Piano nazionale di ripresa e resilienza, la grande scommessa per dare un futuro all'Italia | Agenda Digitale

l'analisi

Piano nazionale di ripresa e resilienza, la grande scommessa per dare un futuro all’Italia

La chiave di volta per la crescita e la sostenibilità economica dell’Italia non può passare solamente dalla ricerca di nuovi lavoratori ma dalla trasformazione dell’organizzazione del lavoro attraverso automazione e digitalizzazione. Ecco lo spirito del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) da 196 miliardi

09 Dic 2020
Maurizio Carmignani

Founder & CEO - Management Consultant, Trainer & Startup Advisor

Italia digitale

In Italia siamo stati i primi ad essere coinvolti dall’epidemia in Europa, in termini strategici ciò significa avere la possibilità di essere i primi a individuare una via di uscita, offrendo un esempio concreto di soluzione realizzata con equilibrio.

Quest’ambizione si esprime ora nel Piano nazionale di ripresa e resilienza, (Pnrr) che abbiamo letto in bozza. Piano che inizia a mettere nero su bianco i progetti e ci permette di entrare nel merito delle direttrici delineate dal perimetro dell’intervento, dei pesi diversi scelti tra le diverse opzioni in campo.

L’obiettivo del Governo è diventare leader e non restare follower costruendo un ecosistema positivo per far ripartire il nostro sistema economico attraverso una visione nuova e con il necessario sprint proprio per riuscire a solcare per primi le praterie che si potrebbero aprire in termini di crescita inorganica.

Ricordiamo che il Recovery Plan vale complessivamente per l’Italia 196 miliardi di euro.  

I contenuti del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr)

Il piano nazionale di ripresa e resilienza suddivide le risorse stanziate, pari a 196 miliardi di euro, facendo leva su le seguenti linee strategiche:

  • Modernizzazione del Paese;
  • Transizione ecologica;
  • Inclusione sociale e territoriale;
  • Parità di genere.

Le linee strategiche vengono declinate in sei missioni che rappresentano le aree “tematiche” strutturali dell’intervento.

1. Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura

2. Rivoluzione verde e transizione ecologica

3. Infrastrutture per una mobilità sostenibile

4. Istruzione e ricerca

5. Parità di genere, coesione sociale e territoriale

6. Salute.

Ciascuna missione è suddivisa in componenti funzionali a realizzare gli obiettivi economici e sociali definiti nella strategia del Governo, cui sono associate le riforme necessarie.

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La governance

I soggetti attuatori sono i Ministeri, le amministrazioni o le società e gli enti pubblici individuati di volta in volta. I soggetti attuatori sono supportati da una struttura di missione e da dei responsabili di missione che curano l’elaborazione del cronoprogramma dei progetti rientranti nel proprio ambito di competenza e il relativo stato di avanzamento, assicurandone il periodico e costante aggiornamento. Il testo spiega che un comitato di responsabilità sociale, composto da rappresentanti delle categorie produttive, del sistema dell’università e della ricerca scientifica seguirà l’attuazione del Piano e fornirà pareri e suggerimenti.

Al comitato potranno essere anche chieste consulenze in relazione a specifiche problematiche concernenti l’attuazione degli interventi rientranti nel piano.

Sull’attuazione del piano “vigilerà con compiti di indirizzo, coordinamento e controllo un Comitato esecutivo” composto da presidente del Consiglio e ministri dell’Economia e dello Sviluppo economico.

Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura

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Abbiamo deciso di guardare con attenzione il capitolo riguardante la digitalizzazione, l’innovazione, la competitività e la cultura.

“La necessità di digitalizzare il Paese è pervasiva, come ben sottolineato dall’atto di indirizzo formulato dal Parlamento. Nel confronto europeo, l’Italia sconta un notevole ritardo nei processi di digitalizzazione e modernizzazione ben evidenziato dal Digital Economy and Society Index l’Italia è agli ultimi posti, davanti solo a Romania, Grecia e Bulgaria.”

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La missione da perseguire è quella della trasformazione digitale del Paese, grazie alla quale si innescherà un vero e proprio cambiamento strutturale.

La digitalizzazione, si sottolinea, riguarda trasversalmente tutte e sei le missioni.

