Con l’avvicinarsi del referendum costituzionale di marzo 2026 sulla giustizia, la campagna politica italiana si svolge sempre più nello spazio digitale. Social network, newsletter politiche, gruppi di messaggistica e campagne promozionali online sono ormai strumenti centrali nella mobilitazione degli elettori.
Con inedito ruolo dell’intelligenza artificiale.
Ma quali dati possono utilizzare partiti e comitati referendari per raggiungere gli elettori? E soprattutto, con quali strumenti tecnologici questi dati possono essere analizzati e sfruttati?
La CNIL, l’Autorità francese per la protezione dei dati, se ne preoccupa e pubblica un piano d’azione per difendere gli elettori e i loro dati in vista delle municipali di questo marzo in Francia.
E l’Italia?
Indice degli argomenti
L’influencer virtuale con AI “Cittadino Zero” nel referendum italiano sulla giustizia
Un esempio recente di queste nuove forme di comunicazione politica è emerso proprio nel dibattito italiano sul referendum sulla giustizia.
Durante la campagna referendaria è comparso sui social “Cittadino Zero”, un influencer virtuale, generato digitalmente e utilizzato per diffondere contenuti a sostegno del “Sì”.
La pagina Instagram promuove contenuti di destra, anche rilanciati dalla Lega.
Il profilo, costruito come un avatar realistico e presentato come un normale utente dei social, rappresenta una forma di comunicazione politica che si colloca a metà strada tra marketing digitale e sperimentazione tecnologica.
La scelta di utilizzare un personaggio artificiale per promuovere una posizione politica ha suscitato un ampio dibattito sul ruolo delle tecnologie generative nella propaganda elettorale e sulla trasparenza delle campagne digitali.
Secondo diverse ricostruzioni giornalistiche, l’avatar sarebbe parte di una strategia comunicativa pensata per intercettare l’attenzione degli utenti online e adattarsi ai linguaggi tipici dei social media, dove influencer e creator sono diventati intermediari sempre più centrali nella diffusione dei messaggi politici.
Fenomeni come questo mostrano come le tecnologie generative stiano entrando concretamente nella comunicazione politica contemporanea, smettendo di essere semplici esperimenti tecnologici.
Le campagne politiche digitali nella nuova propaganda per il referendum sulla giustizia
Negli ultimi anni le campagne politiche sono andate ben oltre i tradizionali messaggi di propaganda e hanno iniziato a utilizzare strategie sempre più data-driven, basate sulla segmentazione dell’elettorato, sull’analisi dei comportamenti online e sull’uso delle piattaforme pubblicitarie per indirizzare messaggi differenti a gruppi specifici di utenti. L’evoluzione recente degli strumenti di intelligenza artificiale rende oggi questo processo ancora più sofisticato, consentendo di analizzare grandi quantità di dati e generare contenuti politici in modo automatizzato.
Il quadro normativo italiano appare costruito su presupposti tecnologici molto diversi da quelli attuali; per questo, anche se le regole esistono e disciplinano l’utilizzo dei dati degli elettori nelle campagne politiche, sono state elaborate in un’epoca in cui la propaganda elettorale passava soprattutto attraverso volantini, telefonate e mailing list.
Nel frattempo, la comunicazione politica è entrata nell’era degli algoritmi e le tecnologie digitali stanno cambiando le condizioni stesse della competizione democratica.
Quali dati usano le campagne politiche digitali in Italia
Il Garante per la protezione dei dati personali ha svolto un ruolo centrale nella definizione delle regole sull’utilizzo dei dati degli elettori nelle campagne politiche, in particolare con il provvedimento del 18 aprile 2019 n. 96 in materia di propaganda elettorale e comunicazione politica, che chiarisce i limiti entro cui partiti, movimenti e comitati possono trattare i dati personali degli elettori. In particolare, il Garante definisce le condizioni di liceità del trattamento dei dati personali per propaganda politica; chiarisce quando è necessario il consenso degli interessati; stabilisce quali dati possono essere utilizzati e da quali fonti; fornisce indicazioni operative per i soggetti che svolgono campagne elettorali o referendarie.
Inoltre il Garante ha più volte ribadito che, per contattare gli elettori e inviare materiale di propaganda, partiti e comitati possono utilizzare i dati contenuti nelle liste elettorali detenute dai comuni, così come alcune informazioni provenienti da registri pubblici relativi all’elettorato attivo e passivo, anche senza il consenso degli interessati.
Si tratta di una deroga propria del contesto elettorale in cui la logica prevalente è quella di garantire l’effettività della partecipazione politica e della comunicazione tra rappresentanti e cittadini, considerata un elemento essenziale del funzionamento democratico.
