Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR): cos'è e novità 2021

L'analisi

Piano nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR): cos’è e novità 2021

La chiave di volta per la crescita e la sostenibilità economica dell’Italia non può passare solamente dalla ricerca di nuovi lavoratori ma dalla trasformazione dell’organizzazione del lavoro attraverso automazione e digitalizzazione: ecco lo spirito del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR)

10 Mar 2021
Maurizio Carmignani

Founder & CEO - Management Consultant, Trainer & Startup Advisor

PNRR

Nel PNRR, Piano nazionale di ripresa e resilienza, viene espressa l’ambizione di essere i primi a individuare una via d’uscita concreta alle conseguenze economiche e sociali della pandemia. Il Piano mette nero su bianco i progetti e ci permette di entrare nel merito delle direttrici delineate dal perimetro dell’intervento, dei pesi diversi scelti tra le diverse opzioni in campo. L’obiettivo del Governo è diventare leader e non restare follower costruendo un ecosistema positivo per far ripartire il nostro sistema economico attraverso una visione nuova e con il necessario sprint proprio per riuscire a solcare per primi le praterie che si potrebbero aprire in termini di crescita inorganica. Il PNRR al momento prevede risorse per 210 miliardi di euro circa.

Daniele Franco, Ministro dell’Economia e delle finanze, incaricato della stesura finale del PNRR da consegnare entro il 30 aprile a Bruxelles, ha conferito in audizione alla Camera lunedì 8 marzo. È stato confermato che il punto di partenza di quest’ultima fase è rappresentato dal testo approvato dal Consiglio dei Ministri il 12 gennaio, che già contiene l’atto di indirizzo del Parlamento dell’ottobre 2020 e le prime indicazioni emerse dal confronto con la task-force della Commissione europea. I progetti saranno scelti sulla base di tre caratteristiche: realizzabilità, accountability e monitorabilità. Il criterio della realizzabilità significa progetti concretizzabili nell’arco dei sei anni del programma. Per ogni singolo intervento, il Piano dovrà indicare la struttura di governo responsabile, individuare gli organi responsabili della loro realizzazione e le modalità di coordinamento delle diverse autorità coinvolte. I paesi dovranno impegnare i fondi ricevuti entro il 2023, il 70 per cento delle risorse andrà impegnato entro il 2022. L’effettiva erogazione delle risorse sarà subordinata al conseguimento di obiettivi intermedi e finali, questi dovranno essere fin da subito definiti in modo realistico e verificabile.

Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), cosa dice

Il 12 gennaio 2021 il Consiglio dei ministri approvava l’ultima versione del Piano Nazionale di ripresa e resilienza da inviare a Camera e Senato per le loro valutazioni. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza è lo strumento che dovrà dare attuazione, in Italia, al programma Next Generation EU. L’azione di rilancio del Piano è guidata dagli obiettivi di policy e interventi connessi ai tre assi strategici condivisi a livello europeo:

  • digitalizzazione e innovazione,
  • transizione ecologica,
  • inclusione sociale.

Tramite un approccio integrato e orizzontale, il comunicato stampa del Governo del governo esplicitava che gli obiettivi trasversali del piano erano:

  • il rafforzamento del ruolo della donna,
  • il contrasto alle discriminazioni di genere,
  • l’accrescimento delle competenze, della capacità e delle prospettive occupazionali dei giovani,
  • il riequilibrio territoriale,
  • lo sviluppo del Mezzogiorno.

Nella primissima bozza del 7 dicembre 2020 si parlava di:

  • Modernizzazione del Paese;
  • Transizione ecologica;
  • Inclusione sociale e territoriale;
  • Parità di genere.

Il Piano del 12 gennaio, come in quello del 7 dicembre si articola in sei “aree tematiche” strutturali di intervento:

  • digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura;
  • rivoluzione verde e transizione ecologica;
  • infrastrutture per una mobilità sostenibile;
  • istruzione e ricerca;
  • inclusione e coesione;
  • salute.