  • Riguarda la scuola nei suoi programmi didattici, nelle competenze di docenti e studenti, nelle sue funzioni amministrative, nei suoi edifici;
  • Riguarda la sanità nelle sue infrastrutture ospedaliere, nei dispositivi medici, nelle competenze e nell’aggiornamento del personale, al fine di garantire il miglior livello di sanità pubblica a tutti i cittadini;
  • Riguarda il continuo e necessario aggiornamento tecnologico nell’agricoltura, nei processi industriali e nel settore terziario;
  • Riguarda, infine, la pubblica amministrazione in modo capillare con importanti riflessi sulle dotazioni tecnologiche, sul capitale umano e infrastrutturale, sulla sua organizzazione e sulle modalità di erogazione dei servizi ai cittadini.

La missione “Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura” ruota attorno a due assi portanti: la digitalizzazione del settore pubblico e l’integrazione delle nuove tecnologie da parte del settore privato.

Si concretizza in tre linee d’azione:

  • Digitalizzazione, innovazione e sicurezza informatica nella PA;
  • Innovazione, competitività, digitalizzazione 4.0 e internazionalizzazione;
  • Cultura e Turismo.

Per quanto riguarda gli investimenti in cui si concretizzano le tre componenti della missione digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura, questi sono distribuiti su 13 progetti, per un ammontare complessivo di risorse pari a 48,7 miliardi di euro.

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  1. La prima componente – Digitalizzazione, innovazione e sicurezza nella PA – ha come obiettivo un radicale salto di qualità della PA, attraverso la trasformazione digitale del settore pubblico e una sua conseguente riforma strutturale.
  2. La seconda componente – Innovazione, competitività, digitalizzazione 4.0 e internazionalizzazione – ha come obiettivo quello di favorire l’accelerazione della transizione digitale delle imprese, soprattutto delle PMI.
  3. Nella terza componente “Cultura e Turismo” si concentrano gli interventi in due dei settori maggiormente colpiti dalla pandemia che necessitano un sostegno specifico per accompagnarne la ripresa e rafforzarne la resilienza per il futuro.

Ognuna delle tre componenti si articola in diversi progetti che qui di seguito riportiamo schematicamente come presentati nel documento in bozza.

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Un primo commento su area digitale

Il dado sembra sia stato tratto. Cosa sarà fatto è indicato nel documento. Sicuramente ci sarà una fase di negoziazione e assestamento sui contenuti strategici ma molta della bagarre politica avverrà all’interno dell’arena del chi, come e quando.

Rimanendo all’interno del perimetro di questo capitolo del Pnrr è chiara la naturale focalizzazione sulla indispensabile automazione e digitalizzazione della pubblica amministrazione. Il livello di competitività di un paese passa attraverso la velocità di erogazione dei servizi, in particolare il tema della giustizia diventa centrale nella possibilità di diminuire l’incertezza della durata dei processi per aumentare il livello di attrattività di investimenti esteri. Il periodo del primo lockdown con l’adozione da parte della PA di quello che erroneamente, a tutti i livelli, dalle istituzioni ai media, è stato chiamato smartworking e il successivo mantenimento della modalità di lavoro a distanza, sia nella fase della contrazione dei contagi fino ad oggi con le regioni colorate di giallo, arancio e rosso, ha di fatto rotto molti argini delle resistenze più estreme e di fatto reso implementabile ciò che prima era giudicato impossibile. Le risorse ci sono, le priorità sembrano ben chiare ci si augura che tutto sarà affidato a mani competenti che in Italia fortunatamente esistono.

Un po’ più complessa la situazione nella seconda componente di spesa: innovazione, competitività, digitalizzazione 4.0 e internazionalizzazione. Opinione di chi scrive è l’assenza di una visione completa e chiara e una certa volontà celatamente espressa di far diventare il pubblico il principale se non unico demiurgo della crescita. Le risorse che saranno impiegate sono importanti ma in questo capitolo i temi sembrano essere tanti e un po’ slegati tra loro.

