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Turismo (in)sostenibile: quando l’AI spinge verso il sovraffollamento



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Il turismo italiano resta una forza decisiva per l’economia, ma il modello dominante mostra limiti sempre più evidenti. Tra overtourism e intelligenza artificiale, la vera sfida è usare dati e tecnologia per distribuire meglio i flussi e restituire centralità a territori, comunità e relazioni

Pubblicato il 2 apr 2026

Elisabetta Faggiana

co-founder Unexpected Italy



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Il turismo non è un settore come gli altri. In Italia è struttura portante, infrastruttura invisibile dell’economia, leva occupazionale, diplomazia culturale, identità. Parliamo di una filiera che incide in modo sostanziale sul PIL nazionale e che tiene insieme ospitalità, ristorazione, trasporti, artigianato, cultura, agricoltura. Ma proprio perché il turismo è un pilastro, oggi dobbiamo avere il coraggio di dirci una verità scomoda: il modello dominante è sotto pressione.

Il 2025 è stato l’anno in cui il tema dell’impatto è esploso definitivamente nel dibattito pubblico. Le immagini delle città sature, delle calli impraticabili, dei centri storici trasformati in dormitori turistici hanno smesso di essere cartoline folkloristiche per diventare dossier politici.

I dati parlano chiaro: il 75% dei turisti si concentra sul 5% del territorio nazionale. Cinque nazionalità – Stati Uniti, Germania, Francia, Regno Unito e Canada – rappresentano oltre la metà dei soggiorni stranieri. Le polarità sono sempre le stesse: Roma, Venezia, Firenze, Milano, Napoli.

Turismo sostenibile e concentrazione dei flussi

Non è un problema di numeri in sé. È un problema di concentrazione, di accelerazione, di asimmetria tra chi arriva e chi resta.

In parallelo, il settore sta vivendo un’altra rivoluzione: l’irruzione dell’intelligenza artificiale nell’ospitalità. Gli AI agent prenotano voli, selezionano hotel, ottimizzano itinerari in tempo reale. Le OTA integrano modelli predittivi sempre più sofisticati. Gli hotel implementano chatbot conversazionali, dynamic pricing algoritmico, sistemi di recommendation basati su machine learning.

Il boom delle prenotazioni tramite agenti AI non è più previsione, è realtà operativa. L’utente formula un prompt e ottiene un viaggio completo, cucito su parametri di budget, tempo, preferenze alimentari, rating medio. Efficienza massima. Frizione minima.

Ma c’è una domanda che pongo spesso: cosa stiamo ottimizzando davvero?

Se l’algoritmo si nutre dei dati esistenti – recensioni, flussi, ranking – tenderà inevitabilmente a rafforzare ciò che è già popolare. L’AI, se non progettata con un’intenzionalità etica, rischia di diventare un acceleratore di concentrazione. Più clic su una destinazione, più visibilità; più visibilità, più prenotazioni; più prenotazioni, più saturazione.

La tecnologia non è neutra. È un moltiplicatore del modello che scegliamo.

Personalizzazione reale o standardizzazione mascherata

La sfida oggi, per hotel e piattaforme di distribuzione, è tutta qui: personalizzazione reale o standardizzazione mascherata?

Molte soluzioni parlano di “esperienza su misura”, ma il perimetro resta spesso confinato all’interno di un catalogo omogeneo. Camere simili, colazioni simili, esperienze simili. La personalizzazione diventa cosmetica: cambia la sequenza delle proposte, non la sostanza.

Il rischio è una hospitality sempre più data-driven ma sempre meno human-driven.

Eppure il viaggiatore contemporaneo chiede autenticità, chiede contesto, chiede relazione. Non vuole solo dormire bene: vuole capire dove si trova. Vuole sentirsi parte di un ecosistema, non consumatore di una scenografia.

Turismo sostenibile tra identità, territorio ed etica

Cosa significa, in termini tecnici?

Significa ribaltare la logica del ranking puramente quantitativo. Non chiediamo all’utente solo dove vuole andare, ma chi è. Passioni, interessi, sensibilità, ritmo di viaggio. L’algoritmo non si limita a incrociare recensioni e prezzo medio: integra un lavoro di mappatura fisica e di selezione di qualità, identità, territorio e etica.

Abbiamo mappato ad oggi dodici aree: Barletta, Firenze, Genova, Macerata, Matera, Milano, Modena, Roma, Torino, Valle d’Itria, Venezia e Vicenza. Stiamo lavorando alla guida di Maranello e a quella dedicata al Consorzio dell’Aceto Balsamico Tradizionale di Modena. Ogni luogo è stato visitato, verificato, raccontato. Artigiani, bed and breakfast familiari, boutique hotel, ristoranti che lavorano su filiera corta, esperienze che non sono “pacchetti” ma relazioni.

