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l'analisi

L’università è in crisi, ma può rigenerarsi col digitale: ecco come

La garanzia che l’università sia la sede privilegiata per produrre e riprodurre il sapere non c’è più. Il digitale potrebbe servire per risollevarla dalla crisi, ma solo se accompagnato da un radicale ripensamento di oggetti e modalità di insegnamento e da una visione meno corporativa dell’istruzione terziaria. Ecco come

07 Feb 2019

Roberto Maragliano

docente di Tecnologie dell'Istruzione e dell'Apprendimento, Università Roma Tre


La tecnologia può e deve aiutare l’università a sollevarsi ma ciò potrà avvenire solo se l’università stessa, e con essa l’intellettualità del nostro paese usciranno da una considerazione ‘chiusa’ e ‘corporativa’ dei compiti della formazione superiore e prenderanno atto di una crisi che è di identità complessiva dell’istruzione terziaria.

Un’occasione che a mio avviso si è sprecata per sollevare il problema (e quindi cercare di porvi rimedio) del vistoso calo di autorevolezza tradizionalmente associato, nell’opinione dei più, alla formazione universitaria è stata la recente dichiarazione di Flavio Briatore (‘mio figlio non andrà all’università’).

Certo, ci sono state sdegnate reazioni di prassi, provenienti per la maggior parte dall’interno dell’istituzione accademica. Poco però ci si è misurati con la possibilità di assumere quelle idee non come sbruffonate di un parvenu ma come il sintomo di un sentire più comune di quanto si possa pensare.

Forse, dicevamo, si è persa un’occasione. Sì, perché da tempo è in atto un fenomeno di ‘decentramento’ dell’università rispetto ai meccanismi della riproduzione e della produzione del sapere più elevato.

Non è improprio parlare di ‘crisi’. Spetta a noi prendere in considerazione questo tema più vasto e affrontarlo seriamente. Il meno che si possa dire, in proposito, è che questa crisi ha a che fare anche con un impatto difficile con le tecnologie digitali, da parte delle istituzioni accademiche. Intendiamoci, non sono esse a costituire la sostanza del problema, tantomeno ne potranno essere la soluzione. Ma, certamente, nessuna via di uscita diventerà praticabile se non si prenderà in seria considerazione ciò che l’avvento del digitale permette di vedere e gestire meglio di quanto era possibile prima, vale a dire il problema della mobilità e varietà dei saperi e, collegato ad esso, quello della perfettività dei modi di darne conto.

Contenuti da ripensare

C’è un primo tema da tenere presente ed è l’immagine fortemente negativa che il digitale ha avuto e tuttora ha nell’ambito dell’intellettualità italiana, indipendentemente dalla collocazione politica di ciascuno. Pare impossibile non riconoscere che questo atteggiamento è frutto di un impianto culturale originario caratterizzato da una certa rigidità di riferimenti e valori, per un verso e, per un altro, costituisce l’effetto più diretto della massiccia campagna delegittimante portata avanti, e non solo in Italia, dai media concorrenti (stampa soprattutto, ma anche televisione).

Di conseguenza, scarsa attenzione è stata riservata, dentro e fuori dei recinti accademici, al lavoro di concettualizzazione necessario per comprendere il senso sottostante ma anche l’istanza di revisione ‘filosofica’ anzi ‘epistemologica’ connessa a questa trasformazione.

In gioco non ci sono soltanto gli strumenti per veicolare dei contenuti definiti una volta per tutte, ma anche e soprattutto le modalità di identificazione, delimitazione, organizzazione dei contenuti stessi, quelli garantiti dalla tradizione e quelli emergenti.

Ciò significa che un uso proficuo delle tecnologie digitali non può essere disgiunto da un profondo, radicale ripensamento degli oggetti e delle modalità dell’insegnamento universitario.

Integrare sapere umanistico e scientifico-tecnologico

La necessità di integrare il sapere umanistico con quello scientifico e tecnologico, da più parti sostenuta, equivale a rendere importante, anzi urgente una revisione dei curricoli (en passant, la politica – me lo si lasci dire – fallimentare fin qui seguita in ambito universitario, almeno su questo versante della revisione disciplinare, ha trovato il suo culmine nel settore della formazione iniziale e in servizio dei docenti della scuola, non c’è serio osservatore che non ammetta, sia pure a denti stretti, che le giovanissime diplomate magistrali erano meglio attrezzate alla mansione dell’insegnare delle attuali tarde laureate).

L’integrazione tra i saperi sarebbe pressoché impossibile se venisse attuata secondo le logiche classiche (divisione delle conoscenze in discipline chiuse, non comunicanti, e formazione basata sullo studio di libri, sovente manuali – ovvero la tomba del sapere critico) mentre diventerebbe un obiettivo perseguibile se venisse riambientata dentro gli spazi e le logiche del digitale, dove, appunto, prevalgono le istanze dell’apertura e le modalità del collegare, dell’intrecciare, del revisionare, ecc.