Le missioni raggruppano 16 componenti, funzionali a conseguire gli obiettivi economico-sociali definiti nella strategia del Governo, che a loro volta si articolano in 48 linee di intervento per progetti omogenei e coerenti.

Le risorse a disposizione

Le risorse allocate nelle 6 missioni del PNRR sono passate da 196 miliardi a circa 210 miliardi di euro. Di questi, 144,2 miliardi sono per i “progetti nuovi” mentre i restanti 65,7 miliardi sono per i progetti già programmati ma che si integrano nel piano complessivo assicurando un grado di coerenza con la programmazione precedente in un quadro auspicato di maggiore velocità. Le risorse destinate agli investimenti pubblici superano il 70%, gli incentivi a investimenti privati sono pari a circa il 21%. Impiegando le risorse nazionali del Fondo di sviluppo e coesione 2021-2027 non ancora programmate, è stato possibile ampliare gli investimenti di circa 20 miliardi per nuovi progetti:

  • rete ferroviaria veloce;
  • portualità integrata;
  • trasporto locale sostenibile;
  • banda larga e 5G;
  • ciclo integrale dei rifiuti;
  • infrastrutturazione sociale e sanitaria del Mezzogiorno.

Nella versione del 12 gennaio inoltre si leggeva rispetto alla pianificazione dei passi successivi “la presentazione del PNRR necessiterà, anche alla luce del scelta del Governo italiano di pieno settore connesse al Piano e di ulteriori passaggi politico-amministrativi che consentano di finalizzare le progettualità e le tempistiche previste, attraverso l’individuazione dei soggetti responsabili, delle attività da compiere e delle modalità operative di lavoro e di coordinamento delle amministrazioni e degli attori istituzionali a vario titolo coinvolti.

La bozza di Regolamento RFF prevede che i Piani nazionali siano di norma presentati formalmente entro il 30 aprile 2021. La Commissione avrà a disposizione 8 settimane per valutare i piani di ciascun paese, il Consiglio europeo, acquisita l’approvazione della Commissione, avrà 4 settimane per fornire la sua decisione finale. Questo implica che le risorse europee saranno disponibili per la fine dell’estate.

I Paesi potranno ottenere prefinanziamenti per un importo pari a circa il 13 per cento del valore complessivo del Piano. Le interazioni informali con la Commissione sono già in corso e forniscono utili spunti per la finalizzazione del Piano e la sua presentazione formale. Considerati gli effetti economici e finanziari, che deriverebbero da una ritardata o mancata attuazione di parte del Piano, l’organizzazione del lavoro assicurerà la focalizzazione di tutte le amministrazioni e le istituzioni competenti, coinvolte ad ogni livelli, sul coordinamento e la realizzazione delle Linee di intervento del PNRR. Il Governo, sulla base delle linee guida europee per l’attuazione del Piano, presenterà al Parlamento un modello di governance che identifichi la responsabilità della realizzazione del Piano, garantisca il coordinamento con i Ministri competenti a livello nazionale e gli altri livelli di governo, monitori i progressi di avanzamento della spesa”.

Il sito del MEF a tal proposito riportava che “l’Italia adotta una strategia complessiva che mobilita oltre 300 miliardi di euro, il cui fulcro è rappresentato dagli oltre 210 miliardi delle risorse del programma Next Generation Ue, integrate dai fondi stanziati con la programmazione di bilancio 2021-2026. Un ampio e ambizioso pacchetto di investimenti e riforme in grado di liberare il potenziale di crescita della nostra economia, generare una forte ripresa dell’occupazione, migliorare la qualità del lavoro e dei servizi ai cittadini e la coesione territoriale e favorire la transizione ecologica”.

La governance del PNRR

Come ha spiegato il premier Mario Draghi nel suo discorso al Senato a febbraio, la governance del Programma di ripresa e resilienza è incardinata nel Ministero dell’Economia e Finanza in collaborazione con i Ministeri competenti per definire le politiche e i progetti di settore. Il Parlamento sarà costantemente informato sulle attività.

