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Sovranità dell’AI, perché Italia ed UE non possono più dipendere dagli altri



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L’autonomia nell’intelligenza artificiale non dipende solo dai modelli ma dalla capacità energetica e industriale che li sostiene. Senza una filiera nazionale ed europea solida, il rischio è restare esposti al lock-in tecnologico e agli squilibri geopolitici

Pubblicato il 6 mag 2026

Nicoletta Pisanu

Giornalista professionista, redazione AgendaDigitale.eu



difesa UE materie prime; sovranità AI
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Se è imprescindibile avere l’AI, lo è anche lavorare per farcela da soli come sistema Paese e come Unione Europea. Perché la corsa all’innovazione può facilmente, in qualsiasi momento, diventare una guerra con relativi impatti sulle imprese. Basti pensare a uno scenario, certamente distopico, “in cui gli Usa decidessero di tagliare la potenza di calcolo ai sistemi forniti all’Europa, magari per far avere perfomance migliori ai modelli nei confini nazionali. Si immaginano facilmente le conseguenze per il tessuto economico, comprese aziende di settori delicati quali la Difesa”, commenta Sandro Parisi, Ceo di Eudata.

Serve consapevolezza sui rischi di appoggiarsi sempre ad altri, quali il lock-in dei sistemi di intelligenza artificiale, oltre ad intraprendere un’adeguata politica di sviluppo e affrontare la vera priorità alla base della creazione di una filiera italiana dell’AI: la sovranità energetica.

Costruire una filiera italiana dell’AI: cosa serve davvero

L’AI è qualcosa di molto concreto, meccanico e che richiede elettricità. Senza data center, non si fa nulla: “Per questo la priorità è la sovranità energetica. Magari non è così evidente, ma la corsa all’AI parte dall’esigenza di avere la giusta capacità elettrica per alimentare tutto lo stack che ci permette di far lavorare i modelli di AI”, spiega Parisi. La Cina da questo punto di vista è il Paese più avanti, “con una capacità altissima di produrre l’elettricità, che prevede di triplicare nei prossimi anni, lavorando anche sul fronte dell’energia green – racconta -. L’AI è terribilmente fisica, è fatta di data center, se però questi non si possono alimentare decade la capacità di fare AI. Il mercato UE su questo fronte è drammatico”.

In Italia la capacità energetica necessaria è garantita “da uno, forse due data center. Questo fa capire bene la situazione: possiamo fare tutte le norme possibili, ma il tema di base è la costruzione di impianti energetici per poi metterci dentro delle macchine”. Insomma, la filiera europea dell’AI è molto debole alla base. In Italia, però, gli imprenditori si stanno muovendo “e anche certe istituzioni. C’è l’intenzione di grandi player italiani del mercato di acquisire gli impianti, tuttavia una filiera non si può costruire in un giorno – precisa Parisi -. Lo stimolo è quello del recupero di aree dismesse che possono essere convertite alla produzione di energia pulita, su questo fronte c’è una linea istituzionale e ci sono linee imprenditoriali che si stanno muovendo, ma non ci vedo un disegno globale a livello nazionale”.

Il ruolo della politica

Il tema è anche quello delle competenze: “Servono persone con competenze specifiche e le imprese giuste che siedano ai tavoli in cui si discute e si decide. Manca anche una visione a livello comunitario in Europa, in questo senso – aggiunge il Ceo di Eudata -. La Francia si è mossa in modo indipendente per fare da apripista e sul tema della sovranità sta spingendo molto. In Italia il contesto però è estremamente complesso”.

Le norme a livello europeo sono uguali per tutti i Paesi europei, “non devono essere una scusa così come il debito. Credo che la nostra politica non sia abituata a decidere. C’è un essere italiani in questo, un grande potenziale ma siamo poco assertivi, fin troppo prudenti. Però da Draghi in poi siamo riusciti a tenere la linea sui conti e in contesti industriali ci sono stati momenti migliori, su tante decisioni si sta tornando indietro per esempio su Industria 4.0 che aveva un impatto migliore burocraticamente rispetto a Transizione 5.0”, commenta il Ceo.

L’importanza di evitare il lock-in dell’AI e gli impatti geopolitici

È importante anche capire dove investire: “Come Eudata per esempio investiamo nello stack applicativo. Ci stiamo occupando di quel layer che permette alle aziende di adottare l’AI come fattore di miglioramento della produttività. Implementare l’AI oggi non è tanto una questione di scegliere un modello, ma avere una catena di tecnologie che permettano di arrivare a uno scopo rispettando la normativa. Servono orchestratori agentici”, spiega Parisi.

Certo si è ancora legati ai modelli internazionali, “non si può non usarli. Però, serve la capacità di mutuare i modelli sottostanti nel momento in cui emergono nuove tecnologie abilitanti, seguendo l’evoluzione per spostarsi su filiere sovrane quando saranno disponibili”, insomma, evitare un lock-in dell’AI. Secondo sentiment di Parisi, le aziende avvertono questa necessità: “Tutte le grandi organizzazioni con cui stiamo lavorando considerano questo tema e anche le piccole realtà si pongono il problema”.

Le paure in questo contesto comprendono anche gli aspetti geopolitici, come “la paura che al di là dell’oceano si possano chiudere i rubinetti alla potenza di calcolo per decisione magari anche solo di una persona – conclude Parisi -. All’Europa e all’Italia serve la capacità di competere. Guardiamo alla Francia per gli investimenti sulla produzione di inferenza e alla Germania nel campo militare. Due ambiti che convergeranno”.

L’evento Eudata

Per capire cosa sta succedendo, Eudata ha organizzato al Museo Alfa Romeo di Arese l’evento “The intelligent engine”, in programma l’11 giugno, un appuntamento che unisce esperti del mondo accademico, delle imprese e della politica che si confronteranno sul tema dell’AI.

Articolo realizzato in partnership con Eudata

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