Diversa è la situazione quando i dati provengono da fonti differenti. Se un partito o un comitato referendario utilizza indirizzi e-mail, numeri di telefono o altre informazioni personali raccolte attraverso petizioni, iniziative politiche o banche dati private, è necessario che gli interessati abbiano espresso un consenso esplicito e informato all’utilizzo dei loro dati per finalità di comunicazione politica. Allo stesso tempo, resta fermo il divieto di utilizzare dati particolari ai sensi dell’art. 9 GDPR per attività di propaganda.
Si tratta tuttavia di una disciplina costruita in un contesto tecnologico in cui la propaganda politica si svolgeva ancora, prevalentemente, attraverso strumenti tradizionali, molto prima della diffusione delle piattaforme digitali, del microtargeting e delle campagne data-driven.
La Francia e il piano della CNIL per le elezioni 2026
Mentre in molti paesi europei il dibattito sull’uso dei dati nelle campagne politiche resta ancora frammentato (anche a causa delle significative differenze tra le normative nazionali in materia di pubblicità politica e trattamento dei dati personali), le istituzioni europee hanno iniziato a riconoscere la necessità di un quadro regolatorio più armonizzato a livello dell’Unione; alcune autorità di protezione dei dati stanno inoltre iniziando a trattare la questione in modo più sistematico.
È il caso della Francia, dove la Commission nationale de l’informatique et des libertés (CNIL) ha recentemente annunciato un piano d’azione specifico in vista delle elezioni municipali del 2026. L’iniziativa parte dalla constatazione che la comunicazione politica contemporanea si sviluppa sempre più attraverso strumenti digitali e piattaforme online, e questo comporta un utilizzo crescente di dati personali degli elettori.
Per questo motivo la CNIL ha deciso di rafforzare il monitoraggio delle campagne elettorali digitali, riattivando il proprio “observatoire des élections”, struttura dedicata al monitoraggio delle pratiche di comunicazione politica e alla raccolta di segnalazioni dei cittadini su possibili violazioni della normativa sulla protezione dei dati. La CNIL intende inoltre rafforzare il dialogo con partiti, candidati e consulenti di campagne elettorali per chiarire gli obblighi previsti dal GDPR, in particolare rispetto all’utilizzo di database di elettori, tecniche di profilazione e strumenti digitali di comunicazione politica.
Il piano include anche attività di informazione rivolte agli elettori sui loro diritti e sulla possibilità di segnalare usi illeciti dei dati personali. Attraverso queste misure l’autorità francese mira a prevenire pratiche abusive e a garantire che l’uso crescente di strumenti digitali nelle campagne elettorali avvenga nel rispetto dei principi di trasparenza e protezione dei dati.
La diffusione delle campagne data-driven in Europa e negli Stati Uniti
Negli ultimi anni le campagne politiche hanno progressivamente adottato strumenti e logiche tipiche del marketing digitale, con l’uso sistematico dei dati per segmentare l’elettorato, testare messaggi e ottimizzare la comunicazione, quale componente strutturale delle strategie elettorali in molte democrazie occidentali.
Il caso Cambridge Analytica
Il caso più noto resta quello legato alle elezioni presidenziali del 2016 negli Stati Uniti (vinte da Donald Trump), quando lo scandalo Cambridge Analytica portò alla luce l’utilizzo di dati provenienti da Facebook per costruire modelli psicometrici degli elettori e indirizzare messaggi politici altamente personalizzati. La società di consulenza politica, collegata al gruppo britannico SCL, lavorò per la campagna di Donald Trump e per altri comitati politici repubblicani ed ottenne dati di milioni di utenti Facebook attraverso un’app di ricerca accademica (“thisisyourdigitallife”). I dati, raccolti inizialmente per finalità accademiche, furono poi trasferiti a Cambridge Analytica. Secondo le indagini giornalistiche e le successive audizioni parlamentari furono coinvolti dati di circa 87 milioni di utenti Facebook; i dati furono utilizzati per costruire profili psicometrici degli elettori; tali profili servivano per attività di microtargeting politico nelle campagne digitali.
Quanto emerso ha avuto un impatto profondo nel dibattito internazionale, perché ha mostrato in modo concreto come la combinazione tra grandi quantità di dati personali, piattaforme digitali e strumenti analitici avanzati possa trasformarsi in una potente infrastruttura di persuasione politica.
Brexit e targeting politico
L’approccio data-driven alle campagne elettorali si è diffuso ben oltre il contesto statunitense. Nel Regno Unito, ad esempio, le campagne legate al referendum sulla Brexit e alle successive elezioni politiche hanno fatto largo uso di pubblicità politica mirata sui social media, sfruttando le capacità di targeting delle piattaforme per indirizzare messaggi differenti a specifici gruppi di elettori, come evidenziato anche da indagini parlamentari e studi accademici sul ruolo della pubblicità politica online e sull’utilizzo di strumenti di computational propaganda nel referendum del 2016.
