ricerca e innovazione

Horizon Europe, così l’Italia si prepari alle opportunità del nuovo programma quadro

Tanti fattori penalizzano la ricerca italiana e mettono a rischio la capacità di intercettare le nuove traiettorie di sviluppo legate al nono programma quadro per la ricerca e l’innovazione “Orizzonte Europa” (Horizon Europe). Vediamo quali sono i nodi critici che occorre sciogliere oggi per puntare a una maggiore crescita

29 Nov 2018
Gianpiero Ruggiero

Esperto in valutazione e processi di innovazione del CNR

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Uno degli ultimi atti che la Commissione europea, insieme ai due co-legislatori Consiglio e Parlamento europeo, stanno lasciando in eredità ai prossimi esponenti comunitari, che usciranno dalle consultazioni della primavera 2019, è il nono programma quadro per la ricerca e l’innovazione, battezzato “Orizzonte Europa” (Horizon Europe) che succederà all’attuale “Horizon 2020” (Horizon 2020). È tempo di chiedersi allora come sia messo il nostro sistema Paese di fronte alle nuove opportunità del programma e quali strategie possa mettere in campo il Governo per intercettare le nuove traiettorie di sviluppo e favorire la nostra competitività industriale.

Horizon Europe, evoluzione non rivoluzione

Il mantra della Commissione Europea uscente, nella definizione di Horizon Europe, è stato “evolution not revolution“, questo lasciando intendere che nessuno stravolgimento sarà attuato per il prossimo settennio, anche alla luce, secondo quanto detto dalla stessa Commissione, di un gradimento dell’attuale programma quadro, da parte degli stakeholder. La struttura del nuovo programma sembra sostanzialmente uguale al precedente, ma se la forma cambia poco, la sostanza invece muta profondamente. In questo senso il nuovo disegno sembra modificare non poco l’obiettivo finale del programma, trasformando sempre di più la sua idea originaria di finanziatore della migliore “ricerca europea” a vantaggio di un miglioramento della competitività industriale e di un maggiore coinvolgimento dei cittadini.

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A partire da gennaio 2021, saranno disponibili circa 100 miliardi di euro di finanziamenti per un periodo di 7 anni (2021-2027), oltre agli investimenti nazionali pubblici e privati che questa somma attirerà, che serviranno, nelle intenzioni della Commissione:

  • a finanziare la ricerca e l’innovazione innovativa,
  • a creare fino a 320mila nuovi posti di lavoro altamente qualificati entro il 2040,
  • a rafforzare i legami tra gli Stati membri e tra questi e i Paesi terzi,
  • a fornire dati scientifici ad altri settori politici e programmi europei.

I ricercatori e gli innovatori potranno realizzare le migliori idee grazie all’intervento dell’ERC (European Research Council), potranno creare i mercati del futuro grazie alla geniale intuizione del nuovo EIC (European Innovation Council), l’organismo che punterà alla promozione di innovazioni pioneristiche in vari settori. La ricerca innovativa, infatti, affronterà problemi che plasmano la nostra vita quotidiana, dal cibo che mangiamo, alle cure sanitarie, all’aria che respiriamo, al modo in cui ci muoviamo, alla sicurezza che chiediamo.

L’Italia e le opportunità di Horizon Europe

Prima di poter delineare alcune proposte operative, è opportuno partire da alcuni dati oggettivi su cui convergono diverse analisi. Dati che aiutano a capire quali siano oggi i nodi critici che occorre sciogliere nel nostro paese per puntare, in un prossimo futuro, a una maggiore crescita economica.

  • L’Italia incassa poco dal Programma “Horizon 2020” e il tasso di successo dei progetti è basso

Il tasso di successo in rapporto al numero di domande presentate, nello strumento dedicato alle PMI, è decisamente al di sotto della media, così come accade per l’intero apparato dei fondi Horizon 2020. È vero che l’Italia, in termini di progetti, conquista una fetta importante (14,7% del totale), ma la quota scende al 8% in termini di fondi. Il che, probabilmente, è il risultato di progetti di piccole dimensioni (tra i 100 e i 250mila euro) e della minore stazza media delle nostre PMI, come testimoniato dalla relazione inversa presente per la Germania (il 6% in termini di progetti di successo, che però hanno raccolto il 17.7% dei fondi globali). Sul fronte degli interventi sostenuti dal MIUR, riferiti alle aree individuate dalla Strategia nazionale di specializzazione intelligente (Snsi), nonché dal pilastrto Excellent Science all’interno di Horizon 2020, emerge una situazione di stallo, con una media dello stato di realizzazione dei progetti molto bassa. Peraltro, laddove l’erogazione delle risorse si è completata, non ha corrisposto, nella larga maggioranza dei casi, l’attuazione dei progetti nei tempi originariamente previsti. Fanno eccezione i settori Trasporti e Aerospazio.