Nel discorso alla Camera del Ministro Franco dell’ 8 marzo è stato ribadito che dal punto di vista organizzativo, per garantire il consolidamento e la finalizzazione del lavoro entro il 30 aprile, il Governo ha incardinato la governance del PNRR presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze coordinandosi con le Amministrazioni di settore, a cui competono le decisioni relative ai singoli progetti e il compito di indirizzo sulle proposte di riforme. All’interno di questo schema si integra, inoltre, il dialogo con le autonomie territoriali. La responsabilità sui progetti vale a dire investimenti e riforme, resta in capo ai singoli Ministeri. Il Mef svolgerà un ruolo di coordinamento insieme, secondo una logica di competenza orizzontale, ad altri tre Ministeri: il Ministero per l’innovazione tecnologica e la transizione digitale per i progetti che riguardano la digitalizzazione; il Ministero della transizione ecologica per quelli relativi alla politica energetica  e per i progetti con un impatto sull’ambiente e il clima; il Ministero per il Sud e la coesione territoriale, per assicurare la coerenza complessiva del Piano con l’obiettivo di riduzione dei divari territoriali.

Governo Draghi e PNRR: obiettivi e riforme

Il 17 febbraio 2021, nel discorso del neo Primo Ministro Mario Draghi in Senato per la fiducia al nuovo Governo rispetto al Piano Nazionale di ripresa e resilienza ha spiegato che le Missioni del Programma potranno essere rimodulate e riaccorpate, ma non cambieranno. Draghi ha evidenziato la necessità di rafforzare gli obiettivi strategici e le conseguenti riforme del PNRR, prima di tutto per quanto riguarda gli obiettivi strategici e le riforme che li accompagnano. Partendo da questa visione strategica, il PNRR si presenterà come fulcro per gli obiettivi del prossimo decennio, permettendo di definire i traguardi da raggiungere nel 2026 prima e poi nel 2030 e 2050. Un anno importante quest’ultimo, in quanto l’UE desidera arrivare a zero emissioni nocive per l’ambiente. Draghi ha annunciato l’intenzione di selezionare progetti e iniziative coerenti con gli obiettivi strategici del PNRR, assicurando che la spinta all’occupazione sia forte a cominciare da quest’anno.

Inoltre, riguardo le riforme, Draghi ha anticipato che alcune riguardano problemi annosi come la certezza normativa e dei piani di investimento pubblico, fronti che frenano gli investimenti italiani ed esteri. Ha inoltre espresso propensione per un intervento complessivo sul sistema tributario, studiando una revisione profonda dell’Irpef con l’obiettivo di rendere più semplice e razionale la struttura del prelievo, riducendo il carico fiscale e lottando contro l’evasione. Urgente, per Draghi, anche una riforma della PA, puntando a piattaforme efficienti e formazione dei dipendenti per migliorare le competenze. Per il settore della Giustizia, Draghi fa riferimento al contesto europeo, citando le Country Specific Recommendations indirizzate all’Italia negli anni 2019 e 2020 che esortano a rendere più efficiente il sistema giudiziario civile e dei tribunali, semplificare le norme procedurali, coprire i posti vacanti del personale e lottando contro la corruzione.

PNRR, la missione Digitalizzazione, innovazione e cultura

La missione da perseguire è quella della trasformazione digitale del Paese, grazie alla quale si innescherà un vero e proprio cambiamento strutturale. La digitalizzazione, si sottolinea, riguarda trasversalmente tutte e sei le missioni.

  • Riguarda la scuola nei suoi programmi didattici, nelle competenze di docenti e studenti, nelle sue funzioni amministrative, nei suoi edifici;
  • Riguarda la sanità nelle sue infrastrutture ospedaliere, nei dispositivi medici, nelle competenze e nell’aggiornamento del personale, al fine di garantire il miglior livello di sanità pubblica a tutti i cittadini;
  • Riguarda il continuo e necessario aggiornamento tecnologico nell’agricoltura, nei processi industriali e nel settore terziario;
  • Riguarda, infine, la pubblica amministrazione in modo capillare con importanti riflessi sulle dotazioni tecnologiche, sul capitale umano e infrastrutturale, sulla sua organizzazione e sulle modalità di erogazione dei servizi ai cittadini.