Anche in altri Paesi europei (dalla Francia alla Germania, fino ai paesi nordici) i partiti politici hanno progressivamente integrato strumenti di analisi dei social media, database di sostenitori e piattaforme di gestione centralizzata delle campagne digitali.
Queste strategie si basano sulla raccolta e analisi dei dati sugli elettori per individuare gruppi di popolazione più facilmente mobilitabili o persuadibili, e adattare di conseguenza i messaggi politici. In altre parole, tecniche nate nel marketing commerciale (profilazione del pubblico, test A/B dei messaggi, ottimizzazione algoritmica delle inserzioni) vengono progressivamente applicate anche alla competizione politica.
La distinzione tradizionale tra comunicazione politica e comunicazione commerciale tende quindi progressivamente a sfumare, dal momento che le piattaforme digitali attraverso cui passano gran parte delle campagne elettorali (dai social network ai sistemi di advertising online) sono le stesse utilizzate dalle imprese per promuovere prodotti e servizi. Ne deriva un ecosistema in cui la propaganda politica si sviluppa sempre più all’interno di infrastrutture tecnologiche progettate per l’analisi dei comportamenti degli utenti e per la personalizzazione dei contenuti.
Ed è proprio questa evoluzione a rendere sempre più rilevante il tema della regolazione delle campagne digitali. Se la comunicazione politica adotta gli strumenti dell’economia dei dati, allora le questioni che emergono riguardano sia la trasparenza delle campagne elettorali che il modo in cui l’elaborazione di dati personali, piattaforme e algoritmi contribuiscono a plasmare il processo di formazione dell’opinione pubblica.
In altre parole, la propaganda politica contemporanea tende a diventare sempre più una forma di politica data-driven, in cui la gestione dei dati degli elettori diventa parte integrante della strategia elettorale.
Come l’AI trasforma le campagne politiche digitali
Se le campagne data-driven hanno trasformato il modo in cui i partiti analizzano l’elettorato, l’intelligenza artificiale sta introducendo un ulteriore livello di complessità. Negli ultimi anni strumenti di AI generativa, sistemi di analisi dei dati e modelli di elaborazione del linguaggio naturale hanno iniziato a essere utilizzati anche nella comunicazione politica, ampliando in modo significativo le possibilità di personalizzazione e automazione delle campagne.
I sistemi di intelligenza artificiale sono infatti in grado di analizzare grandi quantità di dati provenienti dai social media, dai sondaggi e dalle interazioni online per individuare tendenze nell’opinione pubblica, misurare il sentiment degli elettori o identificare temi particolarmente sensibili per specifici gruppi sociali. Le tecnologie generative consentono inoltre di produrre rapidamente contenuti (testi, immagini, video) adattandoli a diversi segmenti di pubblico o a specifiche piattaforme digitali.
Questa combinazione tra analisi dei dati e produzione automatizzata di contenuti rende le campagne politiche potenzialmente più efficienti e reattive, ma introduce anche nuovi rischi.
L’intelligenza artificiale può infatti amplificare le dinamiche già presenti nelle campagne data-driven, rendendo più facile produrre comunicazioni altamente personalizzate e distribuire messaggi diversi a gruppi differenti di elettori. In questo modo la propaganda politica può diventare sempre più frammentata e difficile da osservare nel suo complesso.
Un ulteriore elemento di criticità riguarda la possibilità di utilizzare l’IA per generare contenuti sintetici (immagini, audio, video) che possono simulare dichiarazioni o eventi mai avvenuti. Anche quando questi strumenti vengono utilizzati per finalità legittime di comunicazione, la loro diffusione solleva interrogativi sulla capacità del pubblico di distinguere tra contenuti autentici e contenuti generati artificialmente, soprattutto in contesti di forte polarizzazione politica.
Il risultato è che l’IA rappresenta un nuovo strumento tecnologico nelle campagne elettorali, ma soprattutto un fattore che può incidere su trasparenza e affidabilità dell’ecosistema informativo in cui si forma l’opinione pubblica. Ciò rende sempre più urgente un confronto sulle regole che dovrebbero governare l’uso delle tecnologie di AI nella comunicazione politica.
Il nuovo quadro europeo: verso una regolazione della propaganda politica digitale
Di fronte alla crescente diffusione di campagne politiche digitali basate su dati, piattaforme e algoritmi, anche il legislatore europeo ha iniziato a interrogarsi su come garantire maggiore trasparenza e tutela dei diritti degli elettori. Negli ultimi anni l’Unione europea ha infatti avviato un percorso normativo volto a regolamentare in modo più specifico l’utilizzo delle tecnologie digitali nella comunicazione politica.