Il tema delle PMI, che dovrebbe essere trattato come la trasformazione di un arcipelago di piccolissime, piccole e medie imprese in ecosistemi complessi, digitali e dialoganti necessita di un approfondimento strategico che potrebbe anche passare attraverso la cooptazione dei soggetti protagonisti e non soltanto attraverso un sistema di investimenti e incentivi all’investimento che male non fa ma che rischia di non essere sufficiente alla trasformazione auspicata. Il mio auspicio è l’attivazione della partecipazione oltre che di Manager importanti di Imprenditori illuminati. Anni fa in una riunione, un importante Assessore alle attività produttive e ai servizi di una regione italiana, lamentava l’assenza sul territorio di Manager. Spiegai sommessamente che i Manager sono una conseguenza delle Imprese. Ecco, per certi versi si sconta ancora questa idea.

Cultura e turismo

La terza componente è quella della Cultura e del Turismo. Il turismo rappresenta il 13% del Pil ed è uno dei settori maggiormente colpiti dalla crisi del Covid. Il comparto turistico ha un potenziale inespresso legato alla forte stagionalità del settore, dovuta a vincoli strutturali e di organizzazione del lavoro di stampo fordista e limitata promozione e sviluppo di offerta per la bassa stagione. Più del 50% del valore diretto dell’indotto è concentrato tra giugno e settembre, con strutture sottoutilizzate per gran parte dell’anno: media utilizzazione 67 ad agosto vs 16 a novembre. Inoltre, pur presentando un incomparabile patrimonio paesaggistico e culturale, l’Italia presenta ancora molti territori e destinazioni dal potenziale turistico inespresso.

Se il vincolo dell’organizzazione fordista e i rischi del fenomeno dell’OverTourism in qualche modo sono stati neutralizzati dalla pandemia e dall’accelerazione del digitale, forse su questa componente si perde una occasione. Il turismo, in parole semplici, come ogni altro settore, dovrebbe essere guidato da una strategia che include la capacità di avere visione e non soltanto da investimenti infrastrutturali che sono sicuramente indispensabili ma non sufficienti.

Obiettivi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr)

Con la crisi del 2008 l’Italia ha perso circa il 25% del tessuto industriale senza riuscire a recuperare ciò che era stato inghiottito dalla grande crisi finanziaria. La crisi del 2008 può essere considerata come un punto di svolta di un processo iniziato circa 20 anni prima e connesso alla riduzione delle imprese italiane della propensione a innovare, a intraprendere. Probabilmente ciò è avvenuto a causa del ruolo sempre più labile svolto dall’amministrazione pubblica in termini di visione, e conseguente sviluppo infrastrutturale, di un ecosistema di competenze (ricerca e innovazione) connesso all’avvenuta trasformazione prima della società industriale in post-industriale e della conoscenza e poi in società dell’informazione, della digitalizzazione e dello sviluppo sostenibile.

Cercando di vedere il bicchiere mezzo pieno rispetto a ciò che è stato, possiamo dire che i sopravvissuti al ventennio culminato nella crisi del 2008 sono organizzazioni di maggiore qualità, più interconnesse con i mercati internazionali, che possono vantare mediamente un livello superiore di competenze tecniche e manageriali.

La crescita economica dell’Italia, ci ricorda il Governo nel documento, “negli ultimi vent’anni è stata nettamente inferiore alla media europea e, più in generale, a quella delle altre economie avanzate. Ciò anche nella fase di ripresa degli anni 2014-2019, in cui il tasso medio di crescita del PIL reale non è andato oltre lo 0,8 per cento. Inoltre, sempre nella bozza del documento, troviamo indicato che l’insoddisfacente crescita italiana è dovuta non solo a fattori strutturali, quali la ridotta dimensione media delle imprese e l’insufficiente competitività del sistema-Paese, o macrofinanziari, quali l’elevato debito pubblico, ma anche ad una incompleta transizione verso un’economia basata sulla conoscenza. Ciò è reso sempre più evidente dalle statistiche che riguardano i risultati del Paese nel campo dell’istruzione, dell’innovazione tecnologica e della produttività, che evidenziano significativi ritardi nei confronti dei principali partner europei, così come marcate disparità regionali”.

