L’indagine

Didattica a distanza e digitale: un bilancio per progettare la scuola di domani

Un questionario sull’uso delle tecnologie digitali e la didattica a distanza esplora le difficoltà e le aspettative dei docenti, comprese quelle relative alle loro competenze e alle modalità di lavoro durante la sospensione forzata. Ecco alcuni dei risultati

29 Lug 2020
Daniela Di Donato

Docente di lettere, Dottoranda di ricerca presso Sapienza Università di Roma-Dipartimento di Psicologia dei processi di sviluppo e socializzazione, Collaboratrice del Crespi


Per superare le difficoltà e le preoccupazioni che si sono manifestate durante l’esperienza di didattica a distanza i docenti italiani ritengono di aver bisogno di una formazione sulle metodologie didattiche, sugli strumenti digitali e sugli scenari pedagogici, una vera condivisione con i colleghi, nutrita da confronto e collaborazione costanti, connessioni personali e degli studenti adeguate a sostenere una didattica online.

Questo è ciò che hanno dichiarato più di mille insegnanti di ogni ordine e grado in un questionario sull’uso delle tecnologie didattiche digitali e la didattica a distanza, che ho somministrato a scopo di ricerca a partire da marzo 2020, subito dopo l’avvio del lockdown.

Si tratta solo di uno dei risultati estratti dai dati raccolti, che esplorano aspetti dell’uso delle tecnologie digitali, filtrati attraverso le aspettative dei docenti, comprese quelle relative alle loro competenze e alle modalità di lavoro durante la sospensione forzata.

L’analisi del campione

I dati del questionario sono ancora in corso di analisi, ma si possono già dedurre alcune informazioni utili a ricostruire un po’ la storia di questi mesi e provare a tracciarne un bilancio, attraverso la raccolta dei bisogni formativi, le domande sulle scelte professionali e gli esiti dei cambiamenti raccontati lungo il percorso di indagine. Il campione dei docenti, proveniente da quasi tutte le regioni italiane (manca la Valle d’Aosta) è composto per l’88% da donne: è una situazione che rispecchia abbastanza fedelmente la forte prevalenza delle docenti nel mondo della scuola nazionale. Secondo i dati Miur dell’a.s. 2017/2018, con il loro 81% di presenza, le donne stringono all’angolo la presenza dei colleghi, relegandoli ad un 18.3%.

Il 40.8% degli insegnanti che hanno risposto proviene dalla scuola primaria, mentre la scuola secondaria si spartisce equamente un 47.7%, tra primo e secondo grado, completando il quadro con un 8.3% di presenza della scuola dell’infanzia e un 1% di docenti dei Cpia. L’anzianità di servizio va da un minimo di sei mesi ad un massimo di 44 anni, coprendo nell’intervallo diverse fasce di anzianità e di competenze professionale. Tra i docenti della scuola secondaria di secondo grado dominano quelli provenienti dagli Istituti tecnici con un 28.4% di presenza nel campione, poi il liceo scientifico con il 16.3% e al terzo posto troviamo invece gli istituti professionali con un 15.2%.

Alcune evidenze dall’indagine sull’uso delle tecnologie

Il primo dato è quello che riguarda la frequenza d’uso delle tecnologie digitali nella pratica didattica in aula e la frequenza con la quale i docenti hanno usato le tecnologie nella preparazione delle attività, prima della chiusura delle scuole. Emerge un uso più assiduo nella pratica, che non nella preparazione: il 49.3% ha dichiarato infatti che faceva un uso quotidiano delle tecnologie con gli studenti, mentre solo il 21.1% ha confermato la stessa frequenza nella preparazione delle attività. Durante la sospensione scolastica, la percentuale di chi ha usato le tecnologie nella preparazione delle attività è salita al 63.4% con un incremento di più del 40% rispetto al passato. Sarebbe interessante indagare non tanto perché si sia intensificato l’uso adesso, quanto come mai fosse così basso prima.

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Nella domanda riferita all’uso delle tecnologie didattiche digitali durante la didattica a distanza, il 44.9% del campione ha dichiarato di usare tutti i giorni le tecnologie digitali per attività asincrone (es. registrazione di video-lezioni per gli studenti, test online, predisposizione di risorse e pubblicazione, condivisione di materiali), mentre solo il 36% ha confermato la stessa frequenza per le attività sincrone. Da alcune risposte a domande successive, si deduce che non tutti i docenti e non tutte le scuole hanno attivato la didattica a distanza con repentinità, ma soprattutto che alcune hanno scelto di non praticare una didattica sincrona in modo costante, preferendo l’organizzazione di materiali e risorse, da far fruire in autonomia e in tempi diversi da quelli della lezione in videoconferenza.

Alla domanda sulla presenza di indicazioni inviate dalle scuole su come intraprendere la Didattica a distanza il 79.3% dei docenti ha risposto di averne ricevute, ma su alcuni aspetti specifici: al primo posto la piattaforma da utilizzare, poi suggerimenti sugli strumenti digitali da proporre a studenti e famiglie e infine indicazioni sulla formazione da seguire. Sono però mancate linee pedagogiche, che supportassero scelte di tipo educativo, non solo tecnologico. Insomma, quasi nessuno ha avuto suggerimenti o disposizioni su come trasformare la didattica in presenza in didattica esclusivamente online oppure su quali attenzioni si sarebbero dovute tenere nei confronti degli alunni con bisogni educativi speciali o su come bilanciare attività sincrona e asincrona. I pochissimi che hanno segnalato indicazioni orientate in tale direzione hanno descritto linee guida pedagogiche ed educative precise, che tutti erano tenuti a rispettare e a monitorare, frutto evidentemente di percorsi di lavoro e condivisione già avviato nella scuola prima della chiusura. Ecco, forse tutte le questioni su autorizzazioni e Gdpr, che sembravano aver imbrigliato il dibattito sul digitale all’inizio della dad, hanno portato via energie preziose dai fronti più caldi, aperti dalla lontananza che si stava acuendo con i ragazzi e i bambini più in difficoltà, alcuni dei quali non hanno potuto “frequentare la scuola”.

Novità e punti critici

A tal proposito i dati di altre indagini ci portano percentuali allarmanti di assenza, quasi del 12.7% come rileva il questionario dell’AgCom, al quale ha risposto un campione di circa cinquecento intervistati. La scuola che abbiamo appena concluso ci porta anche delle singolari novità. La notoria ritrosia dei docenti all’uso degli smartphone in classe sembra essersi disintegrata visto che il 32.1% degli alunni sembra aver potuto frequentare le lezioni solo grazie al proprio smartphone e che addirittura gli stessi docenti lo hanno segnalato al terzo posto dei dispositivi preferiti utilizzato per la didattica a distanza, dopo il notebook (al primo posto) e il computer fisso (al secondo posto).

Ricordiamoci però che sono otto milioni e mezzo i minori rimasti a casa nei mesi scorsi e il 12.3% di loro non ha un computer a casa, come ci ricorda una ricerca sulla diseguaglianza digitale di Open polis pubblicata in queste settimane. La stessa ricerca ci ricorda che un milione di loro vive nei quattromila comuni dove nessuna famiglia è raggiunta dalla rete fissa a 30 Mbps e quindi risulta ancora più difficile stringere quella forbice tra accesso e possesso e uso della rete, che non è solo manifestazione di un divario tecnologico: comincia a palesarsi come segnale di povertà educativa.

Ricordiamocelo non nel caso di recrudescenze della pandemia, ma oggi e ora, mentre stiamo immaginando e progettando la didattica e la scuola che potremo permetterci, qualsiasi scenario si profili nei mesi che verranno.

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