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Università: senza governance, il digitale forma studenti performanti ma fragili



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Studi recenti mostrano come digital capability non garantisca automaticamente comportamenti accademici maturi. L’AI generativa amplifica dinamiche esistenti nel digital learning. Serve governance esplicita che allinei strumenti digitali, pratiche valutative e obiettivi formativi nell’higher education

Pubblicato il 5 feb 2026

Davide Liberato lo Conte

PhD Post-doc Research Fellow in Management Department of Management Sapienza University of Rome



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La trasformazione digitale dell’Università viene frequentemente raccontata come una traiettoria di progressivo potenziamento delle competenze: maggiore accesso alle tecnologie, aumento delle digital skills, diffusione di ambienti di apprendimento online e data-driven.

Tuttavia, una lettura più attenta della letteratura recente mostra come questa narrazione rischi di sovrastimare la correlazione tra competenza digitale e qualità dei comportamenti accademici.

Competenza digitale non significa comportamenti accademici maturi

Studi empirici pubblicati sul Journal of Learning Development in Higher Education evidenziano come l’adozione intensiva di strumenti digitali in ambito universitario non produca automaticamente un miglioramento nei processi di apprendimento, ma piuttosto una riconfigurazione dei comportamenti di studio, di interazione e di valutazione che può risultare ambivalente o persino regressiva se non governata consapevolmente.

La digital capability, intesa come insieme di abilità operative, informative e analitiche, rappresenta una condizione necessaria ma non sufficiente per sostenere comportamenti accademici maturi. L’università tende a misurare il successo della digitalizzazione attraverso indicatori di utilizzo, engagement e performance, trascurando la dimensione comportamentale più profonda: come gli studenti prendono decisioni cognitive, come gestiscono l’attenzione, come costruiscono significato, come sviluppano autonomia critica.

La letteratura sull’higher education digital learning sottolinea che l’iper-disponibilità di contenuti, feedback immediati e strumenti di supporto algoritmico favorisce comportamenti orientati all’ottimizzazione del risultato piuttosto che alla comprensione del processo, spostando l’asse dell’apprendimento dalla riflessione alla risposta. In questo senso, il comportamento digitale universitario diventa un costrutto organizzativo e culturale, non un semplice effetto dell’adozione tecnologica.

Le piattaforme digitali incorporano logiche di progettazione che incentivano specifiche forme di interazione, temporalità frammentate e modalità di valutazione standardizzate. Se non accompagnate da una governance pedagogica esplicita, tali logiche tendono a normalizzare comportamenti adattivi ma cognitivamente deboli: apprendimento superficiale, dipendenza da suggerimenti automatizzati, riduzione della tolleranza all’ambiguità e all’errore.

La trasformazione digitale dell’università, quindi, non può essere valutata solo in termini di capability acquisite, ma deve essere analizzata in relazione alla qualità dei comportamenti che tali capability rendono possibili o probabili.

Digital capability e sostenibilità: serve mediazione educativa

Un contributo particolarmente rilevante al dibattito è offerto dallo studio pubblicato su The International Journal of Management Education da Liu et al. (2023), che analizza il rapporto tra digital capability, digital learning e comportamenti sostenibili tra studenti universitari taiwanesi attraverso modelli avanzati di mediazione e moderazione.

Il valore di questo lavoro risiede nel superamento di una visione lineare e semplificata della competenza digitale, mostrando come l’impatto della digital capability sui comportamenti sostenibili non sia diretto, ma mediato da variabili chiave quali employability skills, innovative capability, data literacy, coinvolgimento cognitivo e atteggiamento verso la sostenibilità. Questo risultato ha implicazioni profonde per l’università europea e italiana.

La ricerca dimostra che la competenza digitale produce effetti positivi solo quando è inserita in un ecosistema educativo capace di trasformare l’abilità tecnica in comportamento intenzionale e riflessivo. In assenza di tali mediazioni, la digital capability rischia di rimanere una competenza strumentale, orientata all’efficienza e alla performatività, ma incapace di generare comportamenti sostenibili nel senso cognitivo, sociale e ambientale.

Il dato più rilevante è che la sostenibilità non emerge come output automatico del digital learning, ma come esito di un processo complesso in cui competenze, atteggiamenti e contesto disciplinare interagiscono. Questo elemento è spesso sottovalutato nelle politiche universitarie di digitalizzazione, che tendono a promuovere competenze digitali come obiettivo in sé, senza interrogarsi su come tali competenze vengano effettivamente tradotte in comportamenti.

La sostenibilità, così come l’autonomia intellettuale, non può essere “insegnata” attraverso piattaforme o strumenti, ma deve essere coltivata attraverso pratiche educative che rendano visibili le conseguenze delle scelte digitali. Lo studio di Liu et al. mostra inoltre come percorsi disciplinari differenti producano traiettorie comportamentali diverse, suggerendo che un approccio uniforme alla digital education rischia di appiattire la complessità dei comportamenti accademici.