La missione “Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura” ruota attorno a due assi portanti: la digitalizzazione del settore pubblico e l’integrazione delle nuove tecnologie da parte del settore privato.

Si concretizza in tre linee d’azione:

  • Digitalizzazione, innovazione e sicurezza informatica nella PA;
  • Innovazione, competitività, digitalizzazione 4.0 e internazionalizzazione;
  • Cultura e Turismo.
  • Per quanto riguarda gli investimenti in cui si concretizzano le tre componenti della missione digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura, questi sono distribuiti su 13 progetti, per un ammontare complessivo di risorse pari a 48,7 miliardi di euro.
  • La prima componente – Digitalizzazione, innovazione e sicurezza nella PA – ha come obiettivo un radicale salto di qualità della PA, attraverso la trasformazione digitale del settore pubblico e una sua conseguente riforma strutturale.
  • La seconda componente – Innovazione, competitività, digitalizzazione 4.0 e internazionalizzazione – ha come obiettivo quello di favorire l’accelerazione della transizione digitale delle imprese, soprattutto delle PMI.
  • Nella terza componente “Cultura e Turismo” si concentrano gli interventi in due dei settori maggiormente colpiti dalla pandemia che necessitano un sostegno specifico per accompagnarne la ripresa e rafforzarne la resilienza per il futuro.

Ognuna delle tre componenti si articola in diversi progetti che qui di seguito riportiamo schematicamente come presentati nel documento in bozza.

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PNRR e digitalizzazione

Sicuramente ci sarà una fase di negoziazione e assestamento sui contenuti strategici ma molta della bagarre politica avverrà all’interno dell’arena del chi, come e quando. Rimanendo all’interno del perimetro di questo capitolo del Pnrr è chiara la naturale focalizzazione sulla indispensabile automazione e digitalizzazione della pubblica amministrazione. Il livello di competitività di un paese passa attraverso la velocità di erogazione dei servizi, in particolare il tema della giustizia diventa centrale nella possibilità di diminuire l’incertezza della durata dei processi per aumentare il livello di attrattività di investimenti esteri.

Il periodo del primo lockdown con l’adozione da parte della PA di quello che erroneamente, a tutti i livelli, dalle istituzioni ai media, è stato chiamato smart working e il successivo mantenimento della modalità di lavoro a distanza, sia nella fase della contrazione dei contagi fino ad oggi con le regioni colorate di giallo, arancio e rosso, ha di fatto rotto molti argini delle resistenze più estreme e di fatto reso implementabile ciò che prima era giudicato impossibile. Le risorse ci sono, le priorità sembrano ben chiare ci si augura che tutto sarà affidato a mani competenti che in Italia fortunatamente esistono.

PNRR e innovazione 4.0

Un po’ più complessa la situazione nella seconda componente di spesa: innovazione, competitività, digitalizzazione 4.0 e internazionalizzazione. Opinione di chi scrive è l’assenza di una visione completa e chiara e una certa volontà celatamente espressa di far diventare il pubblico il principale se non unico demiurgo della crescita. Le risorse che saranno impiegate sono importanti ma in questo capitolo i temi sembrano essere tanti e un po’ slegati tra loro.

Il tema delle PMI, che dovrebbe essere trattato come la trasformazione di un arcipelago di piccolissime, piccole e medie imprese in ecosistemi complessi, digitali e dialoganti necessita di un approfondimento strategico che potrebbe anche passare attraverso la cooptazione dei soggetti protagonisti e non soltanto attraverso un sistema di investimenti e incentivi all’investimento che male non fa ma che rischia di non essere sufficiente alla trasformazione auspicata. Il mio auspicio è l’attivazione della partecipazione oltre che di Manager importanti di Imprenditori illuminati. Anni fa in una riunione, un importante Assessore alle attività produttive e ai servizi di una regione italiana, lamentava l’assenza sul territorio di Manager. Spiegai sommessamente che i Manager sono una conseguenza delle Imprese. Ecco, per certi versi si sconta ancora questa idea.

