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Rischio climatico e ISO 22301: i nuovi scenari della continuità operativa



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La resilienza non può limitarsi a un aggiornamento documentale: gli scenari climatici richiedono piani verificati, siti alternativi, fornitori diversificati e indicatori capaci di misurare gli effetti sulle attività critiche, sulla supply chain e sulla capacità di ripristino

Pubblicato il 26 ago 2026

Monica Perego

Ingegnere, consulente e formatore, Consultia Srl



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Anche i più scettici si devono rassegnare; il cambiamento climatico non è più soltanto un tema ambientale da relegare ai report di sostenibilità. È un fattore che incide direttamente sulla capacità delle organizzazioni di continuare a erogare i propri prodotti e servizi durante e dopo un evento avverso. Ed è proprio questo l’obiettivo della business continuity.

Un’organizzazione deve essere in grado di garantire che sappia rispondere, resistere e riprendersi da un’interruzione, qualunque ne sia la causa. Del resto tale aspetto è ampiamente richiesto che venga preso in carico anche da altre norme volontarie e cogenti, come ad esempio la nuova versione della ISO 9001 (a breve in pubblicazione la versione 2026) e la NIS 2.

ISO 22301 e cambiamento climatico: il quadro operativo

Lo standard di riferimento internazionale in materia, la ISO 22301 “Sicurezza e resilienza – Sistemi di gestione della continuità operativa – Requisiti”, ora in revisione, non nomina il clima se non con riferimenti all’Amd 1:2024 “Climate Change” ma la sua struttura – basata sul ciclo Plan-Do-Check-Act e su un’analisi rigorosa del contesto – è lo strumento con cui le organizzazioni possono, e devono, leggere i rischi legati anche agli eventi climatici, compresi quelli estremi, come ad esempio: innalzamento della temperatura, siccità, incendi, alluvioni, ondate di calore che possono impattare sull’organizzazione e sulla supply chain.

Si tratta di due tipi di fenomeni, rispettivamente dovuti a:

  • peggioramento lento, costante ed irreversibile delle condizioni ambientali come l’aumento della temperatura nella stagione estiva e prolungamento della stessa;
  • eventi estremi quali ondate di calore, siccità, bombe d’acqua, incendi, ecc.

Cambiamento climatico e ISO 22301: il contesto organizzativo

Come per le altre norme di sistema (es. ISO 9001, ISO 14001, ISO 37001, ISO/IEC 27001), anche la ISO 22301 fonda il proprio impianto sulla comprensione del contesto interno ed esterno dell’organizzazione (punto 4.1) e sulle esigenze e aspettative delle parti interessate (punto 4.2). È da qui che nasce l’ambito di applicazione del sistema di gestione e, a cascata, la valutazione del rischio e degli impatti (Business Impact Analysis, punto 8.2) su cui si costruiscono le strategie e le procedure di continuità.

Il cambiamento climatico rientra a pieno titolo tra i fattori esterni che un’organizzazione deve considerare in questa fase, in quanto:

  • aumenta la frequenza e l’intensità di eventi meteorologici estremi (alluvioni, ondate di calore, incendi, siccità) capaci di colpire sedi, impianti produttivi e infrastrutture IT;
  • mette sotto pressione le catene di fornitura, specie quando sono globali, concentrate geograficamente o dipendenti da risorse naturali che possono diventare sempre più scarse;
  • genera rischi indiretti attraverso l’interruzione di servizi essenziali (es. energia, acqua, metano, reti di trasporto e di telecomunicazioni) da cui l’organizzazione dipende;
  • produce condizioni di emergenza prolungata che possono sovrapporre più crisi contemporaneamente, mettendo alla prova piani pensati e testati per un solo scenario alla volta;
  • modifica il profilo di rischio assicurativo e finanziario delle organizzazioni esposte, con ricadute su costi e disponibilità di coperture.

A questi fattori si aggiunge una dimensione spesso trascurata; infatti, il cambiamento climatico non colpisce solo i “luoghi fisici, impianti e sistemi di distribuzione” dell’organizzazione, ma anche le persone. Innalzamento progressivo e costante della temperatura, ondate di calore, eventi estremi o crisi idriche possono incidere sulla disponibilità del personale, sulla sicurezza degli spostamenti casa-lavoro e sulla salute dei lavoratori, con effetti diretti sulla capacità operativa che un piano di continuità deve saper anticipare.

