Le big tech contro il coronavirus: perché è utile ma anche pericoloso | Agenda Digitale

la riflessione

Le big tech contro il coronavirus: perché è utile ma anche pericoloso

Google, Facebook, Apple sono in prima linea con soluzioni e dati per aiutarci a contrastare il virus. Mosse positive, che però si inseriscono in un contesto dove il crescente potere delle big tech potrebbe avere conseguenze lesive per gli equilibri socio-economici dei Paesi democratici

12 Apr 2020
Federica Maria Rita Livelli

Business Continuity & Risk Management Consultant

Alessandro Longo

Direttore agendadigitale.eu


Le big tech – Google e Facebook in prima linea, ma ora anche Apple – si sono messe a disposizione di Governi e di varie organizzazioni per fornire big data e tool utili a offrire informazioni per contrastare il contagio coronavirus.

Siamo all’inizio di un percorso che potrebbe rivelare un nuovo e potente ruolo della tecnologia per la salvaguardia della salute pubblica. Di quella stessa tecnologia e di quegli stessi soggetti finora utilizzati da tutti solo per motivi consumeristici e business.

C’è qui un forte cambio di paradigma. E attenzione: come ogni volta in cui c’è in gioco la vita di tante persone, siamo a un momento di svolta che potrebbe sia cambiare fortemente il ruolo della tecnologia nella nostra società sia aumentare di molto il potere delle big tech nel mondo, con ricadute non sempre e non solo positive.

Le mosse di Facebook su dati contro il coronavirus

Facebook – ha aggiunto tre strumenti, all’interno del proprio programma Data for Good, atti a studiare e prevedere l’evoluzione del contagio grazie ad informazioni aggregate e “anonimizzate”, in conformità alle cogenti normative sulla privacy, in modo tale da tracciare ed analizzare l’impatto delle misure di prevenzione sulla mobilità e, di fatto, sulla proliferazione del contagio.

Le informazioni, raccolte attraverso i servizi di geolocalizzazione delle varie piattaforme social (i.e. Facebook, Instagram e Whatsapp), sono elaborate dai tre tool che restituiscono tre tipologie di mappe, e precisamente:

  • Mappe di co-localizzazione, che rivelano la probabilità con cui una persona di una zona venga a contatto con un’altra di un’altra zona, in modo tale da prevedere eventuali futuri focolai di Covid-19.
  • Mappe di mobilità, che mostrano, a livello locale, se una persona limita gli spostamenti a zone vicino a casa o si sposta in altre zone cittadine, in modo tale da capire se le misure preventive di limitazione alle uscite da casa stiano funzionando.
  • Mappe di connessioni sociali, che forniscono la nostra rete di amicizie localizzate in diversi Stati e Paesi in modo tale da essere utilizzate dagli epidemiologi per prevedere con che probabilità si possa diffondere il Covid-19 e, al contempo, rivelare i legami sociali che possano essere di aiuto alla comunità nella lotta e nella fase di recupero della crisi.

Le mosse di Google contro il coronavirus

La funzione GoogleMap è in grado di fornire dei report a livello di 131 Paesi, al momento, aggregando i dati in modalità anonima (i.e. i dati raccolti non sono in formato “readable”), nel pieno rispetto dei protocolli e delle normative sulla privacy, per monitorare l’affollamento di alcuni luoghi, utile per capire gli orari di punta dei negozi e l’utilizzo dei mezzi pubblici in modo da programmarne una maggiore disponibilità in determinate aree ed orari. Quindi siamo di fronte ad un monitoraggio, a livello globale, dei nostri spostamenti per aiutare al contenere la pandemia utilizzando le informazioni di chi utilizza l’app GoogleMaps ed ha attivato la modalità “opt-in” per la condivisione delle informazioni.

Google Italia, in base ai dati raccolti tra il 16 febbraio (inizio delle misure restrittive) ed il 29 marzo 2020 è stata in grado di fornire un report che attesta come, nel nostro Paese, la mobilità è diminuita del:

  • 94% nelle zone dello shopping, dei cinema e dei teatri
  • 90% nei parchi e nelle aree riservate ai cani
  • 85% nelle zone in prossimità di negozi alimentari, di farmacie e centri commerciali (Gdo)
  • 63% nei luoghi di lavoro (alcune attività lavorative/produttive continuano)

In contrapposizione al trend negativo, il report rileva un aumento del 24% della mobilità in corrispondenza delle zone residenziali, dato che le persone, essendo costrette a restare casa, limitano gli spostamenti alla spesa nell’area di residenza, rispetto alla situazione pre Covid-29, i.e. quando erano al lavoro o a scuola.

