Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR): cos'è e novità 2021

L'analisi

PNRR – Piano nazionale di Ripresa e Resilienza: cos’è e novità 2021

Il PNRR – Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ammonta complessivamente a 235,12 miliardi di euro, per la prima missione dedicata a “Digitalizzazione, Innovazione, Competitività, Cultura” sono stanziati 49,86 miliardi: ecco tutti i dettagli

13 Mag 2021
Maurizio Carmignani

Founder & CEO - Management Consultant, Trainer & Startup Advisor

PNRR

Il PNRR – Piano nazionale di ripresa e resilienza, rappresenta un’opportunità imperdibile di sviluppo, investimenti e riforme il cui scopo è quello di riprendere un percorso di crescita economica sostenibile e duraturo rimuovendo gli ostacoli che hanno bloccato la crescita italiana negli ultimi decenni.

L’Italia è la prima beneficiaria in Europa dei due strumenti del piano NextGeneration UE: il Dispositivo per la Ripresa e Resilienza (RRF) e il Pacchetto di assistenza alla Ripresa per la Coesione e i Territori di Europa (REACT-EU). Il solo RRF garantisce risorse per 191,5 miliardi di euro, da impiegare nel periodo 2021-2026, delle quali 68,9 miliardi sono sovvenzioni a fondo perduto. Il Presidente Mario Draghi ha confermato che l’Italia intende utilizzare appieno la disponibilità di finanziamenti tramite i prestiti della RRF stimata in 122,6 miliardi.

Alle risorse vere e proprie del PNRR si assommano quelle del React EU, pari a 13 miliardi e quelle del Fondo Complementare paria 30,62 miliardi. Complessivamente 235,12 miliardi di euro.

La prima missione, “Digitalizzazione, Innovazione, Competitività, Cultura”, stanzia 49,86 miliardi – di cui 40,32 miliardi dal Dispositivo per la Ripresa e la Resilienza e 8,74 miliardi dal Fondo. 

Il 27 aprile il Governo ha pubblicato la tabella di ripartizione delle risorse del Fondo complementare, cioè risorse aggiuntive dello Stato. Riguardo alla prima missione, è interessante notare come per la componente “Digitalizzazione, innovazione e competitività nel sistema produttivo” siano stati destinati 5,88 miliardi di euro, di cui 4,48 al piano Transizione 4.0.

Le stime sugli impatti del PNRR previste dal governo sono significative e riguarderanno le principali variabili macroeconomiche, l’inclusione sociale, lo sviluppo sostenibile e l’equità. In termini numerici si afferma che nel 2026, anno di conclusione del Piano il prodotto interno lordo sarà di almeno 3,6 per cento più alto rispetto all’andamento tendenziale e l’occupazione di quasi 3 punti percentuali. Inoltre, si prevedono significativi miglioramenti negli indicatori che misurano la povertà, le diseguaglianze di reddito e l’inclusione di genere, e un marcato calo del tasso di disoccupazione giovanile.

PNRR – Piano nazionale di ripresa e resilienza, cosa dice

Il 12 gennaio 2021 il Consiglio dei ministri approvava l’ultima versione del Piano Nazionale di ripresa e resilienza da inviare a Camera e Senato per le loro valutazioni. Il Parlamento ha svolto un approfondito esame, approvando le proprie conclusioni il 31 marzo 2021.

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Nel mese di aprile 2021, il piano è stato discusso con gli enti territoriali, le forze politiche e le parti sociali Il Piano nazionale di ripresa e resilienza è lo strumento che dovrà dare attuazione, in Italia, al programma Next Generation EU. L’azione di rilancio del Piano è guidata dagli obiettivi di policy e interventi connessi ai tre assi strategici condivisi a livello europeo:

  • digitalizzazione e innovazione,
  • transizione ecologica,
  • inclusione sociale.

Il Piano si articola in sedici Componenti, le quali sono raggruppate in sei Missioni.