Università telematiche e passività degli studenti

C’è poi un secondo problema da non dimenticare, politico questa volta.

Ed è il fatto che una via italiana all’uso delle tecnologie in abito accademico è stata tracciata (indelebilmente, temo, e molto me ne dolgo) con l’esperienza (al limite dell’oscenità) maturata in relazione alla nascita e allo sviluppo delle cosiddette università telematiche.

Le quali hanno favorito in tanta parte della mentalità collettiva l’associazione tra tecnologia e malaffare (confermando un atteggiamento sospettoso nei confronti delle nuove forme della comunicazione) e hanno dato legittimazione, all’interno del villaggio accademico e dei suoi nuovi abitanti, all’idea che il titolo accademico possa essere pattuito e comprato.

A questo, purtroppo, malgrado le iniziali opposizioni, le università ‘normali’ (o almeno i loro settori più in crisi, ovviamente quelli umanistici) hanno finito con l’adeguarsi.

La drastica riduzione dei finanziamenti statali, il dimagrimento della componente stabile del corpo docente e un insieme di norme tendenti a privilegiare la regolarità delle attività universitarie, associandosi alla sensazione di cui ho detto, hanno poi determinato, nel giro dell’ultimo decennio, un deciso ridimensionamento della qualità complessiva della formazione universitaria, a livello nazionale.

Di tutto questo l’aspetto che personalmente considero più critico e preoccupante è una certa acquiescenza o passività degli studenti, sia politica sia e soprattutto culturale.

Ovviamente, tutto questo problema è di pertinenza dei livelli più elevati della decisione politica, ma, di fronte al deserto di iniziative in proposito, viene naturale ritenere che, una volta che si decida di riprendere il tema, la questione si sarà a tal punto aggravata da rendere impossibile uscirne se non attraverso una drastica soluzione di azzeramento. Penso al tema dell’abolizione del valore legale del titolo di studio. Anche soltanto annunciarlo, e iscriverlo nell’agenda politica provocherebbe salutari scossoni.

Università, non più luogo privilegiato del sapere

Dunque, soltanto se l’intellettualità del nostro paese riuscirà a uscire dalla concezione ‘chiusa’ e ‘corporativa’ dei compiti dell’Università, la tecnologia potrà aiutare quest’ultima a riprendersi da una crisi che, ricordiamo, non riguarda solo noi, anzi, è di tutto un modello (che di fatto è del XIX secolo e, tipicamente, del centro Europa).

Anche in ambito scientifico e tecnologico, riconosciamolo, non è più l’università ad essere il luogo privilegiato e garantito della ricerca e della formazione, non è più il cuore dei meccanismi di produzione/riproduzione del sapere.

E lo sarà sempre di meno se continueremo così e se non profitteremo dello scossone tecnologico per pensarci tutti (universitari e no) nel mondo, in questo mondo e dunque per ripensare il mondo stesso, almeno per come siamo abituati a rappresentarcelo.

Burocrazia da discutere

Gli obiettivi strategici che ho prospettato ( 1.far maturare le condizioni per minacciare seriamente e, se necessario, approdare all’abolizione del valore legale dei titoli di studio; 2. avviare un processo di profonda revisione dei curricoli che si accompagni ad una decisa e profonda integrazione tra saperi scientifici, tecnologici e umanisti) vanno unitariamente nella direzione di una drastica riduzione del peso che oggi più grava sulle prospettive di innovazione delle pratiche accademiche, vale a dire quello costituito dalla presenza, sempre più asfissiante, di una cultura iperburocratica che tende a fare di buona parte delle mansioni di insegnamento, ricerca e pure apprendimento poco più che degli adempimenti formali.

Di riflesso, una scelta di questo tipo, e soprattutto di guerra alla mentalità burocratica (che impigrisce e deresponsabilizza) andrebbe in parallelo con quella di investire su un forte incremento delle autonomie, a tutti i livelli e settori: intendo cioè autonomie culturali e didattiche, oltre che, ovviamente, economiche e gestionali (che già ci sono ma la cui sopravvivenza è costantemente messa in discussione).

Va da sé che, assicurate tali condizioni di politica generale, il rapporto con il mondo del lavoro diventerebbe più stretto e proficuo, sia per quanto riguarda l’organizzazione della didattica sia per quanto riguarda gli orientamenti nell’ambito della ricerca. Ma, sia chiaro, sarebbe pur sempre un rapporto dialettico e non una subordinazione di un ambito all’altro (come si denuncia oggi dall’esterno, e si teme, in parti rovesciate, dall’interno, per il domani).