Confronti internazionali

Per cercare di comprendere, come da prassi della consulenza manageriale l’”AS IS”, è opportuno utilizzare anche gli strumenti e le tecniche di benchmarking. Occupandoci di innovazione e digitalizzazione siamo andati a cercare un indice, tra i tanti, che potesse esprimere il posizionamento dell’Italia su questo versante. Ogni anno, ad esempio, il Bloomberg Innovator Index misura la competitività dei paesi attraverso una serie di indicatori per mettere le diverse economie a confronto. La misura è decisa su sette metriche distinte: 1) spesa in ricerca e sviluppo; 2) brevetti (da quelli registrati agli investimenti garantiti); 3) efficienza nell’educazione avanzata (dal numero di laureati alla scelta di materie ad alta intensità tecnologica); 4) valore aggiunto della manifattura; 5) produttività del lavoro; 6) densità delle imprese high-tech; 7) concentrazione dei ricercatori.

Nel 2020, dato quindi pre-pandemia, la Germania è diventata la leader in questa competizione togliendo lo scettro alla Corea del Sud che per sei anni aveva primeggiato in questa speciale classifica. Le prime cinque posizioni della lista di 200 paesi analizzati sono occupate da Singapore, Svizzera e Svezia. L’Italia all’inizio del 2020, guadagnando due posizioni in classifica in un solo anno si trovava al 19esimo posto, tra Regno Unito e Australia.

Un editoriale del Prof Giavazzi sul Corriere della sera del 6 dicembre costruisce un parallelismo tra l’Italia e il Giappone per spiegare che i due paesi sono stati sostanzialmente degli importatori di innovazione e per questo sono diventati incapaci di crescere, si sono accelerati i processi di invecchiamento della popolazione, con conseguente aumento delle diseguaglianze e delle opportunità di mobilità sociale, ed infine si è registrato un aumento trasversale della resistenza al cambiamento nella società.

Siamo andati a vedere cosa si fosse già messo in moto in Giappone, pre Covid-19, riguardo alla necessità di modificare l’economia per aprire all’innovazione. I leader giapponesi sono infatti da tempo alla ricerca delle modalità per incrementare la produttività attraverso l’automazione e digitalizzazione per guidare l’economia verso la crescita. Questi interventi sono diventati prioritari visti i bassissimi tassi di natalità e l’aspettativa di vita delle persone in costante aumento.

Le persone in età lavorativa, compresa tra 15 e 64 anni, rappresentano il 59,7% della popolazione totale. Nonostante gli sforzi per integrare più donne, pensionati e lavoratori stranieri lo shock demografico minaccia seriamente di bloccare la crescita del PIL per il prossimo decennio.

La chiave di volta per il futuro dell’Italia

La chiave di volta per la crescita e la sostenibilità economica non può passare solamente dalla ricerca di nuovi lavoratori ma passa dalla trasformazione dell’organizzazione del lavoro attraverso l’automazione e la digitalizzazione.

Anche per il Giappone la pandemia COVID-19 ha impresso una forte accelerazione al passaggio verso il digitale, l’occasione ora diventa ghiotta per riuscire a muoversi ancora più velocemente in quella direzione unitamente a un grande piano di reskilling per i lavoratori. Il McKinsey Global Institute (MGI) stima che il Giappone avrà bisogno di un incremento di 2,5 volte della produttività nei prossimi 10 anni per mantenersi ai livelli di crescita ottenuti negli ultimi anni. Anche riuscendo a raggiungere questi risultati in termini di aumento della produttività, il Giappone probabilmente dovrà affrontare una carenza di manodopera.

Prima della pandemia, il Giappone era sulla buona strada per riuscire ad automatizzare il 27 per cento delle attività entro il 2030. Con questo trend sostituirebbe di 16,6 milioni di persone ma lascerebbe comunque il paese con un deficit di 1,5 milioni di lavoratori in dieci anni. Ricercatori hanno stimato che l’automazione potrebbe attestarsi intorno al 56% delle attività lavorative svolte in tutto Giappone, consentendo alle aziende di ridurre i costi e aumentare la produttività nonostante la contrazione della forza lavoro.

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Sono queste le suggestioni alla base del nostro Piano nazionale di ripresa e resilienza. E se la versione definitiva potrà cambiare rispetto a questa bozza, difficilmente lo spirito di fondo potrà essere (tanto) diverso.

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