L’Europa si è accorta di dipendere dalla tecnologia americana come ci si accorge dell’elettricità solo quando salta la luce. Fino a quel momento tutto funziona, nessuno si fa domande, anzi si apprezza il comfort: basta premere un interruttore e il mondo si accende.
Poi, all’improvviso, qualcuno — diverso da chi abita la casa — dimostra di poter decidere se quell’interruttore resta su o giù e, in quell’istante, la comodità cambia nome e diventa vulnerabilità. Il dibattito sull’autonomia tecnologica europea nasce così: non come visione industriale, ma come riflesso di una paura tardiva, sebbene la dipendenza fosse evidente.
Dazi, tensioni geopolitiche, ritorno della forza come strumento di politica internazionale: tutto concorre a rendere evidente ciò che per anni è stato ignorato. Se chi controlla cloud, identità digitali e infrastrutture dell’intelligenza artificiale risponde a un’altra giurisdizione, allora la sovranità diventa una parola vuota, buona per i documenti ufficiali e poco più.
Indice degli argomenti
Dal cloud al potere: perché la sovranità tecnologica europea conta
Cosa significhi esercizio del potere, che di solito sottende la sovranità, lo dimostra su base quotidiana Donald Trump. Il caso del suo ordine a Microsoft di procedere alla sospensione dell’account e-mail del procuratore della Corte penale internazionale è emblematico non per il gesto in sé, ma per ciò che rivela.
Non è censura o abuso, e nemmeno un’eccezione: è l’applicazione coerente di un modello in cui un servizio privato, sottoposto a una legge nazionale, gestisce un’infrastruttura informativa critica per istituzioni che dovrebbero stare al di sopra delle parti.
Il tema non è che qualcuno abbia premuto un bottone. Il tema è che tutti sapevano della sua esistenza, eppure lo abbiamo consegnato volontariamente.
Il caso Microsoft-Icc e quale autonomia tecnologica europea sotto giurisdizione Usa
I numeri del cloud europeo raccontano la stessa storia con la freddezza delle statistiche: la quota dei fornitori locali scende, quella degli hyperscaler americani cresce, fino a coprire circa il 70% della domanda. Non è solo una questione di mercato, ma la costruzione di una monocultura tecnologica.
Quando tutto passa dagli stessi tre o quattro nodi, l’efficienza aumenta, ma la resilienza evapora. Fondamentalmente, la resilienza non nasce dalla forza: nasce da una pluralità imperfetta che sacrifica un certo livello di efficienza in nome della distribuzione.
Se “dividi et impera” ha ancora un senso politico, è evidente che un ecosistema meno efficiente ma distribuito è più governabile di uno iper-efficiente ma concentrato. È qui che prende forma un single point of failure geopolitico.
Monocultura degli hyperscaler: efficienza contro resilienza
Con l’intelligenza artificiale il quadro si complica ulteriormente. Perché qui non basta discutere di software o algoritmi: la vera partita si gioca nei data center, nell’hardware, nell’energia, nelle filiere di produzione e addestramento dei modelli.
Puoi scrivere tutte le regole che vuoi, ma se non controlli ciò che alimenta le macchine, stai esercitando un potere più simile a una moral suasion che a una governance. È come scrivere un codice della strada e poi scoprire che chi gestisce le vie di comunicazione ti impedisce di far circolare le pattuglie.
Con l’AI l’autonomia tecnologica europea si sposta su data center ed energia
Le iniziative europee arrivano, come spesso accade, quando il danno è già visibile. Pacchetti normativi, investimenti pubblici, cooperazioni franco-tedesche, strategie nazionali sull’AI: segnali importanti, ma insufficienti a invertire una traiettoria costruita in decenni.
Più che una soluzione, appaiono come il tentativo di limitare l’emorragia. In ogni caso è già qualcosa, perché la consapevolezza — anche tardiva — è l’unico punto da cui può partire un ragionamento serio.
In questo contesto i cosiddetti “cloud europei” proposti dalle big tech appaiono per quello che sono: palliativi. Localizzare i dati non significa controllarli, e cambiare indirizzo ai server non modifica la governance del software e la catena di dipendenze che lo sostiene.
Norme e investimenti: la risposta europea tra ritardo e contenimento
L’Europa non sta cercando l’autonomia tecnologica, almeno non nel senso forte e scomodo del termine. Non sta costruendo un ecosistema capace di stare in piedi da solo, di sbagliare da solo, di pagare da solo il prezzo delle proprie scelte.
Quello che sta tentando l’Unione è più modesto e, insieme, più rivelatore: ridurre un’asimmetria di potere che per anni ha accettato come costo naturale del progresso. Finché tutto funzionava, l’asimmetria non era un problema: le piattaforme scalavano, i servizi miglioravano, i costi scendevano.
La dipendenza non sembrava una scelta politica, ma una scorciatoia razionale: perché costruire una centrale elettrica quando basta collegarsi alla rete? Finché il flusso è continuo, la corrente è invisibile. Ma quando qualcuno dimostra di poterla interrompere e usarla come leva, allora capiamo che non stavamo comprando solo un servizio: stavamo accettando una relazione di potere.
Non essere ricattabili: cosa significa oggi autonomia tecnologica europea
Qui l’Europa si sveglia non perché sia cambiata la tecnologia, ma perché è cambiato il contesto in cui opera. Non è un risveglio nobile, né strategico: è funzionale. L’Europa non dice “vogliamo essere indipendenti”, ma implicitamente afferma: non vogliamo essere ricattabili.
Parlare di sovranità oggi significa abbandonare l’ambizione del controllo totale a favore della possibilità di avere una scelta. Il problema europeo è che quella possibilità si è assottigliata nel tempo, senza che nessuno lo dichiarasse apertamente.
Non c’è stato un momento in cui si è deciso di rinunciare a un pezzo di autonomia: tutto è accaduto per accumulo, per comodità, per inerzia. Un servizio alla volta, un contratto alla volta, una dipendenza alla volta.
Quando oggi l’Europa parla di autonomia tecnologica, in realtà sta cercando di recuperare margini di manovra, non di riscrivere il sistema. Questo è il punto più problematico: non è se l’Europa riuscirà nell’impresa, ma quando ha deciso di provarci.
Tristemente, nel momento peggiore: quando qualcuno ha dimostrato di poter spegnere la luce perché ne aveva il diritto contrattuale, giuridico e tecnologico. Quando scopri che nessuno ha violato le regole, eppure il risultato è la tua paralisi, capisci di non essere vittima di un incidente, ma abitante di un sistema progettato così.
Forse troppo tardi per parlare seriamente di autonomia, ma forse in tempo per chiarire una cosa: la vera sovranità tecnologica non è l’illusione di non dipendere da nessuno. È sapere da chi dipendi, per cosa e a quale prezzo.













