata come il Digital Product Passport non può essere improvvisata, Sono necessari investimenti continui, formazione di competenze specialistiche e una spinta coordinata verso l’adozione di tecnologie interoperabili lungo l’intera filiera produttiva.
Per le grandi imprese e i gruppi industriali più strutturati, questo percorso è spesso già avviato. La situazione è più critica per una larga parte delle PMI italiane. Molte di esse operano ancora con sistemi informativi frammentati, soluzioni non integrate o processi fortemente manuali. Il passaggio a un modello basato su dati strutturati e interoperabili può quindi rappresentare un salto tecnologico e organizzativo significativo, non solo in termini di costi, ma anche di competenze e governance interna. Senza un adeguato supporto, il rischio è che il DPP venga percepito come un onere sproporzionato rispetto alle risorse disponibili.
Scadenze normative: i settori a obbligo anticipato (batterie, tessile, elettronica)
L’introduzione del DPP seguirà un calendario progressivo (Figura 1), differenziato per settore, in linea con l’approccio dell’ESPR. L’ESPR, infatti, prevede infatti che gli obblighi vengano introdotti tramite atti delegati specifici per categoria di prodotto, dando priorità ai settori a maggiore impatto ambientale, economico e strategico.
Le categorie interessate e le relative tempistiche sono definite dalla Commissione europea nel Piano di lavoro ESPR 2025–2030. Tra i prodotti finali, l’introduzione del DPP è prevista per tessile e pneumatici dal 2027, mobili dal 2028 e materassi dal 2029. Per i prodotti intermedi, i primi settori coinvolti saranno ferro e acciaio nel 2026 e alluminio nel 2027. Alcuni comparti sono già regolati da normative verticali che prevedono l’obbligo di DPP, in particolare le batterie (Reg. UE 2023/1542, obbligo dal 18 febbraio 2027) e i prodotti da costruzione (Reg. UE 2024/3110, in attesa di atti delegati). Per detergenti e giocattoli è attesa una disciplina europea dedicata.
Restano esclusi dall’ambito del DPP alimentari, mangimi, medicinali, piante e animali vivi, nonché i veicoli, disciplinati da quadri normativi specifici.
Il passaporto digitale includerà informazioni dettagliate su composizione, prestazioni, contenuto di materiale riciclato, carbon footprint e gestione del fine vita, con un livello di granularità che potrà arrivare alla singola unità. Si tratta, di fatto, del banco di prova più avanzato per l’intero sistema DPP
Considerata la complessità delle filiere tessili, spesso globali e altamente frammentate, il DPP sarà chiamato a gestire informazioni su materiali, trattamenti chimici, durabilità, riparabilità e riciclabilità. Per un comparto centrale per il Made in Italy, questo passaggio rappresenta al tempo stesso una sfida significativa e un’opportunità di differenziazione basata su trasparenza e qualità verificabile.
Per l’elettronica, l’implementazione seguirà un rollout graduale, partendo dai prodotti a più elevato impatto energetico e ambientale, come apparecchiature ICT, elettronica di consumo e grandi elettrodomestici. Anche in questo caso, il DPP sarà strettamente collegato a requisiti di ecodesign già esistenti, ma con un’estensione significativa verso la tracciabilità dei materiali, la riparabilità e la gestione del fine vita.

Figura 1: DPP Sviluppi Cronologici
Un elemento comune a tutti i settori è il fattore tempo. Sebbene alcune scadenze possano apparire ancora distanti, rimandare la preparazione espone le imprese al rischio di interventi affrettati, costosi e inefficaci. Al contrario, avviare fin da subito percorsi di adeguamento consente di distribuire gli investimenti nel tempo, testare soluzioni interoperabili e trasformare l’obbligo normativo in un vantaggio competitivo sostenibile.
Impatto sulla Pubblica Amministrazione e il ruolo di controllo
Il Piano Triennale ICT della PA punta chiaramente su interoperabilità, basi dati e IA. il DPP si inserisce pienamente in questo percorso.
Monitoraggio delle politiche ambientali e verifica della conformità
Per la Pubblica Amministrazione, il DPP rappresenta un cambio di paradigma nel modo in cui vengono esercitate le funzioni di regolazione, controllo e monitoraggio delle politiche ambientali e industriali. Il DPP non è solo uno strumento a supporto delle imprese, ma diventa una vera e propria infrastruttura informativa di interesse pubblico.