  • Eccessiva frammentazione degli enti pubblici di ricerca

Il sistema pubblico della ricerca italiana appare molto frammentato (21 enti di ricerca, vigilati da 7 diverse amministrazioni centrali) e sviluppa poco partenariato con le realtà industriali. Ogni Ministero ha a disposizione risorse economiche, più o meno importanti, che vengono destinate alla ricerca con modalità spesso poco trasparenti e senza alcun coordinamento. Sarebbe necessario che tutti questi rivoli convergano in un unico fondo governativo per la ricerca, posto sotto il controllo della Presidenza del Consiglio, che sostenga le condizioni abilitanti sui cui si basano le economie ad alta intensità di conoscenza (istruzione tecnica, politiche regolatorie, politiche di reclutamento e dinamiche salariali, potenziamento infrastrutture).

  • La spesa in R&S e la performance in innovazione sono al di sotto della media europea

In particolare, nel 2017, l’intensità complessiva di R&S (cioè la spesa totale destinata a ricerca e sviluppo in percentuale del PIL) è stata pari all’1,8%; un livello lievemente superiore a quello del 2016 (1,5%), ma ancora nettamente al di sotto della media UE (2,1%) e distante dagli obiettivi 2020 fissati dall’UE stessa (in media nell’area UE la spesa in R&S dovrà essere pari al 3% del PIL entro il 2020: 1% di finanziamenti pubblici, 2% di investimenti privati). Gli investimenti in R&S in Italia, in particolare da parte del settore privato, continuano ad essere notevolmente inferiori alla media dell’UE. Essi sono ostacolati da una serie di fattori strutturali, come la mancanza di lavoratori altamente qualificati, la scarsa collaborazione tra il mondo accademico e quello imprenditoriale, le condizioni generali sfavorevoli.

  • I finanziamenti pubblici per la ricerca sono insufficienti

Il Fondo Ordinario di funzionamento degli Enti di ricerca (FOE) nella sua globalità ha subito una drastica diminuzione fra il 2010 ed il 2015, per poi rimanere stabile negli ultimi due anni. D’altro canto i Fondi premiali, la cui provenienza è quella del Fondo Ordinario, sono destinati da quest’anno alle stabilizzazioni del personale precario. Decisione di per sé lodevole, che consente di stabilizzare un numero elevato di aventi diritto, ma che ne impedisce l’utilizzo per finalità di sviluppo degli Enti, mettendo seriamente a rischio lo svolgimento delle attività di ricerca e ritardando quelle condizioni abilitanti che fanno sì che i ricercatori d’eccellenza conducano le loro ricerche nel nostro Paese.

  • Il sistema delle PA sconta un eccesso di burocrazie e un basso grado di digitalizzazione

Eccolo un punto chiave: una PA che resiste al cambiamento e che non dà le risposte che si attenderebbero (abbiamo servizi eGov poco usabili), che insieme alla mancanza di specifiche competenze sono due dei principali ostacoli sul cammino di una vera trasformazione digitale della nostra società. Secondo alcuni dati presentati all’EY Capri Digital Summit[1] al 2030 le skills fisiche e manuali perderanno il 15% di ore lavorate, come per le skills cognitive. Al contempo saranno richieste il 61% di ore lavorate in più per le skills tecnologiche. Non che non vi sia contezza di quanto il digitale stia impattando sulle amministrazioni pubbliche o sulle realtà aziendali, ma poi c’è da fare i conti con il divario tra competenze necessarie e quelle realmente presenti nelle organizzazioni. Infatti, l’Europa ci contesta l’assenza di una strategia sul fronte delle competenze digitali.

Le policy per fertilizzare ricerca e innovazione

Luca Gastaldi, Direttore dell’Osservatorio Agenda Digitale del Politecnico di Milano, ha fatto un bilancio sull’esperienza di Diego Piacentini alla guida del team digitale e ha pubblicato alcuni utili suggerimenti che andrebbero seguiti per puntare su una strategia vincente di informatizzazione delle PA e poter sciogliere alcuni nodi che frenano la crescita.