  1. Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura: è costituita da 3 componenti e si pone come obiettivo la modernizzazione digitale delle infrastrutture di comunicazione del Paese, nella Pubblica Amministrazione e nel suo sistema produttivo. Una componente è dedicata ai settori che più caratterizzano l’Italia e ne definiscono l’immagine nel mondo: il turismo e la cultura. 49,86 miliardi – di cui 40,32 miliardi dal Dispositivo per la Ripresa e la Resilienza, 8,74 miliardi dal Fondo complementare e 0,80 dal React EU.
  2. Rivoluzione verde e transizione ecologica: si struttura in 4 componenti ed è volta a realizzare la transizione verde ed ecologica della società e dell’economia italiana coerentemente con il Green Deal europeo: 69,94 miliardi – di cui 59,47 miliardi dal Dispositivo per la Ripresa e la Resilienza,  9,16 miliardi dal Fondo complementare e 1,31 dal React EU.
  3. Infrastrutture per una mobilità sostenibile: è articolata in 2 componenti e si pone l’obiettivo di rafforzare ed estendere l’alta velocità ferroviaria nazionale e potenziare la rete ferroviaria regionale, con una particolare attenzione al Mezzogiorno: 31,46 miliardi– di cui 25,40 miliardi dal Dispositivo per la Ripresa e la Resilienza e 6,06 miliardi dal Fondo complementare.
  4. Istruzione e ricerca: pone al centro i giovani ed affronta uno dei temi strutturali più importanti per rilanciare la crescita potenziale, la produttività, l’inclusione sociale e la capacità di adattamento alle sfide tecnologiche e ambientali del futuro: 33,81 miliardi di cui 30,88 miliardi dal Dispositivo per la Ripresa e la Resilienza, 1 miliardo dal Fondo complementare e 1,93 miliardi dal React EU.
  5. Inclusione e coesione: è suddivisa in 3 componenti e comprende una revisione strutturale delle politiche attive del lavoro, un rafforzamento dei centri per l’impiego e la loro integrazione con i servizi sociali e con la rete degli operatori privati: 29,83 miliardi di cui 19,81 miliardi dal Dispositivo per la Ripresa e la Resilienza, 2,77 miliardi dal Fondo complementare e 7,25 miliardi dal React EU.
  6. Salute si articola in 2 componenti ed è focalizzata su due obiettivi: il rafforzamento della rete territoriale e l’ammodernamento delle dotazioni tecnologiche del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) con il rafforzamento del Fascicolo Sanitario Elettronico e lo sviluppo della telemedicina: 20,23 miliardi di cui 15,63 miliardi dal Dispositivo per la Ripresa e la Resilienza, 2,89 miliardo dal Fondo complementare e 1,71 miliardi dal React EU

Le risorse a disposizione

Il Governo intende richiedere il massimo delle risorse RRF, pari a 191,5 miliardi di euro, divise in 68,9 miliardi di euro in sovvenzioni e 122,6 miliardi di euro in prestiti. Il primo 70 per cento delle sovvenzioni è già fissato dalla versione ufficiale del Regolamento RRF, mentre la rimanente parte verrà definitivamente determinata entro il 30 giugno 2022 in base all’andamento del PIL degli Stati membri registrato nel 2020-2021 secondo le statistiche ufficiali. L’ammontare dei prestiti RRF all’Italia è stato stimato in base al limite massimo del 6,8 per cento del reddito nazionale lordo d’accordo con la task force della Commissione.

PNRR

Le risorse del Fondo complementare

Alle risorse del Piano NetGen UE si aggiungono quelle del Fondo complementare, risorse che il Governo stanzia per i progetti che non vengono coperti dai fondi europei. Il 27 aprile è stata pubblicata dal Governo la tabella con la ripartizione dei fondi per ogni ambito di destinazione.

