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Prima che all’AI, la scuola deve educare alle emozioni



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L’introduzione dell’Intelligenza Artificiale nelle scuole apre una questione che non riguarda solo competenze digitali e pensiero critico. Sempre più adolescenti usano chatbot per cercare conforto, consigli e ascolto, mentre l’educazione emotiva resta marginale nei percorsi scolastici

Pubblicato il 22 giu 2026

Gabriele Gobbo

Consulente e docente in digital marketing, divulgatore della cultura digitale



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L’Italia è spesso in ritardo sul digitale, si sa, e ogni volta che si parla di aggiornare i programmi scolastici qualcosa si inceppa per mancanza di fondi, di formazione, di infrastrutture. Questa volta il Ministero dell’Istruzione si è mosso con le linee guida per l’introduzione dell’Intelligenza Artificiale nelle scuole e un quadro normativo che prova a dare una direzione.

I programmi puntano a formare docenti e studenti sull’uso critico e consapevole dell’Intelligenza Artificiale, ed è un passo in qualche modo necessario. Quello che mi preoccupa è il pezzo mancante, che non è tecnico.

Il pezzo mancante nell’Intelligenza Artificiale a scuola

La scuola italiana dedica pochissimo spazio alle emozioni, alle relazioni e alla vita interiore dei ragazzi. Come si gestisce la rabbia o il rifiuto senza farsi travolgere. Come si sta in una relazione, come si riconosce quando una dinamica non è sana, cosa significa rispettare ed essere rispettati, come si impara a stare con la propria solitudine. Queste cose non hanno una materia, non hanno un voto, non entrano quasi mai in modo strutturato nei programmi.

Esistono esperienze di educazione affettiva e relazionale in alcune scuole, come in quella di mio figlio, portate avanti da insegnanti o psicologi con iniziative spesso estemporanee, ma manca qualcosa di sistematico, che faccia parte del percorso formativo con la stessa continuità di matematica o storia. In Italia quella conversazione non è ancora entrata davvero nell’agenda. Il vuoto c’è già, ed è grande. Introdurre l’Intelligenza Artificiale su quel vuoto significa aggiungere uno strumento potente che opera esattamente su quel terreno, in assenza di qualsiasi preparazione.

I ragazzi usano già l’AI per chiedere aiuto

Mentre costruiamo laboratori e percorsi, fuori dall’aula si sta già consumando qualcosa che i programmi non colgono. Secondo Save the Children, il 41,8% dei ragazzi tra i 15 e i 19 anni si è rivolto all’Intelligenza Artificiale per chiedere aiuto quando era triste, solo o ansioso. L’Osservatorio Indifesa 2026 di Terre des Hommes documenta che la metà di un campione di oltre duemila giovani italiani si è rivolta almeno una volta a un bot per consigli, in particolare per un problema sentimentale nel 24% dei casi e per supporto psicologico nel 21%.

Questi ragazzi usano già l’Intelligenza Artificiale per elaborare le proprie emozioni, e lo fanno senza che nessuno abbia mai spiegato loro cosa succede davvero dentro ai sistemi generativi. L’ho intuito anche in alcuni interventi dedicati ai ragazzi delle scuole, con loro in carne ed ossa davanti a me.

Si confidano dopo una litigata con un amico o con un genitore. Chiedono se una relazione è sana, se quello che sentono è normale, se l’altra persona li ama davvero. Cercano conforto dopo una delusione, risposte quando sono in dubbio su se stessi, compagnia nei momenti in cui non vogliono stare soli. Lo fanno con la stessa naturalezza con cui cercano un video su YouTube, ma quello che ottengono è qualcosa di diverso da un’informazione. Ottengono ascolto, o almeno qualcosa che gli assomiglia fin troppo.

Chatbot, empatia artificiale e fragilità emotiva

Un chatbot risponde sempre, a qualsiasi ora, senza stancarsi e senza giudicare. È progettato per sembrare empatico, per calibrare la risposta sul momento, per tenere l’utente dentro la conversazione. La particolarità di questi sistemi è che non vengono usati soltanto per ottenere informazioni. Arrivano spesso in momenti di fragilità o solitudine, e nella percezione di chi li usa assumono un ruolo diverso da quello di un semplice strumento: occupano uno spazio che fino a pochi anni fa apparteneva quasi esclusivamente alle persone. Un ragazzo che apre un’app quando sta male riceve qualcosa che lo fa sentire ascoltato. Quello che sente è reale come esperienza. Dall’altra parte, però, non c’è nessuno che sente qualcosa, perché le macchine non hanno emozioni. Quello che simulano è un prodotto costruito su miliardi di conversazioni umane, una forma di empatia artificiale che funziona benissimo come servizio e crea problemi quando diventa un punto di riferimento relazionale. E si sa, il nostro tempo è denaro, per chi progetta molte di queste app.