In tutti e due i settori il digitale sta facendo emergere nuove pratiche, nuove concettualizzazioni e nuove metodologie. Si è in grado, dentro gli spazi dell’accademia, di affrontare e gestire queste dimensioni?

Come ho già detto, la garanzia che l’università sia la sede privilegiata per la produzione e la riproduzione del sapere non c’è più. C’è piuttosto, da parte dell’università, l’esigenza di ‘mondanizzarsi’. Può, deve farlo anche accettando di misurarsi con il digitale, inteso come tema politico, filosofico, economico. Di più: antropologico. Non può farlo da sola.

Un diverso rapporto tra formale e informale

Il digitale sta profondamente incidendo sulle forme, i meccanismi, i prodotti delle attività di apprendimento, soprattutto su quelle di tipo informale.

Su questo fronte si aprono due importanti prospettive di impegno per le università.

L’una è collegata alla necessità di recepire dentro la propria organizzazione didattica gli aspetti positivi e emancipativi di simili attività (si pensi alle dimensioni energizzanti collegate alle interazioni dentro i social), recependone lo spirito dunque e non considerandole, come ora si fa, fattori di disturbo o alibi per insuccessi dell’apprendimento formale.

Tutto questo dovrebbe maturare ‘dal basso’, per ‘osmosi’, come condizione normale di un apprendere socializzato e socializzante, evitando che tali iniezioni di informale siano sottoposte a controllo e verifica e accogliendole invece come condizioni necessarie per motivare, sostenere e ampliare, tramite la condivisione, le ‘normali’ attività di studio, e di ricerca. Ciò permetterebbe di recuperare l’originaria e genuina dimensione comunitaria che dovrebbe essere propria, e non è più da tempo, dell’universo accademico.

L’altra punta ad un coinvolgimento attivo delle università nell’impegno di certificazione delle conoscenze e competenze acquisite fuori dei percorsi accademici. Non si può provvedervi attraverso automatismi. Né si può pensare che vi si arrivi per tappe forzate. Occorre lavorare a far maturare nuovi criteri e modalità di valutazione, che siano in primo luogo di tipo qualitativo. Poi, forse, alcuni di questi compiti potranno essere codificati e, in prospettiva, automatizzati (anche come pratiche collegate agli sviluppi dell’intelligenza artificiale).

Il digitale nella didattica e nella valutazione

Per quanto attiene il rapporto fra tecnologie digitali e pratiche didattiche interne, è necessario garantire, almeno provvisoriamente, una relativa autonomia delle scelte in fatto di soluzioni per l’apprendimento rispetto al vincolo rappresentato dalla priorità riconosciuta, da qualche tempo, al tema della valutazione, il quale, per come viene pressoché universalmente affrontato e gestito, vale a dire attraverso l’uso del testing, paga un debito nei confronti di una forma e di un assetto di sapere, prevalentemente di matrice tipografica, che non ha più l’esclusività epistemologica.

Anche qui c’è bisogno di tempi adeguati, per consentire alla cultura valutativa di revisionarsi e adattarsi ai nuovi contesti. Basti pensare al rapporto fra individuo e gruppo: oggi, nel mondo esterno all’università, non c’è significativa pratica di apprendimento che non comporti interazione e dunque socializzazione, s’impara dall’altro che impara.

Si tratta, insomma, di capovolgere l’attuale modo di vedere e praticare le cose, quello che subordina la didattica alla valutazione. In una fase di passaggio sarà piuttosto la didattica a subordinare a sé la valutazione.

In caso contrario, non ci sarà passaggio.

Investire in formazione dei docenti e tecnici universitari

Perché, infine, alcune delle pratiche educative che si sono sperimentate in zone per ora marginali dell’azione universitaria supportata dal digitale (penso alle esperienze dei MOOC e a quelle dei corsi online) diventino pratica normale nelle università sarà necessario investire fortemente sulla formazione in servizio dei docenti e dei tecnici universitari. In ciò potrà essere d’aiuto la collaborazione con agenzie ed enti editoriali di ambito digitale, l’impegno ‘generoso’ e mirato dei quali potrà garantire l’apertura di nuovi specifici mercati, da affiancare seriamente a quelli tradizionali dell’editoria a stampa.

Tradizionalmente all’azione di insegnamento del docente universitario si accompagna un impegno di produzione di materiali di supporto alla sua e all’altrui attività. Alle dispense e i manuali a stampa andranno affiancati sempre più risorse e prodotti didattici di tipo multimediale e reticolare, maturati e convalidati all’interno delle esperienze di interazione educativa tra docenti e studenti.

Non è assurdo pensare a neo-pecie digitali realizzate in regime di self-publishing. Certo è un’eresia. Oggi. Ma un domani?

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