PNRR - Fondo complementare

PNRR - Fondo complementare

La governance del PNRR

Nel nuovo documento si delinea con maggiore articolazione e precisione quando anticipato nei precedenti interventi del Presidente del Consiglio Draghi e del Ministro Franco. Lo schema di governance prevede una struttura di coordinamento centrale presso il Ministero dell’Economia, questa struttura supervisionerà l’attuazione del piano e predisporrà l’invio delle richieste di pagamento alla Commissione Europea. Accanto alla struttura di coordinamento, ci saranno due strutture: una per la valutazione e un’altra dedicata al controllo. Le singole amministrazioni saranno responsabili degli investimenti e delle riforme di loro competenza e invieranno i resoconti alla struttura di coordinamento centrale.

Inoltre, il governo affiancherà delle task force che possano supportare le amministrazioni territoriali per migliorare la loro capacità di investimento semplificandone le procedure. La supervisione politica del piano è affidata a un comitato istituito presso la Presidenza del Consiglio a cui partecipano i ministri competenti.

Governo Draghi e PNRR: obiettivi e riforme

Il 17 febbraio 2021, nel discorso del neo Primo Ministro Mario Draghi in Senato per la fiducia al nuovo Governo rispetto al Piano Nazionale di ripresa e resilienza ha spiegato che le Missioni del Programma potranno essere rimodulate e riaccorpate, ma non cambieranno. Draghi ha evidenziato la necessità di rafforzare gli obiettivi strategici e le conseguenti riforme del PNRR, prima di tutto per quanto riguarda gli obiettivi strategici e le riforme che li accompagnano.

Partendo da questa visione strategica, il PNRR si presenta come fulcro per gli obiettivi del prossimo decennio, permettendo di definire i traguardi da raggiungere nel 2026 prima e poi nel 2030 e 2050. Un anno importante quest’ultimo, in quanto l’UE desidera arrivare a zero emissioni nocive per l’ambiente. Draghi ha annunciato l’intenzione di selezionare progetti e iniziative coerenti con gli obiettivi strategici del PNRR, assicurando che la spinta all’occupazione sia forte a cominciare da quest’anno.

PNRR, la missione Digitalizzazione, innovazione e cultura

La missione da perseguire è quella della trasformazione digitale del Paese, grazie alla quale si innescherà un vero e proprio cambiamento strutturale. La digitalizzazione, si sottolinea, riguarda trasversalmente tutte e sei le missioni.

  • Riguarda la scuola nei suoi programmi didattici, nelle competenze di docenti e studenti, nelle sue funzioni amministrative, nei suoi edifici;
  • Riguarda la sanità nelle sue infrastrutture ospedaliere, nei dispositivi medici, nelle competenze e nell’aggiornamento del personale, al fine di garantire il miglior livello di sanità pubblica a tutti i cittadini;
  • Riguarda il continuo e necessario aggiornamento tecnologico nell’agricoltura, nei processi industriali e nel settore terziario;
  • Riguarda, infine, la pubblica amministrazione in modo capillare con importanti riflessi sulle dotazioni tecnologiche, sul capitale umano e infrastrutturale, sulla sua organizzazione e sulle modalità di erogazione dei servizi ai cittadini.

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PNRR e digitalizzazione della PA

All’interno del perimetro di questo capitolo del PNRR è chiara la naturale focalizzazione sulla indispensabile automazione e digitalizzazione della pubblica amministrazione. Il livello di competitività di un paese passa attraverso la velocità di erogazione dei servizi, in particolare il tema della giustizia diventa centrale nella possibilità di diminuire l’incertezza della durata dei processi per aumentare il livello di attrattività di investimenti esteri.

Il periodo del primo lockdown con l’adozione da parte della PA di quello che erroneamente, a tutti i livelli, dalle istituzioni ai media, è stato chiamato smart working e il successivo mantenimento della modalità di lavoro a distanza, sia nella fase della contrazione dei contagi fino ad oggi con le regioni colorate di giallo, arancio e rosso, ha di fatto rotto molti argini delle resistenze più estreme e di fatto reso implementabile ciò che prima era giudicato impossibile. Le risorse ci sono, le priorità sembrano ben chiare ci si augura che tutto sarà affidato a mani competenti che in Italia fortunatamente esistono.