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PNRR, cultura e turismo

La terza componente è quella della Cultura e del Turismo. Il turismo rappresenta il 13% del Pil ed è uno dei settori maggiormente colpiti dalla crisi del Covid. Il comparto turistico ha un potenziale inespresso legato alla forte stagionalità del settore, dovuta a vincoli strutturali e di organizzazione del lavoro di stampo fordista e limitata promozione e sviluppo di offerta per la bassa stagione. Più del 50% del valore diretto dell’indotto è concentrato tra giugno e settembre, con strutture sottoutilizzate per gran parte dell’anno: media utilizzazione 67 ad agosto vs 16 a novembre. Inoltre, pur presentando un incomparabile patrimonio paesaggistico e culturale, l’Italia presenta ancora molti territori e destinazioni dal potenziale turistico inespresso.

Se il vincolo dell’organizzazione fordista e i rischi del fenomeno dell’OverTourism in qualche modo sono stati neutralizzati dalla pandemia e dall’accelerazione del digitale, forse su questa componente si perde una occasione. Il turismo, in parole semplici, come ogni altro settore, dovrebbe essere guidato da una strategia che include la capacità di avere visione e non soltanto da investimenti infrastrutturali che sono sicuramente indispensabili ma non sufficienti.

I problemi prima della pandemia

Con la crisi del 2008 l’Italia ha perso circa il 25% del tessuto industriale senza riuscire a recuperare ciò che era stato inghiottito dalla grande crisi finanziaria. La crisi del 2008 può essere considerata come un punto di svolta di un processo iniziato circa 20 anni prima e connesso alla riduzione delle imprese italiane della propensione a innovare, a intraprendere. Probabilmente ciò è avvenuto a causa del ruolo sempre più labile svolto dall’amministrazione pubblica in termini di visione, e conseguente sviluppo infrastrutturale, di un ecosistema di competenze (ricerca e innovazione) connesso all’avvenuta trasformazione prima della società industriale in post-industriale e della conoscenza e poi in società dell’informazione, della digitalizzazione e dello sviluppo sostenibile.

Cercando di vedere il bicchiere mezzo pieno rispetto a ciò che è stato, possiamo dire che i sopravvissuti al ventennio culminato nella crisi del 2008 sono organizzazioni di maggiore qualità, più interconnesse con i mercati internazionali, che possono vantare mediamente un livello superiore di competenze tecniche e manageriali.

La crescita economica dell’Italia, ci ricordava il Governo nel primo documento del 7 dicembre 2020, “negli ultimi vent’anni è stata nettamente inferiore alla media europea e, più in generale, a quella delle altre economie avanzate. Ciò anche nella fase di ripresa degli anni 2014-2019, in cui il tasso medio di crescita del PIL reale non è andato oltre lo 0,8 per cento. Inoltre, sempre nella bozza del documento, troviamo indicato che l’insoddisfacente crescita italiana è dovuta non solo a fattori strutturali, quali la ridotta dimensione media delle imprese e l’insufficiente competitività del sistema-Paese, o macrofinanziari, quali l’elevato debito pubblico, ma anche ad una incompleta transizione verso un’economia basata sulla conoscenza. Ciò è reso sempre più evidente dalle statistiche che riguardano i risultati del Paese nel campo dell’istruzione, dell’innovazione tecnologica e della produttività, che evidenziano significativi ritardi nei confronti dei principali partner europei, così come marcate disparità regionali”.