Di seguito sono presentati, in maniera non esaustiva, ulteriori strumenti di policy che sarebbero da adottare per fertilizzare il campo della ricerca e dell’innovazione, identificati tenendo a mente le parole usate dal Presidente della Repubblica: “lo sviluppo sostenibile del Paese è strettamente connesso alla sua unità. L’Italia diverrà più forte se riuscirà a ridurre i divari esistenti tra Nord e Sud, tra città e aree interne, tra territori dotati di infrastrutture moderne ed efficienti e zone strutturalmente più svantaggiate. Sarà più competitiva, l’Italia, se tante imprese, che hanno potenzialità, riusciranno a compiere un salto in avanti in termini di dimensioni, di capacità manageriali, di sinergie, di progettazione per affrontare anche i mercati esterni”.

Riduzione della frammentazione degli enti pubblici di ricerca

E’ ben noto come i finanziamenti europei alla ricerca, attraverso il programma quadro, siano una minima parte (inferiore al 5%) del budget complessivo dei Paesi membri dedicato alla ricerca. Ciò nonostante, molti Paesi affidano ai finanziamenti europei la speranza e la responsabilità di coprire quei costi che i bilanci nazionali non riescono ad affrontare in maniera adeguata. In pratica, molti Paesi, tra cui l’Italia, investono in ricerca principalmente per i salari del personale e per i costi di funzionamento degli apparati. Questo significa che il contributo annuo alla ricerca, distribuito dalla Commissione a tutti i Paesi, non può essere considerato se non un facilitatore verso linee strategiche comuni mirate ad allineare programmi e investimenti nazionali. Questa strategia è ben in linea con quanto emerge dalle raccomandazioni dell’ERAC (European Research Area Committee), che promuove la riduzione della frammentazione degli obiettivi dei singoli Paesi verso una maggiore massa critica focalizzata su pochi temi di comune interesse. Tale approccio strategico si riflette nella nuova proposta della Commissione per il prossimo programma quadro e potrebbe portare a una trasformazione positiva delle strutture di coordinamento nazionale, ma allo stesso tempo a una riduzione drastica di finanziamenti in caso di mancato adattamento a tale nuova situazione. Da ciò la proposta di soppressione di alcuni enti di ricerca, in particolare quelli di piccole dimensioni procedendo, ove necessario, ad accorpamenti e fusioni.

Istituzione dell’Agenzia Italiana per la Ricerca Scientifica

In parallelo alla razionalizzazione degli enti di ricerca, andrebbe avviata la costituzione dell’Agenzia Italiana per la Ricerca, sull’esempio di quanto esistente negli Stati Uniti e in tutti gli altri Paesi europei. Agenzia alla quale si potrebbero affidare alcune competenze in materia di supporto tecnico nella redazione e presentazione dei progetti di ricerca, da sottomettere nei vari bandi, in modo da innalzare la qualità delle nostre proposte progettuali. L’Agenzia svolgerebbe il compito di individuare preventivamente e selezionare progetti innovativi completi, con alti livelli di maturità tecnologica, già pronti a operare in ambienti operativi industrialmente rilevanti. L’Agenzia, inoltre, dovrebbe promuovere collaborazioni con le Regioni, che contribuiscono a finanziare la ricerca sul proprio territorio. La costituzione dell’Agenzia avrebbe anche il pregio di andare incontro alla proposta della Commissione di rivedere l’approccio dei partenariati, avanzata con la richiesta di riduzione e razionalizzazione dei propri interlocutori nazionali, attraverso interfacce Paese-Commissione. L’Agenzia Italiana per la Ricerca potrebbe diventare il principale interlocutore a livello europeo per la ricerca nazionale, assumendo il ruolo di coordinamento del supporto scientifico alle decisioni interministeriali e alle linee di finanziamento da presentare sui tavoli europei.