Questa componente nel nuovo PNRR si sostanzia in:

  • Un programma di digitalizzazione della Pubblica Amministrazione che includa ogni tassello/abilitatore tecnologico necessario ad offrire i suoi servizi efficacemente, in sicurezza e con facilità a cittadini e imprese: infrastrutture, interoperabilità, piattaforme e servizi, e cybersecurity;
  • Misure propedeutiche alla piena realizzazione delle riforme chiave delle Amministrazioni Centrali, quali lo sviluppo e l’acquisizione di (nuove) competenze per il personale della PA (anche con il miglioramento dei processi di upskilling e di aggiornamento delle competenze stesse) e una significativa semplificazione/sburocratizzazione delle procedure chiave, incluso uno sforzo dedicato al Ministero della Giustizia per lo smaltimento del backlog di pratiche.

Questa componente riguarda dunque la Pubblica Amministrazione in modo capillare con importanti riflessi sulle dotazioni tecnologiche, sul capitale umano e infrastrutturale, sulla sua organizzazione, sui suoi procedimenti e sulle modalità di erogazione dei servizi ai cittadini.

PNRR e Transizione 4.0

La Componente 2 della Missione ha l’obiettivo di promuovere l’innovazione e la digitalizzazione del sistema produttivo. Prevede significativi interventi trasversali ai settori economici come l’incentivo degli investimenti in tecnologia (Transizione 4.0 – con meccanismi che includono l’utilizzo della leva finanziaria per massimizzare le risorse disponibili), ricerca e sviluppo e l’avvio della riforma del sistema di proprietà industriale.

Supporta, con interventi mirati, i settori ad alto contenuto tecnologico e sinergici con iniziative strategiche Europee (ad es. tecnologie satellitari) che possono contribuire allo sviluppo di competenze distintive. Introduce uno sforzo dedicato alla trasformazione delle piccole e medie imprese, un elemento fortemente caratterizzante del sistema produttivo italiano, tramite misure a supporto dei processi di internazionalizzazione (posizionamento del Made in Italy) e della competitività delle filiere industriali, con focus specifico su quelle più innovative e strategiche.

Infine, ma non per ultimo include importanti investimenti per garantire la copertura di tutto il territorio con reti a banda ultra-larga (fibra FTTH, FWA e 5G), condizione necessaria per consentire alle imprese di catturare i benefici della digitalizzazione e più in generale per realizzare pienamente l’obiettivo di gigabit society.

 

PNRR, cultura e turismo

Il turismo rappresenta il 13% del Pil ed è uno dei settori maggiormente colpiti dalla crisi del Covid. Il comparto turistico ha un potenziale inespresso legato alla forte stagionalità del settore, dovuta a vincoli strutturali e di organizzazione del lavoro di stampo fordista e limitata promozione e sviluppo di offerta per la bassa stagione. Più del 50% del valore diretto dell’indotto è concentrato tra giugno e settembre, con strutture sottoutilizzate per gran parte dell’anno: media utilizzazione 67 ad agosto vs 16 a novembre. Inoltre, pur presentando un incomparabile patrimonio paesaggistico e culturale, l’Italia presenta ancora molti territori e destinazioni dal potenziale turistico inespresso.

Se il vincolo dell’organizzazione fordista e i rischi del fenomeno dell’OverTourism in qualche modo sono stati neutralizzati dalla pandemia e dall’accelerazione del digitale, forse su questa componente si perde una occasione. Il turismo, in parole semplici, come ogni altro settore, dovrebbe essere guidato da una strategia che include la capacità di avere visione e non soltanto da investimenti infrastrutturali che sono sicuramente indispensabili ma non sufficienti.