È una Lonely Planet 3.0, ma geolocalizzata, targetizzata e soprattutto relazionale.

Il problema dell’overtourism non è solo culturale: è ingegneristico. È design dei flussi.

Se il 75% dei visitatori si concentra sul 5% del territorio, non è perché l’Italia sia povera di alternative. È perché le alternative non sono integrate nei percorsi decisionali dominanti.

Dispersione intelligente e design dei flussi

Noi utilizziamo la tecnologia per fare dispersione intelligente. Monitoriamo i flussi, suggeriamo deviazioni, costruiamo itinerari che spostano l’attenzione dai “primi libri della biblioteca” verso scaffali meno esplorati ma altrettanto straordinari.

Il futuro del turismo passa necessariamente dalle smart destination. Non parlo di Wi-Fi gratuito o totem interattivi. Parlo di governance data-driven: analisi in tempo reale dei flussi, capacità predittiva, gestione dinamica delle capienze, integrazione tra pubblico e privato.

Ma anche qui la domanda è: per fare cosa?

Se i dati servono solo a massimizzare presenze e ricavi nel breve termine, stiamo replicando il modello estrattivo. Se invece servono a distribuire, proteggere, pianificare, allora diventano strumenti di equilibrio.

Dialoghiamo con i territori proprio in questa prospettiva: non portare “più turisti”, ma portare i viaggiatori giusti, nel momento giusto, nei luoghi giusti.

La parola “sostenibile” rischia di essere inflazionata. Sostenibilità non è solo ridurre la plastica o compensare la CO₂. È sostenibilità sociale, culturale, abitativa.

Turismo sostenibile e responsabilità delle scelte

Il mio punto di svolta personale è stato un soggiorno in un palazzo genovese quasi interamente svuotato di residenti e trasformato in alloggi turistici. Scale silenziose, cassette postali senza nomi, luci accese e spente a rotazione. Fuori un quartiere che stava perdendo la sua identità, le sue botteghe, i suoi residenti.

È lì che ho capito che viaggiare non è un gesto neutro. Ogni prenotazione è un voto. Ogni scelta indirizza capitale verso un modello.

Per questo abbiamo presentato il nostro progetto anche al Geneve/Fribourg Entrepreneurship Forum presso il Palazzo delle Nazioni dell’ONU, portando una posizione chiara contro l’overtourism. Non contro il turismo, ma contro il turismo non governato. Per questo, abbiamo deciso di sintetizzare la nostra visione in un manuale del viaggiatore per il 2026. Cinque principi, semplici ma radicali.

Il primo è scegliere con consapevolezza. Chiedersi chi c’è dietro una struttura, quali filiere attiva, che impatto genera. Non limitarsi a comfort e design, ma valutare etica e coerenza.

Il secondo è entrare in punta di piedi. Nessuna cifra pagata ci rende padroni. Siamo ospiti. Salutare, chiedere permesso, rispettare spazi e ritmi.

Il terzo è viaggiare per sé, non per mostrarlo. Rallentare, spegnere il telefono quando possibile, lasciare che l’esperienza si depositi senza la mediazione costante della fotocamera.

Il quarto è misurare il viaggio in incontri, non in checklist. Parlare con le persone, ascoltare storie, trasformare il passaggio in relazione.

Il quinto è custodire, non consumare. Superare la logica “pago quindi uso” per adottare quella del rispetto.

Sono principi che distinguono il turista mordi e fuggi dal viaggiatore responsabile.

Nuove metriche per il futuro del turismo

La personalizzazione del futuro non sarà solo algoritmica. Sarà valoriale.

Gli agenti AI continueranno a crescere. Le prenotazioni automatizzate diventeranno standard. Ma la differenza la farà il modello sottostante: spingere verso ciò che è già saturo o facilitare l’esplorazione consapevole?

Noi crediamo in un algoritmo che non massimizzi solo la conversione, ma l’equilibrio. Che tenga conto della capacità di carico dei territori. Che valorizzi artigiani e micro-imprese. Che trasformi il viaggio in un’esperienza di appartenenza temporanea.

L’Italia non ha bisogno di più turismo. Ha bisogno di un turismo migliore.

Una spinta decisiva verso il futuro del settore non arriverà solo da nuove tecnologie, ma da nuove metriche di successo. Non solo numero di arrivi, ma qualità della permanenza. Non solo spesa media, ma distribuzione della spesa. Non solo recensioni a cinque stelle, ma comunità che restano vive.

Ogni viaggio è un voto. Sta a noi decidere quale Italia vogliamo finanziare con le nostre scelte.

L’algoritmo umano è una proposta concreta. Non perfetta, non definitiva, ma orientata. Perché il turismo continuerà a essere un pilastro dell’economia italiana. La domanda è: su quali fondamenta vogliamo che poggi?

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