Il sistema della ricerca e dell’università italiana si trova oggi in una fase di trasformazione strutturale che non può più essere interpretata come un semplice ciclo riformatore o come un adeguamento incrementale a vincoli esterni.
Indice degli argomenti
Il cambiamento di paradigma nel sistema universitario italiano
Siamo di fronte a un cambio di paradigma che investe il senso stesso della produzione scientifica, il rapporto tra conoscenza e società e la legittimazione pubblica delle istituzioni accademiche.
In questo contesto, il Public Engagement emerge non più come una funzione accessoria o complementare, ma come architrave del futuro della ricerca, capace di integrare didattica, ricerca, innovazione e responsabilità sociale in un unico quadro coerente. Negli ultimi quindici anni, il dibattito internazionale sulla higher education ha progressivamente messo in discussione il modello tradizionale dell’università autoreferenziale, fondata su una netta separazione tra produzione del sapere e contesto sociale.
Le grandi transizioni – digitale, ecologica, demografica, geopolitica – hanno reso evidente che la ricerca non può più essere valutata esclusivamente sulla base di metriche interne al sistema accademico, ma deve essere giudicata anche per la sua capacità di generare valore pubblico, orientare decisioni collettive e contribuire alla resilienza dei territori.
Dal modello lineare alla Responsible Research and Innovation
Il paradigma classico della produzione scientifica, comunemente definito come linear model of innovation, si fondava su una sequenza razionale e gerarchica: ricerca di base, ricerca applicata, trasferimento tecnologico e, solo in ultima istanza, diffusione sociale dei risultati.
Questo modello presupponeva un contesto relativamente stabile, una chiara separazione tra produttori e utilizzatori della conoscenza e una fiducia implicita nella capacità del progresso scientifico di generare automaticamente benefici collettivi.
Oggi tale impostazione appare strutturalmente inadeguata. In sistemi caratterizzati da elevata complessità, interdipendenza e incertezza radicale, la conoscenza non segue più traiettorie lineari né può essere governata esclusivamente attraverso meccanismi top-down. Le grandi sfide contemporanee – cambiamento climatico, salute pubblica, transizione energetica, digitalizzazione, intelligenza artificiale, governance dei dati e sicurezza informativa – presentano caratteristiche di wicked problems: problemi mal definiti, dinamici, multi-attore e privi di soluzioni univoche.
La ricerca come processo iterativo e contestuale
In questi contesti, la produzione scientifica non può limitarsi a fornire risposte ex post, ma deve contribuire alla definizione stessa dei problemi, integrando saperi diversi, prospettive non accademiche e conoscenze situate. La ricerca diventa così un processo iterativo, adattivo e profondamente contestuale, in cui il valore non risiede solo nell’output scientifico, ma nella qualità delle interazioni che lo rendono possibile.
I principi della RRI e le politiche europee
È in questa cornice che si collocano approcci come la Responsible Research and Innovation (RRI), l’engaged scholarship e la co-production of knowledge. Tali paradigmi condividono l’idea che la ricerca debba essere non solo scientificamente rigorosa, ma anche socialmente responsabile, eticamente consapevole e orientata all’impatto.
La RRI, in particolare, introduce una visione sistemica della ricerca come attività anticipatoria (anticipation), riflessiva (reflexivity), inclusiva (inclusion) e responsiva (responsiveness), richiedendo ai ricercatori di interrogarsi ex ante sulle implicazioni sociali, economiche e normative delle proprie attività. A livello di policy, l’Unione Europea ha progressivamente incorporato questi principi nei programmi quadro per la ricerca e l’innovazione.
Già con Horizon 2020, e in modo ancora più esplicito con Horizon Europe, la Commissione Europea ha promosso l’integrazione tra eccellenza scientifica, impatto sociale, inclusività e responsabilità etica, superando una visione puramente tecnocratica dell’innovazione.
Accountability e legittimazione della ricerca
Il Public Engagement diventa, in questo contesto, non una componente accessoria, ma una infrastruttura cognitiva e istituzionale della ricerca: uno spazio di interazione strutturata tra comunità scientifica, decisori pubblici, imprese, società civile e cittadini. In questa prospettiva, rendere la ricerca accountable non significa limitarne l’autonomia o assoggettarla a logiche strumentali di breve periodo.
Al contrario, l’accountability assume una valenza epistemica e istituzionale: è la capacità della ricerca di rendere trasparenti i propri presupposti, i propri metodi e i propri esiti, consentendo alla società di comprenderne il valore, i limiti e le implicazioni. Il Public Engagement diventa così un meccanismo di legittimazione reciproca, in cui la scienza rafforza la propria autorevolezza non attraverso l’isolamento, ma attraverso il dialogo informato e la costruzione condivisa di senso. La transizione dal modello lineare a una ricerca responsabile e situata implica, infine, un profondo ripensamento delle competenze richieste ai ricercatori e alle istituzioni.
Accanto alle competenze disciplinari tradizionali, diventano centrali capacità di mediazione cognitiva, comunicazione scientifica avanzata, gestione dei processi partecipativi e comprensione dei contesti normativi e socio-economici. In questo senso, il Public Engagement non rappresenta solo una nuova missione dell’università, ma un nuovo paradigma professionale per la ricerca del XXI secolo.
Oltre la Terza Missione: una dimensione trasversale
Nel contesto italiano, il Public Engagement è stato inizialmente ricondotto alla cosiddetta Terza Missione, insieme al trasferimento tecnologico e alla valorizzazione economica della ricerca. Questa collocazione, sebbene utile in una fase di avvio, risulta oggi sempre più insufficiente. Separare formalmente didattica, ricerca e impatto sociale rischia di riprodurre una frammentazione che non riflette la realtà delle pratiche accademiche più avanzate.