Google e Apple: tool per il contact tracing

È poi di questi giorni la notizia che Google ed Apple lanceranno insieme una soluzione completa che include interfacce di programmazione app (API) e tecnologie a livello di sistema operativo per favorire l’attivazione del tracciamento dei contatti potenzialmente positivi al coronavirus, per aiutare governi e autorità sanitarie a contenere i contagi.

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Il tutto nel pieno rispetto della sicurezza e della privacy degli utenti, sfruttando la tecnologia bluetooth low energy che è già alla base delle app che l’Italia (e l’Europa) probabilmente userà.

Come si legge nel comunicato stampa di Apple, “le due aziende rilasceranno API per consentire l’interoperabilità fra i dispositivi Android e iOS delle app sviluppate dalle autorità sanitarie. Queste app ufficiali potranno essere scaricate dagli utenti attraverso i rispettivi app store”.

Inoltre, nei prossimi mesi, Google e Apple lanceranno una più ampia piattaforma di contact tracing che utilizza la modalità bluetooth, sempre in conformità ai paradigmi di privacy, trasparenza e consenso degli utenti.

Si tratta di una soluzione più solida rispetto ad un’API che consentirebbe a un maggior numero di persone di partecipare, sempre su base volontaria; permetterebbe, inoltre, l’interazione con un più ampio ecosistema di app e autorità sanitarie governative.

A che serve l’alleanza Google-Apple per il contact tracing

Ma se già ci sono app che usano il bluetooth a questo scopo, a che serviva questa alleanza, questa soluzione?

Come spiegano vari esperti ad Agendadigitale – tra cui Stefano Quintarelli promotore di una delle app italiane e Enrico Santus, ricercatore uno dei creatori dell’app del Mit – c’era soprattutto da risolvere i limiti degli iPhone, dove a schermo spendo il bluetooth non trasmette ma solo riceve.

Di conseguenza, se un iPhone e un Android sono vicini il primo lo sa mentre il secondo no. Se due iPhone si avvicinano, a schermo spento, nessuno dei due lo sa. E quindi il contact tracing non  possibile o ha molti buchi. Si aspetta un aggiornamento urgente del sistema operativo iOS per risolvere.

Il problema non è solo questo, tanto che  l’app di Quintarelli aveva già trovato un workaround per risolvere l’inconveniente del bluetooth Apple. In generale, bisognava migliorare le interoperabilità tra i sistemi Android e iOS e consentire alle app di velocizzare al massimo le comunicazioni tra cellulare e server di tracciamento. E’ proprio questo lo scopo della soluzione Apple-Google.

 

Le principali preoccupazioni democratiche

Nonostante le perentorie assicurazioni di rispetto della privacy e dei fondamentali diritti umani, con le quali le Big Tech accompagnano le attuali ricerche sulla mobilità, è nostro dovere verificare in concreto, per adottare le misure necessarie, se la raccolta di dati ed il monitoraggio tramite tecnologie di tracciamento delle persone, del loro stato di salute, dei loro movimenti e dei loro contatti rispettano determinati principi, tra cui:

  • Scadenza – È necessario evitare che l’infrastruttura di sorveglianza digitale, utilizzata per contenere il Covid-19, possa essere utilizzata anche dopo la crisi che si propone di affrontare. Pertanto, è indispensabile prevedere che sia il governo sia le società coinvolte disattivino il sistema di monitoraggio azionato in nome della salute pubblica una volta che l’emergenza sarà contenuta.

  • Trasparenza – L’utilizzo dei big data per tracciare la diffusione del Covid-19 da parte del governo deve essere chiaramente spiegato ai cittadini, fornendo informazioni dettagliate in termini di modalità di raccolta dei dati, durata di conservazione dei dati, strumenti usati per elaborarli e come questi strumenti determineranno le misure sulla sanità pubblica, specificandone inoltre eventuali conseguenze.

  • Diritto alla contestazione – Il cittadino deve essere in grado di poter contestare le conclusioni sanitarie e le limitazioni dei propri diritti che si basano sui risultati forniti dai sistemi di sorveglianza digitale, in base all’elaborazione dei big data raccolti ed elaborati del sistema.

Come ha affermato Antonello Soro – Garante della Privacy – è necessario considerare “l’esigenza di contenere le limitazioni della privacy nella misura strettamente necessaria a perseguire fini rilevanti, con il minor sacrificio possibile per gli interessati”. Sempre secondo il Garante della privacy, “…non è vero che la privacy è il lusso che non possiamo permetterci in questo tempo difficile, perché essa consente tutto ciò che è ragionevole, opportuno e consigliabile fare per sconfiggere il coronavirus. La chiave è nella proporzionalità, lungimiranza e ragionevolezza dell’intervento. Oltre che nella sua temporaneità… il rischio che dobbiamo esorcizzare è quello dello scivolamento inconsapevole dal modello coreano a quello cinese, scambiando la rinuncia a ogni libertà per l’efficienza e la delega cieca all’algoritmo per la soluzione salvifica”.