Figura 2: DPP e Pubblica Amministrazione
In primo luogo, il passaporto digitale costituisce una fonte dati strutturata e affidabile per monitorare il raggiungimento degli obiettivi ambientali europei. La disponibilità di informazioni standardizzate su composizione dei prodotti, impatti ambientali, durabilità e gestione del fine vita consente alle amministrazioni di basare le proprie analisi su dati oggettivi e aggiornati, superando modelli di reporting aggregato spesso incompleti o disomogenei. Tale approccio data-driven rafforza la capacità di valutare l’efficacia delle politiche pubbliche e di orientare eventuali interventi correttivi
Il DPP diventa inoltre uno strumento centrale per la verifica della conformità dei prodotti immessi sul mercato. Autorità di vigilanza, organismi di controllo e dogane possono accedere in modo selettivo alle informazioni necessarie per verificare il rispetto dei requisiti dell’ESPR e delle normative settoriali collegate. L’identificazione univoca dei prodotti e degli operatori economici, unita alla tracciabilità delle informazioni lungo la filiera, consente controlli più rapidi, mirati ed efficaci, riducendo al contempo gli oneri amministrativi sia per la PA sia per le imprese.
Un ulteriore beneficio riguarda il miglioramento complessivo della qualità dei controlli. Grazie al DPP, la Pubblica Amministrazione può passare da un modello prevalentemente ex post e documentale a un approccio più continuo e preventivo, basato sull’analisi dei dati. Questo consente di individuare anomalie, rischi di non conformità o comportamenti opportunistici in modo più tempestivo, rafforzando la tutela dei consumatori e la correttezza del mercato.
Questo ruolo del Digital Product Passport si inserisce in modo coerente nel percorso di trasformazione digitale delineato dal Piano Triennale ICT della Pubblica Amministrazione, che pone al centro interoperabilità, valorizzazione delle basi dati pubbliche e utilizzo intelligente delle tecnologie digitali, inclusa l’intelligenza artificiale. Il DPP, se adeguatamente integrato nei sistemi della PA, potrà contribuire non solo a migliorare i controlli, ma anche a rendere le politiche ambientali più misurabili, trasparenti ed efficaci nel tempo.
Semplificazione dei controlli e lotta alla non conformità
Uno degli impatti più rilevanti del DPP per la Pubblica Amministrazione riguarda la semplificazione e il potenziamento delle attività di controllo (Figura 3). L’accesso strutturato ai dati del DPP consente infatti di superare modelli ispettivi basati prevalentemente su verifiche manuali, campionamenti limitati e analisi documentali ex post, spesso costose e poco tempestive.
Grazie alla disponibilità di informazioni digitali standardizzate e associate a identificatori univoci, le amministrazioni possono introdurre forme di controllo automatico e in tempo reale. I sistemi informativi pubblici possono interrogare i dati del DPP per verificare la presenza dei requisiti obbligatori, la coerenza delle dichiarazioni di sostenibilità e la conformità ai parametri definiti dagli atti delegati dell’ESPR. Questo approccio consente di concentrare le risorse ispettive sui casi a maggiore rischio, aumentando l’efficacia complessiva dell’azione di vigilanza.

Figura 3: DPP e semplificazione del controllo conformità
La conseguenza diretta è una riduzione significativa delle ispezioni manuali non mirate, con benefici sia per la Pubblica Amministrazione sia per le imprese conformi. I controlli diventano più selettivi, basati su evidenze oggettive e aggiornate, riducendo l’incertezza e i costi amministrativi. Allo stesso tempo, la disponibilità di dati affidabili consente un’identificazione più rapida dei prodotti non conformi o potenzialmente pericolosi, migliorando la tutela dei consumatori e la sicurezza del mercato.
In questo scenario, soggetti come dogane, Camere di Commercio, ARPA e autorità di vigilanza sul mercato possono evolvere verso un nuovo ruolo: da enti prevalentemente ispettivi a veri e propri nodi digitali del sistema DPP. Integrando i propri sistemi con l’infrastruttura del passaporto digitale, queste istituzioni possono scambiare informazioni in modo interoperabile, coordinare le attività di controllo e contribuire a una governance più efficace e data-driven del mercato europeo. Il risultato è un sistema di vigilanza più moderno, trasparente e capace di contrastare in modo strutturale la non conformità.