Le riflessioni più recenti in ambito CRUI e ANVUR indicano un progressivo superamento di questa impostazione. Il Public Engagement viene sempre più interpretato come dimensione trasversale, che permea l’intero ciclo della conoscenza: dalla definizione delle agende di ricerca alla formazione degli studenti, fino alla restituzione dei risultati ai territori. In questa prospettiva, parlare di “terza missione” diventa concettualmente riduttivo: la relazione con la società non è una missione aggiuntiva, ma una condizione di possibilità per la ricerca contemporanea.
Il nodo critico della valutazione e degli incentivi
Uno degli snodi critici per il futuro del Public Engagement in Italia riguarda la valutazione. I sistemi di valutazione della ricerca hanno storicamente privilegiato indicatori bibliometrici e output scientifici tradizionali, come articoli su riviste indicizzate e impact factor.
Sebbene negli ultimi esercizi di valutazione siano stati introdotti elementi legati all’impatto sociale, il peso effettivo di queste dimensioni resta spesso marginale. Questo genera un disallineamento strutturale: da un lato, le istituzioni sollecitano docenti e ricercatori a investire in attività di Public Engagement; dall’altro, tali attività incidono in modo limitato sui percorsi di carriera e sui meccanismi di riconoscimento.
Il rischio è duplice: o il Public Engagement viene praticato in modo formale e strumentale, oppure resta confinato all’impegno volontaristico di singoli gruppi e individui. Superare questa impasse richiede un ripensamento profondo dei criteri di qualità della ricerca. Non si tratta di sostituire la valutazione dell’eccellenza scientifica, ma di integrare dimensioni diverse: rigore metodologico, rilevanza sociale, capacità di dialogo con gli stakeholder, sostenibilità degli impatti nel tempo.
Il PNRR come laboratorio istituzionale
Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha rappresentato un punto di svolta senza precedenti per il sistema italiano della ricerca. Le risorse straordinarie messe a disposizione hanno imposto una rapida evoluzione delle strutture organizzative, dei modelli di governance e delle modalità di collaborazione tra università, enti di ricerca, imprese e pubbliche amministrazioni.
Il PNRR ha reso evidente che il Public Engagement non è un esercizio teorico, ma una competenza operativa. I grandi progetti finanziati hanno richiesto la capacità di interagire con territori, comunità locali, imprese e istituzioni, spesso in contesti complessi e caratterizzati da aspettative elevate.
Allo stesso tempo, il PNRR ha messo in luce criticità strutturali: rigidità amministrative, carichi burocratici, difficoltà di coordinamento tra attori eterogenei. In questo senso, il PNRR può essere letto come un laboratorio istituzionale e, al tempo stesso, come uno stress test. Il futuro della ricerca italiana dipenderà dalla capacità di istituzionalizzare le lezioni apprese, trasformando pratiche emergenziali in modelli stabili di governance e di Public Engagement.
La dimensione territoriale e la coesione sociale
Un elemento centrale del dibattito sul Public Engagement riguarda la dimensione territoriale. Il sistema universitario italiano è fortemente policentrico e caratterizzato da profonde differenze tra aree metropolitane e contesti periferici. In questo quadro, il Public Engagement può diventare uno strumento strategico per ridurre le disuguaglianze territoriali e rafforzare la coesione sociale. Le università non sono semplicemente luoghi di produzione del sapere, ma attori territoriali con un impatto diretto su economie locali, capitale umano e reti sociali.
Le politiche europee di specializzazione intelligente (S3) riconoscono esplicitamente questo ruolo, invitando le istituzioni accademiche a partecipare attivamente alla definizione delle traiettorie di sviluppo regionale. Perché ciò avvenga, è necessario superare una visione estrattiva della ricerca – in cui il territorio è solo fonte di dati – e promuovere modelli di reciprocità, in cui la conoscenza prodotta ritorna alle comunità sotto forma di competenze, strumenti decisionali e capacità di resilienza.
Autonomia responsabile e nuovi modelli di governance
Il rafforzamento del Public Engagement solleva inevitabilmente interrogativi sulla governance della ricerca. Come bilanciare autonomia scientifica e responsabilità sociale? Come evitare che l’orientamento all’impatto si traduca in una subordinazione della ricerca a logiche di breve periodo?
La risposta non risiede in un controllo esterno più stringente, ma nello sviluppo di modelli di autonomia responsabile. In questa prospettiva, l’autonomia accademica non viene ridotta, ma ridefinita come capacità di assumersi la responsabilità delle proprie scelte, rendendo espliciti obiettivi, metodi e impatti. Il Public Engagement diventa così uno strumento di governance, non nel senso burocratico del termine, ma come meccanismo di legittimazione. Un’università che dialoga con la società, che ascolta e restituisce valore, rafforza la propria posizione e la propria credibilità nel lungo periodo.
Una nuova identità per la ricerca italiana
Il futuro della ricerca in Italia non dipende da una singola riforma o da un nuovo indicatore di valutazione. Dipende dalla capacità del sistema di ripensare la propria identità, integrando eccellenza scientifica, responsabilità sociale e impatto territoriale in un quadro coerente. Il Public Engagement non è una moda né un’etichetta istituzionale, ma una trasformazione profonda del modo in cui la conoscenza viene prodotta, condivisa e utilizzata.
In un contesto di risorse limitate e aspettative crescenti, investire in Public Engagement significa investire nella sostenibilità del sistema della ricerca, nella fiducia dei cittadini e nella capacità del Paese di affrontare le sfide future con strumenti cognitivi adeguati. In definitiva, una ricerca che dialoga con la società non è una ricerca più debole o meno rigorosa. È una ricerca più forte, più legittima e più necessaria. E proprio in questa direzione si gioca il futuro dell’università italiana.