Per un adolescente la differenza tra le due cose non è sempre evidente, soprattutto quando l’alternativa è il silenzio. Ed è lì che nasce quello che chiamo Sentimento Sintetico. La definizione che ho costruito nel tempo è questa: un legame affettivo reale da parte dell’utente verso qualcosa che non ha la capacità di ricambiarlo. L’emozione è vera, l’attaccamento è reale e può diventare difficile da gestire. Quello che manca è la reciprocità, ma quella mancanza non si sente subito, soprattutto se non si ha ancora l’esperienza per riconoscerla. Non sono un medico, ma credo che col tempo quella dinamica diventi un’abitudine emotiva che modifica le aspettative: insegna che l’ascolto arriva su richiesta, che la risposta è sempre disponibile, che il conflitto non esiste. Le persone reali non funzionano così, e più quella abitudine si consolida più le relazioni vere sembrano difficili da gestire.

Normalizzare l’AI in classe senza dare un nome alle emozioni

Ora immaginiamo di portare questa stessa Intelligenza Artificiale in classe, normalizzarla come strumento didattico quotidiano, integrarla nella vita scolastica di un adolescente che già la usa per gestire le emozioni senza aver mai capito cosa gli sta succedendo. Stiamo rafforzando un’abitudine emotiva senza darle un nome, senza spiegarla, senza creare lo spazio per farsi le domande che contano.

Vale la pena fermarsi su questa distinzione, perché non è ovvia. Alfabetizzazione digitale e alfabetizzazione emotiva non sono la stessa cosa e non si sostituiscono a vicenda. La prima insegna a usare uno strumento in modo critico e consapevole. La seconda insegna a riconoscere cosa succede dentro di noi quando usiamo quello strumento, cosa muove, cosa crea, cosa lascia. Un ragazzo può imparare a riconoscere un’allucinazione di un modello linguistico, a valutare la credibilità di una fonte generata dall’AI, a capire come funziona un sistema di raccomandazione, e continuare a non avere nessuno strumento per capire perché si sente solo quando chiude quella app. Le due competenze devono crescere insieme.

Alfabetizzazione digitale e alfabetizzazione emotiva devono crescere insieme

Le linee guida ministeriali parlano di uso consapevole e pensiero critico, indicazioni giuste e necessarie. Sapere come funziona un modello linguistico, riconoscere un output generato, valutare l’affidabilità di una fonte artificiale sono competenze che servono. Quello che manca nei programmi, secondo me, è la domanda su cosa fa quella tecnologia quando entra nella vita emotiva di un ragazzo, su come insegnargli a riconoscere le emozioni che produce, su perché il conforto ricevuto da un chatbot è verosimile come esperienza ma non ha nessuno dall’altra parte che prova sentimenti. Quando parlo con insegnanti e genitori di questi temi, la reazione più comune è il riconoscimento: lo vedono nei ragazzi, lo intuiscono, ma non hanno gli strumenti per affrontarlo.

Anche noi adulti siamo già dentro questa trasformazione. Stiamo attraversando un cambiamento che riscrive il modo in cui cerchiamo compagnia, conforto, ascolto, e lo stiamo attraversando da sonnambuli digitali: usiamo questi strumenti per cose sempre più intime senza mai fermarci a chiederci cosa stiamo costruendo dentro di noi nel farlo. I genitori non sanno come parlare ai figli di questi temi, spesso perché non lo hanno capito nemmeno per se stessi. Se non sviluppiamo questa consapevolezza, penso che non avremo gli strumenti per trasmetterla, e il vuoto che vediamo oggi nei ragazzi lo ritroveremo moltiplicato domani.

Stiamo formando studenti che sanno usare l’AI o studenti che sanno stare con l’AI? Finché non diventano la stessa cosa, i piani formativi più ambiziosi rischiano di arrivare tardi su quello che conta davvero.

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