Scenari climatici e continuità operativa

Per rendere più tangibile il tipo di scenari che l’analisi del contesto dovrebbe intercettare, può essere utile guardare a come il rischio climatico si traduce in pratica in comparti diversi:

  • un data center che ospita i sistemi critici di più clienti può subire un fermo per l’innalzamento delle temperature esterne, che riduce l’efficacia del raffreddamento e costringe a limitare il carico dei server, ciò potrebbe anche avvenire in concomitanza con periodi di picco della domanda;
  • un’azienda manifatturiera con un unico stabilimento in un’area soggetta a esondazioni può dover interrompere la propria produzione per giorni o settimane, con effetti a cascata su tutta la filiera a valle;
  • una banca o un’assicurazione con sportelli e uffici concentrati in una stessa area urbana può trovarsi, in caso di alluvione o blackout esteso, con più sedi contemporaneamente inagibili, mettendo alla prova piani che considerano l’inagibilità di un solo sito alla volta;
  • un operatore logistico può subire ritardi sistemici se le rotte abituali (portuali, ferroviarie o stradali) diventano meno affidabili a causa di eventi meteorologici ricorrenti, come accade con la siccità che riduce la navigabilità di alcuni fiumi europei;
  • una struttura sanitaria può affrontare picchi di richieste di assistenza durante ondate di calore prolungate, proprio mentre il personale è ridotto per le stesse ragioni;
  • un fornitore di servizi essenziali (energia, telecomunicazioni) può diventare una fonte di rischio comune per decine o centinaia di organizzazioni clienti, se non dispone a sua volta di piani di continuità adeguati agli scenari climatici.

Questi esempi mostrano un tratto comune, il rischio climatico raramente si presenta come un evento isolato e prevedibile. Più spesso agisce come moltiplicatore, aggravando vulnerabilità già presenti (un solo sito produttivo, un fornitore critico senza alternative, un’infrastruttura IT senza ridondanza) e trasformandole in interruzioni ancora più prolungate e con effetti ancora più devastanti.

ISO 22301 e cambiamento climatico nella Business Impact Analysis

La ISO 22301 chiede alle organizzazioni di identificare le attività che, se interrotte, produrrebbero gli impatti più gravi, e di stabilire per ciascuna il tempo massimo di interruzione tollerabile (MTPD) e gli obiettivi di ripristino (RTO, RPO). Introdurre lo scenario climatico in questa analisi significa, concretamente, chiedersi anche cosa succede se un evento meteorologico estremo colpisce contemporaneamente più siti, più fornitori critici o più infrastrutture abilitanti, anziché limitarsi a scenari puntuali e isolati come un guasto tecnico o un incendio in una singola sede.

Un esempio per l’e-commerce

Un’azienda di e-commerce potrebbe aver definito un RTO di quattro ore per il proprio magazzino automatizzato, basandosi su uno scenario di guasto tecnico con backup on-site.

Se lo scenario di riferimento include invece un’alluvione che rende inagibile l’intera area industriale in cui si trova il magazzino, il tempo di ripristino realistico può allungarsi a giorni, perché servono un sito alternativo, il trasferimento fisico delle scorte e la riattivazione dei sistemi altrove. Si tratta di un’ipotesi che il piano deve prevedere esplicitamente, non scoprire durante l’emergenza.

Le strategie di continuità (punto 8.3 dello standard) devono quindi essere ripensate tenendo conto, ad esempio, della delocalizzazione geografica dei siti di backup, della diversificazione dei fornitori critici, della capacità di attivare rapidamente modalità di lavoro da remoto e della resilienza delle infrastrutture digitali su cui si appoggiano i processi essenziali.

Un esempio nei servizi finanziari

Una società di servizi finanziari, ad esempio, può scegliere di posizionare il proprio sito di disaster recovery in una regione climatica diversa da quella della sede principale, evitando che uno stesso evento meteorologico (un’ondata di caldo estremo, un uragano, un’alluvione regionale) possa colpire contemporaneamente sede primaria e sito di backup, vanificando l’intera strategia di continuità.

Un piano di continuità operativa che non considera gli scenari climatici e non viene testato rischia di restare valido solo sulla carta. Gli eventi degli ultimi anni mostrano che le interruzioni più gravi nascono spesso dalla combinazione di più cause, non da un singolo evento isolato.