Gli interventi si legge nel PNNR non sono dedicati solo ai “grandi attrattori”, ma anche alla tutela e alla valorizzazione dei siti minori (ad esempio i “borghi”) nonché alla rigenerazione delle periferie urbane, valorizzando luoghi identitari e rafforzando al tempo stesso il tessuto sociale del territorio. Gli interventi saranno abbinati a sforzi di miglioramento delle strutture turistico-ricettive e dei servizi turistici, al fine di migliorare gli standard di offerta e aumentare l’attrattività complessiva. Questi interventi di riqualificazione/rinnovamento dell’offerta seguiranno una filosofia di sostenibilità ambientale e pieno sfruttamento delle potenzialità del digitale, facendo leva sulle nuove tecnologie per offrire nuovi servizi e migliorare l’accesso alle risorse turistiche/culturali.

I problemi prima della pandemia

Nella premessa alla nuova versione del PNRR il Presidente Mario Draghi afferma che la pandemia Covid-19 ha colpito l’economia italiana più di altri Paesi europei. Nel 2020, infatti, il prodotto interno lordo si è ridotto dell’8,9 per cento, a fronte di un calo nell’Unione Europea del 6,2. La crisi si è dipanata su un Paese dal punto di vista economico, sociale ed ambientale, instabile e fragile. Tra il 1999 e il 2019, il PIL in Italia è cresciuto in totale del 7,9 per cento. Nello stesso periodo in Germania, Francia e Spagna, l’aumento è stato rispettivamente del 30,2, del 32,4 e 43,6 per cento. Tra il 2005 e il 2019, il numero di persone sotto la soglia di povertà è salita dal 3,3 per cento al 7,7 per cento della popolazione – prima di aumentare ulteriormente nel 2020 fino al 9,4 per cento.

Particolarmente colpite le categorie più fragili: donne e giovani. L’Italia è il Paese dell’UE con il più alto tasso di giovani tra i 15 e i 29 anni non impegnati nello studio, nel lavoro o nella formazione (NEET), e il tasso di partecipazione delle donne al lavoro in Italia è solo il 53,1 per cento, molto al di sotto del 67,4 per cento della media europea. Questi problemi sono ancora più accentuati nel Mezzogiorno, dove il processo di convergenza con le aree più ricche del Paese è ormai fermo.

Dietro l’incapacità dell’economia italiana di tenere il passo con gli altri paesi avanzati europei e di correggere i suoi squilibri sociali ed ambientali, c’è l’andamento della produttività, molto più lento in Italia che nel resto d’Europa. Negli ultimi vent’anni, dal 1999 al 2019, il PIL per ora lavorata in Italia è cresciuto del 4,2 per cento, mentre in Francia e Germania è aumentato rispettivamente del 21,2 e del 21,3 per cento. La produttività totale dei fattori, un indicatore che misura il grado di efficienza complessivo di un’economia, è diminuita del 5,8 per cento tra il 2001 e il 2019, a fronte di un generale aumento a livello europeo.

Tra le cause del deludente andamento della produttività c’è l’incapacità di cogliere le molte opportunità legate alla rivoluzione digitale. Questo ritardo è dovuto sia alla mancanza di infrastrutture adeguate, sia alla struttura del tessuto produttivo italiano, caratterizzato da una prevalenza di piccole e medie imprese, che sono state spesso lente nel muoversi verso produzioni di più alto valore aggiunto. La scarsa familiarità con le nuove tecnologie digitali caratterizza d’altronde anche il settore pubblico. Prima dello scoppio della pandemia, il 98,8 percento dei dipendenti dell’amministrazione pubblica in Italia non aveva mai utilizzato il lavoro agile. Anche durante la pandemia, a fronte di un potenziale di lavoro agile nei servizi pubblici pari a circa il 36 per cento, l’utilizzo effettivo è stato del 33 per cento, con livelli più bassi, di circa 10 punti percentuali, nel Mezzogiorno.