Individuazione di strategie nazionali sulle tecnologie di frontiera

Per esempio l’Italia è di gran lunga il miglior Paese Ue per l’economica circolare, ma questo non è ancora veicolato dalla politica, che si dimentica come l’ambiente sia anche un ambito di competizione economica. Per questo è importante individuare strategie nazionali che intercettino le traiettorie di sviluppo per il futuro e favoriscano forme di partenariato pubblico-privato per dare vita a processi di open innovation. Se da un lato il Governo, per il tramite del Mise, si sta ben muovendo sul fronte dell’innovazione digitale, dell’intelligenza artificiale, della sicurezza informatica e della blockchain, avendo anche riportato in seno alla Presidenza del Consiglio tutta la tematica dell’esplorazione e dell’utilizzo dello spazio (space economy), dall’altro lato appaiono indietro i dossier sull’ambiente, sull’economia circolare, sulla bio-economia, sull’energia marina (comprese le tecnologie in grado di ripulire gli oceani dalla plastica), sulla protezione e promozione della salute umana. Un accelerazione in tal senso potrebbe venire da una maggiore strategia di integrazione tra i Cluster Tecnologici Nazionali[3] (posti sotto il controllo del MIUR), i Centri di competenza ad alta specializzazione[4] (posti sotto il controllo del Mise) e i Digital Innovation Hub[5] istituiti da Confindustria.

Strategia di digitalizzazione della PA

Nel rafforzare gli ecosistemi locali, in cui si gioca il difficile rapporto tra Stato e Autonomie locali e tra PA e imprese, andrebbero attuati interventi che orientino le nostre pubbliche amministrazione verso una reale trasformazione digitale:

  • l’obbligo per le PA di prevedere un vero co-design dei servizi che si basi sul principio della sussidiarietà e della collaborazione, perché i cittadini sono innanzi tutto portatori di saperi e di soluzioni e anche perché l’innovazione nasce dove i bisogni dei cittadini incontrano le amministrazioni, ossia nella maggior parte dei casi nelle realtà territoriali, città e regioni, più avanzate;
  • una riduzione del perimetro della PA e una coerente focalizzazione sulle aree “core”, conferendo invece al mercato funzioni che non è indispensabile che siano svolte dalla PA, mantenendo e rafforzando solo le funzioni di indirizzo strategico e di controllo;
  • una semplificazione burocratica nell’attrarre personale altamente qualificato, con adeguate politiche incentivanti e salariali;
  • una generalizzazione del criterio del “silenzio assenso”, perché la PA non può e non deve fermare l’iniziativa dei cittadini e delle imprese, divenendo fonte di burocrazia;
  • innalzare le competenze tecniche digitali che servono realmente alle imprese nei settori più gettonati e con più fame di competenze (knowledge sharing platform e network, cloud, internet of things e 5G), investendo negli Istituti tecnici, incentivando la costituzione di academy per la formazione del personale all’interno delle aziende o favorendo progetti formativi congiunti pubblico-privato, come nel caso dei dottorati industriali sottoscritti dal CNR e Confindustria[6], con l’obiettivo di contribuire all’alta formazione dei giovani mediante la ricerca, creare nuovi e migliori posti di lavoro e aumentare il potenziale innovativo delle imprese direttamente coinvolte nei progetti.

L’obbligo di ascoltare i cittadini

In testa a quest’ultimi interventi ci sono alcuni pre-requisiti da soddisfare. La necessaria innovazione nella PA non può che avvenire attraverso un accompagnamento che sia una spinta gentile (sia “nudge”), che preveda più manuali che norme, più formazione che imposizione, più premi che sanzioni. L’ascolto della cittadinanza non è demagogia. L’ascolto dei cittadini è il punto di partenza per creare un domani condiviso. I cittadini sono i clienti dei servizi pubblici, portatori di legittimi bisogni e diritti, e le PA hanno l’obbligo di soddisfarli come un’impresa privata di servizi soddisfa i propri clienti. Solo un coraggioso switch-off che renda obbligatorio il digitale, piuttosto che la carta, può portare a una trasformazione digitale della PA, che deve includere processi, cultura, atteggiamento verso il lavoro e verso l’utenza. Certo per i non digitalizzati andrebbero previsti canali assistiti, ma la carta deve scomparire del tutto e da subito.

Su questi presupposti si dovrebbe fondare il nuovo corso delle politiche pubbliche. È indispensabile essere e arrivare preparati.

________________________________________________

  1. http://www.eycapri.it/
  2. https://www.agendadigitale.eu/cittadinanza-digitale/fare-litalia-digitale-dopo-piacentini-ecco-come/
  3. http://www.miur.gov.it/cluster
  4. https://www.sviluppoeconomico.gov.it/index.php/it/incentivi/impresa/centri-di-competenza
  5. http://preparatialfuturo.confindustria.it/digital-innovation-hub/cosa-sono/
  6. https://www.cnr.it/it/comunicato-stampa/8148/confindustria-e-cnr-firmano-la-convenzione-sui-dottorati-industriali

@RIPRODUZIONE RISERVATA

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