Come ha ricordato il Ministro Franco nell’audizione del 8 marzo alla Camera, nel 2019, il PIL italiano, era ancora inferiore al livello del 2007 di quasi 4 punti percentuali. I principali Paesi dell’Unione Europea erano in una posizione diversa alla stessa data. Il nostro Paese soffre da tempo di asimmetrie e forti eterogeneità: territoriale, generazionale e di genere. Nelle regioni del Sud vive un terzo della popolazione e si produce un quarto del PIL complessivo. Il tasso di occupazione è di oltre 20 punti inferiore a quello delle regioni del Centro-Nord. Il PIL pro-capite nelle regioni del Sud è pari a circa il 55 per cento di quello medio relativo alle regioni del Centro-Nord. La seconda dimensione delle disparità del Paese riguarda i giovani. In Italia il tasso di disoccupazione degli under trenta è tre volte maggiore rispetto a quello dei lavoratori over 50. La quota NEET è la più elevata dell’Unione. La terza dimensione di asimmetria nella nostra società è quella di genere. Il tasso di occupazione femminile in Italia nella fascia 15-64 è pari al 50 per cento: 18% in meno degli uomini e l’8% più basso rispetto alla media dell’UE.

PNRR e confronti internazionali

Per cercare di comprendere, come da prassi della consulenza manageriale l’”AS IS”, è opportuno utilizzare anche gli strumenti e le tecniche di benchmarking. Occupandoci di innovazione e digitalizzazione siamo andati a cercare un indice, tra i tanti, che potesse esprimere il posizionamento dell’Italia su questo versante. Ogni anno, ad esempio, il Bloomberg Innovator Index misura la competitività dei paesi attraverso una serie di indicatori per mettere le diverse economie a confronto. La misura è decisa su sette metriche distinte:

  • spesa in ricerca e sviluppo;
  • brevetti (da quelli registrati agli investimenti garantiti);
  • efficienza nell’educazione avanzata (dal numero di laureati alla scelta di materie ad alta intensità tecnologica);
  • valore aggiunto della manifattura;
  • produttività del lavoro;
  • densità delle imprese high-tech;
  • concentrazione dei ricercatori.

Nel 2020, dato quindi pre-pandemia, la Germania è diventata la leader in questa competizione togliendo lo scettro alla Corea del Sud che per sei anni aveva primeggiato in questa speciale classifica. Le prime cinque posizioni della lista di 200 paesi analizzati sono occupate da Singapore, Svizzera e Svezia. L’Italia all’inizio del 2020, guadagnando due posizioni in classifica in un solo anno si trovava al 19esimo posto, tra Regno Unito e Australia.

Lo scenario futuro

La chiave di volta per la crescita e la sostenibilità economica non può passare solamente dalla ricerca di nuovi lavoratori ma passa dalla trasformazione dell’organizzazione del lavoro attraverso l’automazione e la digitalizzazione. Anche per il Giappone la pandemia COVID-19 ha impresso una forte accelerazione al passaggio verso il digitale, l’occasione ora diventa ghiotta per riuscire a muoversi ancora più velocemente in quella direzione unitamente a un grande piano di reskilling per i lavoratori. Il McKinsey Global Institute (MGI) stima che il Giappone avrà bisogno di un incremento di 2,5 volte della produttività nei prossimi 10 anni per mantenersi ai livelli di crescita ottenuti negli ultimi anni. Anche riuscendo a raggiungere questi risultati in termini di aumento della produttività, il Giappone probabilmente dovrà affrontare una carenza di manodopera.

Prima della pandemia, il Giappone era sulla buona strada per riuscire ad automatizzare il 27 per cento delle attività entro il 2030. Con questa tendenza sostituirebbe di 16,6 milioni di persone ma lascerebbe comunque il paese con un deficit di 1,5 milioni di lavoratori in dieci anni. Ricercatori hanno stimato che l’automazione potrebbe attestarsi intorno al 56% delle attività lavorative svolte in tutto Giappone, consentendo alle aziende di ridurre i costi e aumentare la produttività nonostante la contrazione della forza lavoro.

Conclusione

Sono queste le suggestioni alla base del nostro Piano nazionale di ripresa e resilienza. E se la versione definitiva potrà cambiare rispetto alle versioni precedenti, finalizzando le scelte dei singoli progetti sulla base della fattibilità, perché su questo saremo costantemente misurati a livello europeo. Difficilmente lo spirito di fondo potrà essere (tanto) diverso da quanto emerso nelle versioni precedenti. Il grado di dettaglio per forza di cose sarà più elevato.

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