Questi ritardi sono in parte legati al calo degli investimenti pubblici e privati, che hanno rallentato i necessari processi di modernizzazione della pubblica amministrazione, delle infrastrutture e delle filiere produttive. Nel ventennio 1999-2019 gli investimenti totali in Italia sono cresciuti del 66 per cento a fronte del 118 per cento nella zona euro. In particolare, mentre la quota di investimenti privati è aumentata, quella degli investimenti pubblici è diminuita, passando dal 14,5 per cento degli investimenti totali nel 1999 al 12,7 per cento fino al 2019. Le riforme strutturali sono essenziali per migliorare la qualità della spesa da parte delle amministrazioni pubbliche e incoraggiare i capitali privati verso investimenti e innovazione.

Un recente studio della Banca d’Italia trova che le riforme introdotte nell’ultimo decennio in materia di giustizia civile, liberalizzazione dei servizi e incentivi all’innovazione hanno contribuito ad accrescere il PIL nel 2019 di una percentuale tra il 3 per cento e il 6 per cento, con ulteriori effetti previsti nel decennio successivo. È un impatto significativo, che può essere ulteriormente rafforzato con una nuova agenda di semplificazioni.

PNRR e confronti internazionali

Per cercare di comprendere, come da prassi della consulenza manageriale l’”AS IS”, è opportuno utilizzare anche gli strumenti e le tecniche di benchmarking. Occupandoci di innovazione e digitalizzazione siamo andati a cercare un indice, tra i tanti, che potesse esprimere il posizionamento dell’Italia su questo versante. Ogni anno, ad esempio, il Bloomberg Innovator Index misura la competitività dei paesi attraverso una serie di indicatori per mettere le diverse economie a confronto. La misura è decisa su sette metriche distinte:

  • spesa in ricerca e sviluppo;
  • brevetti (da quelli registrati agli investimenti garantiti);
  • efficienza nell’educazione avanzata (dal numero di laureati alla scelta di materie ad alta intensità tecnologica);
  • valore aggiunto della manifattura;
  • produttività del lavoro;
  • densità delle imprese high-tech;
  • concentrazione dei ricercatori.

Nel 2020, dato quindi pre-pandemia, la Germania è diventata la leader in questa competizione togliendo lo scettro alla Corea del Sud che per sei anni aveva primeggiato in questa speciale classifica. Le prime cinque posizioni della lista di 200 paesi analizzati sono occupate da Singapore, Svizzera e Svezia. L’Italia all’inizio del 2020, guadagnando due posizioni in classifica in un solo anno si trovava al 19esimo posto, tra Regno Unito e Australia.

Lo scenario futuro

La chiave di volta per la crescita e la sostenibilità economica non può passare solamente dalla ricerca di nuovi lavoratori ma passa dalla trasformazione dell’organizzazione del lavoro attraverso l’automazione e la digitalizzazione. Anche per il Giappone la pandemia Covid-19 ha impresso una forte accelerazione al passaggio verso il digitale, l’occasione ora diventa ghiotta per riuscire a muoversi ancora più velocemente in quella direzione unitamente a un grande piano di reskilling per i lavoratori. Il McKinsey Global Institute (MGI) stima che il Giappone avrà bisogno di un incremento di 2,5 volte della produttività nei prossimi 10 anni per mantenersi ai livelli di crescita ottenuti negli ultimi anni. Anche riuscendo a raggiungere questi risultati in termini di aumento della produttività, il Giappone probabilmente dovrà affrontare una carenza di manodopera.

Prima della pandemia, il Giappone era sulla buona strada per riuscire ad automatizzare il 27 per cento delle attività entro il 2030. Con questa tendenza sostituirebbe di 16,6 milioni di persone ma lascerebbe comunque il paese con un deficit di 1,5 milioni di lavoratori in dieci anni. Ricercatori hanno stimato che l’automazione potrebbe attestarsi intorno al 56% delle attività lavorative svolte in tutto Giappone, consentendo alle aziende di ridurre i costi e aumentare la produttività nonostante la contrazione della forza lavoro.

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