ISO 22301, cambiamento climatico e nuove interdipendenze

Il legame tra clima e continuità operativa genera anche opportunità di attività per operatori il cui business è collegato, direttamente o indirettamente, a questi fenomeni: compagnie assicurative, fornitori di soluzioni di disaster recovery, operatori logistici e società di consulenza sulla resilienza organizzativa. Per le organizzazioni certificate ISO 22301, questo significa anche valutare con maggiore attenzione i criteri di scelta ed i rischi legati ai fornitori di questo tipo di servizi, verificandone a loro volta la solidità e la capacità di continuità.

Un altro elemento da tenere presente è l’interdipendenza crescente tra continuità operativa e altri sistemi di gestione. La struttura armonizzata (Harmonized Structure, HS) su cui si basano le principali norme ISO – tra cui ISO 9001, ISO/IEC 27001, ISO 14001 e la stessa ISO 22301 – facilita l’integrazione delle diverse valutazioni del rischio, evitando che il tema climatico venga trattato in modo isolato dal sistema di gestione ambientale, da quello per la sicurezza delle informazioni o da quello anticorruzione, vanificando quindi l’efficacia della analisi.

ISO 22301 e cambiamento climatico: azioni operative

Alla luce di queste considerazioni, le organizzazioni che hanno adottato o stanno adottando la ISO 22301, per la presa in carico dei requisiti relativi al cambiamento climatico, sono chiamate a un aggiornamento che riguarda, in particolare, alcuni ambiti del sistema di gestione.

Requisito ISO 22301Lettura in chiave climatica
4.1 Comprendere l’organizzazione e il suo contestoIncludere l’esposizione al cambiamento climatico e a rischi climatici indiretti (fornitori, infrastrutture, servizi essenziali) tra i fattori rilevanti.
4.2 Comprendere le esigenze e le aspettative delle parti interessConsiderare le aspettative di clienti, fornitori, autorità, e assicuratori riguardo alla resilienza dell’organizzazione a eventi climatici.
6.1 Azioni per affrontare rischi e opportunitàAggiornare la valutazione del rischio includendo scenari climatici sia isolati che multipli e concatenati.
7.2 CompetenzaRivedere i piani di formazione, alla luce delle e simulare situazioni alla luce delle considerazioni precedenti.
8.2 Analisi di impatto operativo e valutazione del rischioRivedere MTPD, RTO e RPO alla luce di interruzioni prolungate o simultanee su più siti. Rinegoziare tali valori con i clienti, fornitori e partner.
8.3 Strategie e soluzioni per la continuità operativaValutare diversificazione geografica dei siti, dei fornitori critici e delle modalità di lavoro da remoto e più in generale di altre misure che possono attenuare gli effetti del cambiamento climatico.
8.5 Programma di esercitazioneRivedere i piani di esercitazione, alla luce degli scenari definiti e simulare situazioni alla luce delle considerazioni precedenti.
9.1 Monitoraggio, misurazione, analisi e valutazioneIntrodurre indicatori di esposizione climatica tra i parametri monitorati nel tempo.

Cambiamento climatico e ISO 22301: conclusioni

Il rischio, per molte organizzazioni, è di trattare l’aggiornamento climatico della ISO 22301 come un mero esercizio documentale. Aggiungere una riga nel registro dei rischi senza tradurla in azioni concrete.

Ma la logica della norma va esattamente nella direzione opposta. Ad ogni rischio identificato nel contesto deve trovare riscontro in obiettivi, piani e verifiche periodiche (esercitazioni, test dei piani, riesami dei piani, indicatori per la valutazione di efficacia, ecc.). Altrimenti il sistema di gestione perde la sua funzione primaria, che è quella di garantire la continuità reale dei processi critici, non la sola conformità formale.

In questo senso, il cambiamento climatico rappresenta per la business continuity un banco di prova particolarmente severo. Mette infatti alla prova la capacità delle organizzazioni di andare oltre gli scenari abituali e di costruire piani realmente capaci di reggere l’urto di eventi sempre più frequenti, intensi e, spesso, combinati tra loro. Non va infine dimenticato l’impatto sulla supply chain, quanto vale per la singola impresa va “moltiplicato” considerando l’impatto sui fornitori critici.

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