Da qui emerge una lezione cruciale: l’università non può limitarsi a sviluppare digital capability, ma deve assumersi la responsabilità di progettare contesti che orientino i comportamenti digitali verso forme di apprendimento sostenibile, critico e responsabile. Senza questa intenzionalità pedagogica e organizzativa, la digitalizzazione rischia di produrre studenti altamente competenti sul piano tecnico, ma fragili sul piano decisionale, etico e cognitivo. È in questo scarto tra capacità e comportamento che si gioca oggi la vera sfida dell’università digitale.

AI generativa ridefinisce i processi cognitivi universitari

L’introduzione dell’AI generativa nei contesti universitari rappresenta un punto di discontinuità che rende definitivamente visibile il tema dei comportamenti digitali. A differenza delle precedenti tecnologie educative, l’AI generativa non si limita a mediare l’accesso ai contenuti o a supportare l’organizzazione dello studio, ma interviene direttamente nei processi cognitivi di produzione del testo, di sintesi concettuale, di problem solving e di argomentazione.

Questo spostamento ha un impatto radicale sui comportamenti di apprendimento, perché riduce drasticamente il costo cognitivo di attività che storicamente costituivano il cuore della formazione universitaria. La letteratura recente sul digital learning e sull’uso dell’AI in higher education mostra come l’adozione di strumenti generativi tenda a produrre una ristrutturazione implicita dei comportamenti degli studenti.

L’attenzione si sposta dalla costruzione progressiva della conoscenza alla gestione dell’output, dalla comprensione dei concetti alla verifica della plausibilità delle risposte generate, dalla scrittura come processo cognitivo alla scrittura come operazione di editing. Questo non implica necessariamente un peggioramento dell’apprendimento, ma ne modifica profondamente la natura. Il rischio principale non è la “sostituzione” dello studente da parte dell’AI, quanto la normalizzazione di comportamenti che riducono l’esercizio dell’autonomia intellettuale e della riflessività critica.

Il tema dell’assessment diventa, in questo contesto, un indicatore privilegiato dei comportamenti digitali emergenti. Sistemi di valutazione progettati per un contesto pre-AI faticano a distinguere tra competenza effettiva e capacità di orchestrare strumenti digitali. La risposta più diffusa, basata su controlli, divieti o strumenti di detection, affronta il problema sul piano normativo ma non su quello comportamentale.

Le evidenze empiriche mostrano che gli studenti tendono ad adattare i propri comportamenti alle metriche di valutazione percepite come dominanti, sviluppando strategie di ottimizzazione che non coincidono necessariamente con l’apprendimento profondo. In questo scenario, l’AI generativa agisce come amplificatore di dinamiche già presenti nel digital learning: orientamento al risultato, riduzione del tempo di elaborazione, dipendenza da sistemi esterni di supporto cognitivo.

Senza una revisione strutturale dei modelli di assessment, l’università rischia di incentivare comportamenti digitali funzionali alla performance formale ma disallineati rispetto agli obiettivi formativi dichiarati. La questione non è se l’AI debba essere utilizzata o meno, ma quali comportamenti di apprendimento l’università intenda legittimare, incoraggiare o scoraggiare attraverso le proprie pratiche valutative.

Governance istituzionale dei comportamenti digitali accademici

La crescente centralità dei comportamenti digitali impone alle università di superare un approccio prevalentemente infrastrutturale alla digitalizzazione e di adottare una prospettiva di governance esplicita.

I comportamenti digitali non sono una variabile individuale residuale, ma un fenomeno sistemico che emerge dall’interazione tra tecnologie, regole, incentivi, pratiche didattiche e cultura organizzativa. Governarli non significa prescrivere comportamenti “corretti”, ma progettare contesti istituzionali che rendano desiderabili e sostenibili determinate pratiche cognitive e relazionali. Le policy universitarie, tuttavia, continuano a concentrarsi soprattutto su aspetti regolatori formali, come l’integrità accademica, la protezione dei dati o l’uso consentito delle tecnologie.

Questi interventi sono necessari ma insufficienti. La governance dei comportamenti digitali richiede un livello più profondo di progettazione istituzionale, che includa la definizione di principi pedagogici condivisi, la coerenza tra strumenti digitali e obiettivi formativi, e la responsabilizzazione degli attori coinvolti. In assenza di questa cornice, le tecnologie tendono a guidare i comportamenti più delle policy, secondo logiche di default e affordance progettate da soggetti esterni all’università.

