il commento

La scuola “in video” non è scuola “digitale”: ecco perché la tecnologia aiuta ma non basta

L’introduzione del digitale nella scuola può indubbiamente offrire stimoli e strumenti nuovi a studenti e insegnanti, ma sostituire la cattedra con uno schermo non basta. Come diceva Einstein, l’unica fonte di conoscenza è l’esperienza e l’esperienza richiede uno spazio fisico

23 Giu 2020
Norberto Patrignani

Politecnico di Torino

Foto da Pixabay

La pandemia del coronavirus, costringendo molti minori a restare a casa, ha portato molti osservatori a considerare questa forma di scuola “a distanza” come una rivincita della scuola digitale, tanto auspicata, ma mai veramente realizzata. Purtroppo, preme dirlo fin dalle prime battute,  la situazione attuale non è affatto una trasformazione verso una “scuola digitale”, ma ha improvvisamente portato tutti dentro una scuola “solo digitale”.

Il paragone che mi sembra più consono è invece quello con la situazione affrontata nel 1907 nel quartiere romano di San Lorenzo dalla giovane Maria Montessori, quando si prendeva cura dei figli di famiglie in difficoltà. Molti genitori lavoravano e non avevano risorse per la cura dei figli. Quella donna aveva idee molto chiare sul ruolo della scuola: sviluppare il linguaggio e i sensi per scoprire il mondo, costruire il senso di responsabilità, acquisire la massima libertà nella scelta e scoperta degli strumenti per affrontare i problemi facendo connessioni globali. Il suo metodo oggi è riconosciuto per la sua carica innovativa ed è usato in migliaia di scuole di tutto il mondo.

Chi deve farsi carico dell’educazione dei minori?

Naturalmente le differenze storiche sono molte ma la domanda di fondo è la stessa: chi si deve fare carico dell’educazione dei minori?

L’articolo 34 della Costituzione Italiana parla chiaro: la scuola deve essere aperta a tutti, gratuita e offrire le stesse opportunità anche ai “privi di mezzi”. La pandemia ha fatto emergere che la scuola è una infrastruttura critica, come la sanità. D’altra parte l’Italia è il paese che destina all’istruzione solo il 7,9% della spesa pubblica: la percentuale più bassa tra i paesi europei (Openpolis, 2019). La media europea è 10,2%. L’aspetto più sorprendente di questi mesi è stato “andare a scuola da casa”, usare solo la vista e l’udito per collegarsi, tramite computer, ad un sito insieme a compagni e insegnanti.

L’introduzione del digitale nella scuola può indubbiamente offrire stimoli e strumenti nuovi a studenti e insegnanti; pensiamo, ad esempio, alla possibilità di creare mappe concettuali e sviluppare progetti ipermediali. Tutto questo è noto fin dagli anni ’80, l’affiancare alla scrittura manuale (che non va mai abbandonata) anche la tastiera, la sapiente miscela di strumenti tradizionali con nuove tecnologie hanno fatto sempre parte dell’innovazione nella scuola (Papert, 1980).

Da tutti gli studi sulle relazioni tra tecnologia e società sappiamo che la “tecnologia non è neutra” e che “tecnologia e società si plasmano a vicenda” (Johnson, 1985). Dobbiamo interrogarci su quali sono gli aspetti più critici di questa relazione forzata, su come la tecnologia sta trasformando la relazione tra docenti e studenti.

Sicuramente un primo aspetto emerso in queste settimane è quello della necessità di ridefinire le relazioni docente-studente e di riprogettare interamente i processi di insegnamento: non basta sostituire la cattedra con uno schermo. Pensiamo anche all’importanza del lavoro di gruppo come momento formativo insostituibile. Tutte queste ridefinizioni richiedono tempo e l’emergenza ha costretto ad improvvisare.

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L’aspetto più evidente fatto emergere dalla scuola “solo digitale” è quello del “divario digitale”. Infatti per partecipare a questa nuova modalità sono necessarie una serie di condizioni: un dispositivo adeguato per accedere alle lezioni (un computer o un tablet) e una buona connessione telematica dall’abitazione, ma sappiamo che in Italia solo nel 22,2% delle famiglie ogni componente ha a disposizione un computer o tablet e che aree geografiche estese non sono coperte dalla banda larga (ISTAT, 2019). Anche nell’ipotesi di avere gli strumenti minimi e una connessione adeguata, chi supporta i minori a casa?

Garantire l’accesso universale alla scuola comporta la copertura di questi aspetti di base, proprio per evitare discriminazioni come dice la Costituzione.

Scuola pubblica e gestione di dati e software

Un altro aspetto fondamentale emerso in questi giorni è quello dei dati: può una scuola pubblica basarsi solo su strumenti proposti da imprese private senza avere il controllo dei dati? Quando venivano usati i supporti cartacei i mobili venivano acquistati sul mercato e i documenti erano sotto lo stretto controllo della scuola stessa. Perché gli archivi digitali sono fuori dal perimetro di controllo della scuola pubblica? Questo soprattutto in un momento storico dove i dati rappresentano una delle risorse più pregiate (Rasetti, 2019). Finita l’emergenza, i dati della scuola pubblica resteranno nelle mani dei titani del Web? In prospettiva, perché la scuola pubblica non si dota degli strumenti adeguati per gestire i propri dati?

Un altro aspetto cruciale è quello del software. Come tutta la pubblica amministrazione (art.69, Codice amministrazione digitale) anche la scuola deve basarsi su software aperto. Perché non progettare una scuola basata su soluzioni informatiche costruite con software libero e con una gestione corretta dei dati? Esempi: sistema operativo Linux, browser Firefox, strumenti di lavoro libreoffice, corsi a distanza con moodle, etc. Perché non insegnare a programmare e ad usare le tecnologie con spirito critico (non a diventare consumatori digitali)?

Infine non dobbiamo dimenticare che dati e informazioni sono importanti ma il digitale interagisce soltanto con vista e udito. L’interazione fisica, soprattutto per i minori, è indispensabile, devono sviluppare tutti i sensi: per passare dai dati alle informazioni bastano i computer, ma per passare dalle informazioni alla conoscenza (strutture cognitive che formano la persona e sono alla base della sua autonomia) è indispensabile l’esperienza. Come diceva Einstein “l’unica fonte della conoscenza è l’esperienza, tutto il resto è solo informazione” e l’esperienza richiede uno spazio fisico: la scuola è un’aula, non un video (Librandi e al., 2020).

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Riferimenti

– ISTAT (2019). Spazi in casa e disponibilità di computer per bambini e ragazzi. www.istat.it.

– Librandi, R., Giovanardi, C., Sabatini, F. (2020, 24 Aprile). La scuola è un’aula e non un video: limiti e rischi dell’insegnamento a distanza. accademiadellacrusca.it

– Lodoli, M. (2012, 16 Settembre). Scuola e vita in via dei Marsi. La Repubblica.

– Openpolis (2019, 10 Dicembre). Quanto spendono l’Italia e gli altri paesi Ue nell’educazione dei cittadini. www.openpolis.it.

– Papert, S. (1980). Mindstorms. Bambini computer e creatività. Emme edizioni.

– Rasetti M. (2019, 4 Marzo). Passare dalla ‘scienza dei dati’ a un vero sapere, per salvare l’umanità: la sfida del secolo. agendagigitale.eu.

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