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fear of missing out

Cos’è la Fomo, il problema psicologico dell’era dei social

La Fomo è una forma di ansia sociale e preoccupazione compulsiva di perdere l’opportunità di interazione sociale, mediata tipicamente dal digitale. La ricerca accademica la identifica in modo ormai preciso. Ecco cosa dicono gli ultimi studi a riguardo

04 Gen 2018

Nicola Strizzolo

docente sociologo Università di Udine


Un’indagine condotta da LivePerson su 4.013 utenti di interne tra i 18 e i 34 anni in sei paesi (Australia, Germania, Francia, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti) ha messo in luce come i giovani sottoposti al questionario preferissero la comunicazione digitale a quella in presenza.

Non conosciamo con precisione le modalità di campionamento e di somministrazione del questionario, ci atteniamo per tanto alla sintesi dei risultati, per poi paragonarli a quanto già emerso in pregresse ricerche in ambito accademico scientifico.
Quasi tre quarti dei giovani intervistati negli States (73,7 %) e nel Regno Unito (74,4 %) sostiene che preferisce la comunicazione digitale attraverso mail, SMS o social piuttosto che di persona.
Questi i risultati per gli altri paesi coinvolti nel sondaggio: Australia – 65,3 per cento, Francia – 61 per cento e Giappone – 55 per cento.

L’unico paese, interessato dalla survey al di sotto della soglia della metà di giovani che interagiscono maggiormente online che in contesti fisici, è la Germania per un decimale di punto percentuale (49,9).
L’indagine riportano anche comportamenti ossessivi, secondo gli autori, verso i loro dispositivi: sette su dieci dei giovani del campione dormono con lo strumento a portata di mano, quasi due terzi lo portano in bagno e più della metà, se si sveglia di notte, controlla se ha comunicazioni.

Altre ricerche (GlobalWebIndex), sempre dal summenzionato articolo, riportano che i teenager passano mediamente 3 ore e 38 minuti a navigare nel web attraverso i loro smartphone.

Quanto rilevato, seppure non meglio metodologicamente inquadrato, offre degli spunti interessanti riguardo alla cosiddetta FoMO, acronimo per “fear of missing out” (che letterariamente sarebbe “paura di perdere”): una forma di ansia sociale e preoccupazione compulsiva di perdere l’opportunità di interazione sociale, di un’esperienza nuova o di un’esperienza gratificante, per lo più suscitate da post nei social. Di venire così esclusi da eventi piacevoli o emozionanti vissuti da altri amici nei social (Dossey 2014).

E sempre da ricerche accademiche abbiamo la seguente descrizione:
– la FoMo è una forza scatenante insita nell’utilizzo dei sociale
– Per lo più sono i giovani ad esserne affetti
– Bassi livelli di bisogni di soddisfazione e di soddisfazione della vita, alta distrazione alla guida e in classe (dovuta ai dispositivi) caratterizzano alti livelli di FoMo.

Chi è affetto di FoMo cade in un circolo vizioso: cerca di riempire la solitudine con i social che solo apparentemente gli danno compagnia, facendolo cadere invece in un senso di solitudine ancora maggiore che cerca di riempire sempre attraverso i social.

Non sono rari i casi di soggetti, la cui vita è stata stravolta da relazioni nelle quali hanno interagito quasi esclusivamente online: le parole sono un testo che viene costruito da entrambi i soggetti coinvolti, un teatro negoziato ed animato dalle reciproche proiezioni, desideri (ma ipoteticamente da anche conflitti e mostri), si può offrire di sé lo spettacolo migliore – la FoMo si basa anche sulla menzogna dell’apparenza online ed una terapia per la FoMo lavora infatti sulla comprensione di questo.