Come prepararsi al DPP: passi operativi per le aziende
La preparazione al DPP non può essere affrontata come un semplice esercizio di compliance. Il DPP introduce infatti un’infrastruttura informativa permanente, destinata a integrarsi in modo strutturale nei processi aziendali e nelle relazioni di filiera. È quindi necessario adottare un approccio progressivo ma strategico, che combini organizzazione, tecnologia e governance dei dati, trasformando un obbligo regolatorio in un asset competitivo.
Il punto di partenza è la mappatura della filiera e delle fonti informative. Le aziende devono identificare quali dati sono già disponibili internamente, quali risiedono presso fornitori e partner e quali, invece, non vengono ancora raccolti in modo sistematico. Questa analisi consente di individuare gap informativi e criticità lungo la supply chain, soprattutto nei livelli più a monte, dove la qualità dei dati è spesso più debole.
In parallelo, è fondamentale adottare fin dalle prime fasi standard comuni e riconosciuti, come quelli GS1, per l’identificazione univoca di prodotti, attori economici e sedi produttive. L’uso di standard condivisi riduce il rischio di soluzioni proprietarie, semplifica le integrazioni future e garantisce interoperabilità con clienti, partner e autorità pubbliche.
Un ulteriore passaggio chiave riguarda la digitalizzazione strutturata di documenti e certificazioni. Schede tecniche, dichiarazioni di conformità, certificazioni ambientali ed EPD devono evolvere da file statici a dati leggibili dalle macchine, integrabili nei sistemi informativi e aggiornabili nel tempo. Questo è un prerequisito essenziale affinché il DPP sia realmente operativo e verificabile.
Sul piano tecnologico, le imprese sono chiamate a rendere i propri sistemi “DPP-ready”, valutando l’evoluzione di ERP, PLM e soluzioni di supply chain management. Il DPP richiede piattaforme in grado di dialogare tramite API, gestire versioni dei dati e supportare livelli di accesso differenziati, senza necessariamente sostituire le infrastrutture esistenti.
Un elemento cruciale, spesso sottovalutato, è la definizione di una governance interna dei dati. Il DPP impone ruoli e responsabilità chiari per la raccolta, la validazione, l’aggiornamento e la pubblicazione delle informazioni, evitando sovrapposizioni operative o vuoti decisionali che potrebbero compromettere l’affidabilità del passaporto digitale.
Prima di un’adozione estesa, è consigliabile avviare progetti pilota su alcune linee di prodotto al fine di testare la qualità dei dati, la solidità dei processi e l’efficacia delle integrazioni tecnologiche, riducendo rischi e costi nella fase di rollout.
Come si costruisce concretamente un DPP: lo schema operativo
Dal punto di vista operativo, la realizzazione di un DPP segue un percorso direttamente collegato agli obblighi dell’ESPR e alle tempistiche di applicazione settoriale. Il primo passo è l’identificazione univoca del prodotto e dell’attore responsabile. Segue la raccolta dei dati richiesti dall’ESPR, che variano in funzione della categoria merceologica e degli atti delegati applicabili: composizione, materiali, durabilità, riparabilità, contenuto di riciclato, prestazioni ambientali, conformità normativa e indicazioni per il fine vita. Tali informazioni vengono poi standardizzate e validate secondo modelli comuni e formati aperti, per garantire leggibilità automatica, confrontabilità e verificabilità. La pubblicazione avviene in un ecosistema federato, in cui i dati restano distribuiti presso i sistemi dei soggetti che li producono, ma sono accessibili tramite l’identificatore del prodotto e protocolli standardizzati, con livelli di accesso differenziati per consumatori, operatori e autorità. Infine, il DPP prevede un aggiornamento continuo nel tempo, ad esempio in caso di riparazioni, ricondizionamento o variazioni di conformità, facilitando i controlli e la verifica dei requisiti ESPR. Le imprese devono avviare questo percorso tenendo conto delle scadenze settoriali. Prepararsi in anticipo significa non limitarsi all’adempimento normativo, ma costruire una nuova infrastruttura aziendale basata su dati affidabili, interoperabili e strategici per il futuro (Figura 4).