Uno degli interventi più significativi è rappresentato dal Regolamento europeo sulla trasparenza e il targeting della pubblicità politica (Regolamento UE 2024/900), adottato con l’obiettivo di rendere più chiari e verificabili i messaggi politici diffusi online.
La normativa introduce una serie di obblighi di trasparenza per le inserzioni politiche digitali: gli utenti devono poter sapere quando stanno visualizzando un contenuto di natura politica, chi lo ha finanziato e quali criteri sono stati utilizzati per indirizzarlo a determinati gruppi di destinatari. Allo stesso tempo, il regolamento limita l’uso di tecniche di targeting basate su dati particolarmente sensibili, come quelli relativi alle convinzioni politiche, religiose o all’orientamento sessuale.
Il limite europeo al microtargeting basato su dati sensibili
Uno degli aspetti più innovativi del Regolamento UE 2024/900 riguarda il microtargeting.
La normativa introduce infatti restrizioni specifiche all’uso di tecniche di targeting basate su categorie particolari di dati personali, come quelli relativi alle opinioni politiche, alle convinzioni religiose, all’origine etnica, alla salute o all’orientamento sessuale.
In linea con i principi del GDPR, tali dati non possono essere utilizzati per indirizzare messaggi politici personalizzati, salvo condizioni molto restrittive e con il consenso esplicito dell’interessato. L’obiettivo è evitare che la profilazione politica degli elettori possa trasformarsi in uno strumento di manipolazione o discriminazione nel processo democratico, limitando le forme più invasive di segmentazione dell’elettorato nelle campagne digitali.
AI Act, Digital Services Act e ruolo delle piattaforme digitali
Parallelamente, il quadro regolatorio europeo si è arricchito con l’adozione dell’AI Act, il primo regolamento organico sull’intelligenza artificiale, che, pur non essendo specificamente dedicato alla comunicazione politica, introduce principi e obblighi rilevanti anche in questo ambito, in particolare in merito alla trasparenza dei sistemi di AI e all’utilizzo di tecnologie capaci di generare contenuti sintetici. Il fine è quello di evitare che l’impiego di strumenti automatizzati possa alterare il processo di formazione dell’opinione pubblica o compromettere la fiducia dei cittadini nell’informazione.
Un elemento centrale del nuovo quadro normativo europeo è rappresentato inoltre dal Digital Services Act (DSA), pienamente in vigore dal 2024, che introduce obblighi specifici per le grandi piattaforme online nella gestione dei contenuti e delle pubblicità digitali.
Tra le disposizioni più rilevanti quelle relative alla trasparenza della pubblicità online, che impongono alle piattaforme di rendere chiaramente identificabili i contenuti sponsorizzati e di indicare chi li ha finanziati e perché un determinato utente è stato selezionato come destinatario di quella comunicazione. Questo aspetto assume particolare rilievo nel contesto delle campagne politiche digitali, dove i sistemi di advertising consentono di indirizzare messaggi personalizzati a segmenti specifici dell’elettorato.
Il DSA introduce obblighi rafforzati per le Very Large Online Platforms (VLOPs) – come le principali piattaforme social -, che devono valutare e mitigare i rischi sistemici derivanti dal funzionamento dei loro servizi, inclusi quelli che possono incidere sui processi democratici e sul dibattito pubblico. La regolazione europea sembra riconoscere che la competizione politica digitale dipende dalle strategie dei politici ma anche dalle infrastrutture tecnologiche che rendono possibile la diffusione e la segmentazione dei messaggi politici.
Così, se in passato la propaganda elettorale era regolata quasi esclusivamente come attività dei soggetti politici, oggi parte della responsabilità della trasparenza informativa viene progressivamente attribuita anche alle piattaforme che ospitano e distribuiscono i contenuti.
La politica nell’ecosistema delle piattaforme
Le iniziative europee e il piano della CNIL mostrano come la propaganda politica digitale sia ormai una questione che coinvolge contemporaneamente dati personali, piattaforme e AI.
La campagna referendaria italiana si colloca pienamente in questo scenario e l’apparizione dell’influencer virtuale “Cittadino Zero” ne è un segnale evidente: strumenti e linguaggi dell’economia delle piattaforme stanno entrando anche nella comunicazione politica.
Il quadro normativo italiano offre già alcune regole, ma nasce in un contesto tecnologico ormai lontano da quello attuale e la questione che emerge oggi riguarda soprattutto la trasparenza delle campagne politiche in un ambiente informativo sempre più mediato da dati, algoritmi, piattaforme.