Soro: “Tracciamento contagi coronavirus, ecco i criteri da seguire”

 

Il nodo della concentrazione di potere nelle big tech

E non c’è solo il nodo della privacy, dei diritti fondamentali. Prima che il mondo come l’avevamo conosciuto crollasse, le autorità mondiali si interrogavano anche sulla tenuta democratica di società dove le big tech controllavano un potere crescente. Lo facevano l’Antitrust europeo e sempre più l’Ftc americano (vedi gli articoli dedicati da Agendadigitale.eu al tema).

Tutto questo non solo rischia di essere sospeso, a causa dell’emergenza. Ma persino di peggiorare perché le big tech possono sfruttare l’opportunità per aumentare il proprio potere, come già riflettono alcuni (si veda il New York Times). Perché ora, e per chissà quanto ancora, tutte le nostre relazioni sociali ed economiche dipendono dagli strumenti digitali da loro creati e gestiti. Perché la società, per sopravvivere, dovrà affrontare ulteriori livelli di digitalizzazione, che continua a coincidere per gran parte sempre con le soluzioni di un pugno di aziende.

Più potere economico e più dati concentrati in poche mani. Il fatto che ora in quei dati e in quelle soluzioni riversiamo anche le nostre speranze di combattere il male è un’ulteriore aggravante del problema.

Che mondo vogliamo dopo il Covid-19?

I provvedimenti vanno valutati nella loro interezza; non è possibile giudicarli soltanto per i loro effetti immediati – come afferma lo storico israeliano Yuval Noah Harari in un articolo del Financial Times, pubblicato lo scorso marzo 2020 – in quanto “la natura dell’eccezione è stravolgere i normali processi decisionali: quello che in tempi normali verrebbe deciso in anni, adesso viene attuato in poche ore; tecnologie immature o addirittura pericolose vengono utilizzate prima del tempo, perché il rischio di non far nulla è più grande”.

La contingenza della pandemia presenta, tuttavia, lati positivi in quanto favorisce sperimentazioni che, in tempi normali, verrebbero osteggiate. Basti pensare al fatto che per anni, a livello Paese, abbiamo discusso dell’attuazione del processo di digitalizzazione, della possibilità di remote working e di e-learning: ora, forzatamente, ci troviamo in questa situazione. Un’accelerazione inaspettata che, probabilmente, non si sarebbe mai verificata e che può rivelarsi un’opportunità per il futuro. La task force appena istituita dal Governo e capeggiata da Vittorio Colao ha anche questo scopo.

Il momento inedito e problematico, in cui ci troviamo, costituisce un banco di prova importante dato che potrebbe porci di fronte alla scelta tra sorveglianza totalitaria e responsabilizzazione dei singoli. La responsabilizzazione dei singoli sarebbe auspicabile, in quanto, non saremmo costretti a scegliere tra salute e privacy. Tuttavia, per essere responsabili, dobbiamo conoscere e per conoscere dobbiamo essere adeguatamente informati.

Le modalità più riuscite per contenere l’epidemia di coronavirus sono state quelle messe in atto da Corea del Sud, Taiwan e Singapore. Questi Paesi hanno fatto uso delle applicazioni di tracciamento ma, altresì, hanno fatto affidamento su test approfonditi, su rapporti onesti e sulla cooperazione volontaria di un pubblico ben informato: la comunicazione chiara, lineare trasparente, e non contradditoria, si rivela molto efficace nella gestione di una pandemia.

Se le persone vengono informate adeguatamente dei fatti scientifici e si fidano delle autorità pubbliche, riescono più facilmente a rispettare le linee guida e le misure costrittive anche senza il controllo di un “Grande Fratello” e convertirsi in una popolazione auto-motivata e ben informata che risulta più potente ed efficace di una popolazione ignorante e controllata.

Questa pandemia può rivelarsi, pertanto, un importante test di cittadinanza, dal momento che se un cittadino ha in mano informazioni corrette e ha fiducia nelle autorità che gli hanno fornito queste informazioni, sarà portato autonomamente a adottare le misure di restrizione.

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Senza dimenticare che i sistemi tecnologici descritti si scontrano con la concreta adesione dei cittadini: essendo il download e utilizzo delle app su base volontaria, la sfida consiste nel convincere un numero sufficiente di persone (non meno del 60%) a installare l’app per renderla uno strumento efficace. In caso contrario lo scopo delle tecnologie impiegate risulterebbe vano.

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