Figura 4: DPP e passi operativi
Strategia DPP: da adempimento a fattore competitivo
Il DPP segna l’inizio di una nuova era. Il prodotto non sarà più solo un bene fisico, ma un oggetto digitale ricco di dati verificabili. Le imprese che tratteranno il DPP non come un obbligo, ma come una strategia, potranno diventare partner preferenziali nelle filiere internazionali (Figura 5). Per l’Italia è un’opportunità storica: trasformare la qualità manifatturiera in qualità digitale certificata.
Questo cambiamento non è marginale, perché ridefinisce il modo in cui il valore viene creato, comunicato e riconosciuto sul mercato.
In questo scenario, la differenza non la farà chi si limiterà a “essere conforme”, ma chi saprà interpretare il DPP come una leva strategica. Le imprese che integreranno il passaporto digitale nei propri modelli di business potranno sviluppare nuovi servizi a valore aggiunto, dalla manutenzione evoluta ai servizi post-vendita, fino a soluzioni di tracciabilità avanzata e customer engagement basate sui dati. Il DPP diventa così una piattaforma abilitante per l’innovazione, non un semplice contenitore informativo.

Figura 5: Strategia DPP
La possibilità di dimostrare in modo oggettivo e verificabile qualità, origine, sostenibilità e responsabilità di filiera consente alle imprese di costruire una narrazione credibile, fondata sui dati e non su claim. Questo approccio rafforza la reputazione ESG e risponde alle aspettative di mercati sempre più sensibili, regolati e orientati alla trasparenza.
Un ulteriore effetto strategico riguarda il posizionamento nelle filiere internazionali. In un contesto in cui grandi player industriali, retailer e istituzioni richiederanno sempre più dati strutturati e interoperabili, le aziende DPP-ready diventeranno partner preferenziali. La capacità di condividere informazioni affidabili, standardizzate e aggiornate diventerà un criterio di selezione, al pari di prezzo e qualità del prodotto.
Per l’Italia, il Digital Product Passport rappresenta un’opportunità storica. Il nostro sistema produttivo è forte di una qualità manifatturiera riconosciuta a livello globale, ma spesso poco strutturata sul piano digitale. Il DPP offre la possibilità di colmare questo divario, trasformando la qualità del “saper fare” in qualità digitale certificata, misurabile e riconoscibile sui mercati internazionali. A condizione, però, che il passaporto digitale venga affrontato come una strategia di lungo periodo e non come un mero adempimento normativo.
Conclusioni
Il Digital Product Passport invia un messaggio chiaro al sistema produttivo e istituzionale italiano: il tempo della preparazione è ora. Alle imprese è richiesto di avviare fin da subito percorsi strutturati di mappatura dei dati di prodotto e di filiera, adottando standard interoperabili e integrando il DPP nelle proprie strategie industriali, prima che l’obbligo normativo diventi una pressione competitiva. Alle filiere e alle associazioni di settore spetta il compito di costruire soluzioni condivise e accessibili, in grado di accompagnare anche le PMI nel percorso di adeguamento. Alla Pubblica Amministrazione, infine, è richiesto un ruolo attivo di abilitazione, attraverso linee guida operative, interoperabilità dei sistemi e strumenti di supporto alla transizione. Trasformare il Digital Product Passport da vincolo regolatorio a leva di innovazione richiede scelte tempestive e coordinate: chi agirà oggi potrà posizionarsi domani come attore di riferimento nella nuova economia europea dei dati di prodotto.
Bibliografia
Azhar ul Haque Sario, Innovazione sostenibile: Strategie aziendali per un futuro più verde. Edizioni Sapienza, 2024.
F. De Felice, A. Petrillo. Effetto digitale. Visioni d’impresa e Industria 5.0. Ed. McGraw-Hill Education, Milano, 2021.
M. Peta, F. Santori, A. Botti, V. Valla, G.Felici. Sostenibilità e valore ESG. Strategie per professionisti e imprese. Ed. Maggioli, 2023.
ISO, ISO 14025 – Environmental labels and declarations – Type III environmental declarations
GS1, Digital Product Passport: enabling interoperability and trusted product data, GS1 Global Office.
CWA 18186:2025 – Digital Product Passport Framework and System Requirements, CEN Workshop Agreement.