Rappresentazioni che creano attese, aspettative, ma poi gli incontri e le azioni reali, se di un rapporto staccato completamente dalla realtà degli individui, non può che rivolgersi contro entrambi, incomprensibili tasselli di esistenze, delle quali, ciò che si voleva rappresentare, con manipolazioni più o meno consapevoli e illusioni più o meno autoimposte va a scontrare con una struttura di vita (famiglia, amici, nei migliori dei casi, se non il proprio e vero vuoto) preesistente.

Senza, in questo caso, un reale dialogo e perciò un’armonizzazione, ed eventuali possibili scelte fattive e realmente sensibili di tutte le parti coinvolte (escluse invece dalla doppia vita online e segreta), non possono aver luogo: il soggetto si ritrova prigioniero in due gabbie, quella della relazione on line, desiderata quanto mai raggiunta quando difficilmente trova adeguamento nell’altro che sta dietro quell’avatar e nella propria realtà, senza appigli di senso anche per provare a rinegoziarla. Forse uno dei pochi casi dove il paradigma reale vs virtuale potrebbe reggere ancora.

Lo psicologo John Grohol, sostiene che per gli affetti di FoMO comunicare è più importante della vita stessa, che mettono a repentaglio al volante (tra le principali cause di incidenti) ma anche camminando a piedi distrattamente. Ricorda il senso durkheimiano di suicidio che esprimeva la presenza di regole sociali che imponevano la scelta di morte sulla vita individuale (per onore o per la comunità) o il suo contrario, il suicidio per l’assenza di questo legame con la comunità (in questo caso anomico): di fatto i social, almeno per gli affetti di FoMO, sono la stessa cosa, presenza annunciata e assenza percepita degli altri, il bussare alla porta senza poi trovare davvero qualcuno.

La comunicazione potenziale – continua Grohol – diventa più importante della comunicazione in corso: ovvero si interrompe una per un’altra e un’altra ancora sempre spinti dall’aspettativa emozionale di qualcosa che si sta perdendo.
In Sud Corea, il paese più cablato al mondo, l’Internet addiction è considerata un’emergenza per la salute pubblica tanto da aver preso seriamente in considerazione il fenomeno della “demenzia digitale”: un deterioramento delle abilità cognitive simile a persone che hanno sofferto di traumi alla testa o malattie del cervello.

Su un campione di giovani tra i 10 e i 19 anni, il diciotto per cento di coloro che usano lo smart phone più di sette ore al giorno non è in grado di svolgere semplici compiti di memoria come ricordare il proprio numero di telefono. Se non proprio demenza, diventa un vero e proprio modo di operare del linguaggio e delle categorie mentali ad esse associato il ricorrere a formule brevi che modificano sia il mondo di comunicare in presenza ma anche le modalità di pensiero e azione (le famose tecno psicologie di De Kerckhove).

Il fenomeno di Internet Addiction pare preoccupante anche in Cina dove di fatto le caratteristiche rilevate del dipendente dal Web rispecchiano quelle tipiche del drogato: sensi di piacevolezza e auto realizzazione online e depressione e attacchi di panico off line, menzogne ai propri cari sul reale monte ore di utilizzo della rete. E parrebbero anche rilevati – la letteratura scientifica così riporta – segni di atrofia della materia grigia e cambiamenti nella sostanza bianca sotto la corteccia della materia grigia nei casi di maggiore dipendenza da internet.

C’è da chiedersi: quanto ciascuno di noi sia davvero coinvolto in questo FoMo e se statisticamente, si possa definire una devianza o meno? Il fumo è una dipendenza, nuoce gravemente la salute, eppure tante persone, dotate di acume, cultura scientifica e forza di volontà fumano, nessuno direbbe che non è normale fumare. Tutte le volte che mi perdo su Facebook e soprattutto trovo dei contenuti davvero stupidi, mi dico basta, ora stacco, clicco un’ultima volta…

Larry Dossey, FOMO, Digital Dementia, and Our Dangerous Experiment, EXPLORE: The Journal of Science and Healing, Volume 10, Issue 2, March–April 2014, Pages 69-73

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