Un elemento critico riguarda il ruolo dei docenti e delle strutture di governance accademica. I docenti si trovano spesso a gestire comportamenti digitali emergenti senza un supporto istituzionale adeguato, adattando individualmente pratiche didattiche e valutative. Questo produce una frammentazione delle risposte e un’elevata eterogeneità dei comportamenti accademici, che può minare l’equità e la coerenza del sistema. Una governance efficace dovrebbe invece fornire cornici comuni, lasciando spazio all’autonomia disciplinare ma evitando che ogni corso diventi un micro-sistema normativo autoreferenziale.

La governance dei comportamenti digitali implica anche una riflessione sul ruolo dei dati e degli analytics. Le università dispongono di quantità crescenti di dati sui comportamenti degli studenti, ma raramente utilizzano queste informazioni per comprendere le dinamiche di apprendimento in modo critico. L’uso dei dati tende a privilegiare il monitoraggio e la rendicontazione, piuttosto che l’analisi dei pattern comportamentali e delle loro implicazioni educative.

Una governance matura dovrebbe utilizzare i dati non per controllare, ma per progettare ambienti di apprendimento più consapevoli e inclusivi. Infine, la questione dei comportamenti digitali chiama in causa la responsabilità pubblica dell’università. In quanto istituzione che forma cittadini, professionisti e decisori, l’università contribuisce a modellare il rapporto delle future generazioni con la tecnologia.

Ignorare la dimensione comportamentale della digitalizzazione significa rinunciare a una parte fondamentale della propria missione educativa. Governare i comportamenti digitali non è un atto di regolazione tecnica, ma una scelta culturale e politica che riguarda il tipo di conoscenza, di autonomia e di responsabilità che l’università intende promuovere nell’era digitale.

Ripensare l’università digitale a partire dai comportamenti

La riflessione sui comportamenti digitali in ambito universitario conduce a una conclusione che va oltre il dibattito sull’adozione tecnologica o sull’introduzione di nuove piattaforme: la trasformazione digitale dell’università non è, prima di tutto, una questione di strumenti, ma di scelte istituzionali che modellano pratiche cognitive, relazionali e decisionali.

Le tecnologie digitali, e in particolare l’AI generativa, rendono visibili dinamiche che erano già presenti, amplificandole e accelerandole. Ignorare questa dimensione significa limitarsi a gestire gli effetti superficiali dell’innovazione, rinunciando a governarne le conseguenze più profonde. L’evidenza empirica discussa mostra come la digital capability, se non inserita in un quadro intenzionale di governance educativa, rischi di tradursi in comportamenti adattivi ma fragili, orientati alla performance immediata piuttosto che alla costruzione di competenze durature.

L’università si trova così di fronte a un paradosso: più aumenta la sofisticazione tecnologica, più cresce il rischio di una riduzione dell’autonomia cognitiva, se i comportamenti digitali non vengono esplicitamente considerati come oggetto di progettazione educativa. In questo senso, la vera posta in gioco non è la regolazione dell’uso delle tecnologie, ma la capacità dell’istituzione di rendere coerenti strumenti, pratiche e finalità formative. Ripensare l’università digitale richiede quindi un cambio di paradigma nella governance.

Le policy non possono limitarsi a definire ciò che è consentito o vietato, ma devono interrogarsi su quali comportamenti di apprendimento, di ricerca e di valutazione l’università intenda legittimare e incentivare. Questo implica una responsabilità collettiva che coinvolge organi di governo, docenti, strutture amministrative e studenti, e che richiede una visione condivisa del ruolo dell’università nell’ecosistema digitale. Senza questa visione, la digitalizzazione rischia di essere guidata più dalle affordance tecnologiche che da scelte educative consapevoli. La sfida è tanto più rilevante in un contesto in cui l’università è chiamata a formare non solo competenze professionali, ma capacità di giudizio, responsabilità e cittadinanza digitale.

I comportamenti digitali sviluppati durante il percorso universitario tendono infatti a stabilizzarsi e a riprodursi nei contesti lavorativi e sociali successivi. Governarli significa incidere indirettamente sulla qualità delle decisioni future, sulla sostenibilità delle organizzazioni e sulla tenuta del dibattito pubblico. In questo senso, l’università digitale è anche un laboratorio di democrazia cognitiva. Una trasformazione realmente generativa richiede quindi di spostare l’attenzione dall’adozione all’appropriazione, dalla competenza al comportamento, dalla tecnologia alla cultura organizzativa.

L’università ha gli strumenti teorici, empirici e istituzionali per assumere questo ruolo, ma deve riconoscere esplicitamente che i comportamenti digitali non sono un effetto collaterale dell’innovazione, bensì il suo principale terreno di impatto. Governarli non significa rallentare il cambiamento, ma renderlo coerente con la missione educativa dell’istituzione nell’era digitale.

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