Il carbon farming – l’insieme di pratiche agricole finalizzate al sequestro del carbonio nel suolo e alla riduzione delle emissioni – si trova in una fase cruciale di transizione. Ecco lo stato dell’arte, con uno sguardo specifico alla situazione italiana.
Indice degli argomenti
Carbon farming in Europa: le criticità del modello attuale
In Europa, il dibattito sul carbon farming e sui crediti di carbonio generati dal settore agricolo è diventato sempre più acceso, alimentato da diverse controversie.
Una delle principali preoccupazioni riguarda la possibilità che il nuovo Quadro europeo di certificazione per gli assorbimenti permanenti del carbonio, la carboniocoltura (o carbon farming) e lo stoccaggio del carbonio nei prodotti possa aggravare la situazione finanziaria dei piccoli agricoltori e che i crediti di carbonio non riflettano sempre i reali benefici in termini di sequestro e riduzione delle emissioni.
Nel 2025, queste preoccupazioni si sono tradotte in prese di posizione da parte di varie organizzazioni di settore, che hanno evidenziato criticità strutturali del modello attuale di carbon farming: alti costi di implementazione e delle attività di Monitoraggio, Rendicontazione e Verifica (MRV); assenza di metodologie standardizzate e di dati affidabili per la misurazione del carbonio; rischio di “carbon reversal”, ossia la possibilità che il carbonio precedentemente immagazzinato venga rilasciato nuovamente nell’atmosfera, vanificando gli sforzi di mitigazione; ingiustizia percepita nel criterio di addizionalità1, che penalizza gli agricoltori già “virtuosi” nell’applicare pratiche sostenibili; infine, incertezze sulla redditività economica delle attività di carbon farming.
Il paradigma non rallenta: il carbon farming è in fase di maturazione
Nonostante queste criticità, la ricerca dell’Osservatorio Smart AgriFood del Politecnico di Milano e dell’Università di Brescia mostra che, a livello internazionale, il paradigma del carbon farming non sta vivendo una fase di rallentamento, bensì di maturazione e consolidamento. Il settore, infatti, si sta orientando verso un superamento dei limiti attuali e un rafforzamento della fiducia degli stakeholder del settore.
L’evoluzione del carbon farming a livello internazionale
L’analisi condotta dall’Osservatorio Smart AgriFood nel 2025 su 889 progetti di carbon farming nel mondo evidenzia chiari cambiamenti nella distribuzione geografica delle progettualità di sequestro e riduzione delle emissioni nel settore agricolo internazionale.
Nord America in calo, Europa e Asia in crescita
Il Nord America registra un calo rispetto al resto del mondo (29% del totale dei progetti, -10 punti percentuali).
Negli Stati Uniti, infatti, il cambio di linea politica ha segnato una frenata: l’amministrazione Trump ha interrotto i finanziamenti previsti dal precedente Partnerships for Climate Smart Commodities Program, abbandonando la strategia di supporto all’agricoltura “climate-smart” promossa dall’amministrazione Biden.
L’Unione Europea, al contrario, prosegue nel suo impegno con l’adozione del Quadro europeo di certificazione, che rappresenta un passo decisivo verso la creazione di un mercato dei crediti di carbonio più trasparente e affidabile, sostenuto da standard comuni e verificabili, e registra un aumento dei progetti di carbon farming (25%, + 7 punti percentuali).
Nuove filiere e sistemi produttivi innovativi
Parallelamente, diversi Paesi asiatici, in particolare la Cina, stanno intensificando gli sforzi per allinearsi agli obiettivi globali di mitigazione climatica, anche per rispondere a esigenze di sicurezza alimentare, registrando così un incremento di 7 punti percentuali di progettualità nel settore (39%).
A livello di filiera, i progetti di carbon farming internazionali si concentrano soprattutto nei settori lattiero-caseario (30%) e della carne (25%), i principali responsabili delle emissioni di CO₂ nel sistema agroalimentare mondiale. Seguono le iniziative legate alle colture cerealicole (13%), mentre risultano meno rappresentati i comparti ortofrutticolo (2%), olivicolo (1%) e vitivinicolo (1%). Tale distribuzione nel comparto delle colture riflette la maggiore disponibilità di metodologie di monitoraggio, di dati raccolti in campo e di pratiche agronomiche sostenibili in questi settori. Negli ultimi anni, sono emerse sperimentazioni anche in altre filiere — come colza, girasole, canapa, tè e zucchero — e in sistemi produttivi innovativi quali serre idroponiche o impianti acquaponici, segno di un crescente interesse verso modelli di produzione circolari e a basse emissioni in tutto l’agrifood.
Il carbon farming in Italia: adozione ancora limitata
In Italia, il carbon farming si trova ancora in una fase iniziale: da una survey rivolta alle aziende agricole italiane che ha raccolto 1059 risposte, emerge che quasi un agricoltore su dieci (9%) dichiara di aver adottato almeno una pratica di carbon farming, mentre solo un ulteriore 15% intende farlo in futuro. Circa un terzo degli agricoltori italiani (34%) non ha invece mai sentito parlare di questo tema, sintomo della necessità di iniziative informative e di supporto tecnico per colmare il divario conoscitivo. Fra le aziende agricole italiane che hanno già adottato pratiche di carbon farming, le principali motivazioni riguardano il miglioramento della fertilità e salute del suolo (84%), la riduzione dell’erosione del suolo (49%), il miglioramento della biodiversità in campo (43%) e l’incremento della produttività del terreno (39%). Le ragioni di carattere economico, legate per esempio alla diversificazione del reddito, risultano invece marginali (17%). Ciò può essere probabilmente causato dalla difficoltà nel dimostrare con chiarezza i benefici finanziari associati all’implementazione delle pratiche di carbon farming.
Ostacoli e difficoltà riscontrate dagli agricoltori italiani
Gli agricoltori che hanno implementato queste pratiche hanno inoltre segnalato diversi ostacoli: in primis, una remunerazione molto spesso ritenuta insufficiente (problema riscontrato dal 36% delle aziende agricole italiane), che rende difficile sostenere gli investimenti, anche a causa delle ridotte dimensioni aziendali (27%); seguono poi le complessità burocratiche nell’accesso agli incentivi (26%) e gli elevati costi operativi (24%); infine, diversi agricoltori riscontrano criticità legate alla mancanza di sistemi di certificazione (20%) e metodologie (19%) per il calcolo e la stima del carbonio nel suolo, insieme con la carenza di supporto tecnico e formativo (20%). Le questioni più tecniche, come quelle legate alla permanenza2 e alla già citata addizionalità, sono invece considerate problemi minori dalle aziende agricole, in quanto gestite principalmente dai project coordinator (che sono, a titolo esemplificativo, provider di soluzioni e servizi tecnologici, fornitori di input e altre aziende – anche esterne al settore agroalimentare – come la consulenza, banche e istituti di credito). Infine, solo il 4% degli agricoltori dichiara di non aver incontrato alcuna difficoltà nell’adozione di queste pratiche, un dato che rivela la significativa complessità legata all’implementazione del carbon farming.
Il ruolo del digitale nella certificazione e nel monitoraggio
In questo contesto, il digitale rappresenta un fattore chiave per la diffusione e l’efficacia dei progetti di carbon farming. Le tecnologie digitali consentono infatti una raccolta e analisi più accurata dei dati, migliorando la stima dei risultati e riducendo le incertezze sui benefici effettivi; una misurazione più precisa degli stock di carbonio e delle riduzioni di emissioni; una maggiore affidabilità dei processi di certificazione. Fra le tecnologie più diffuse, i sistemi di mappatura satellitare (che abilitano il 57% dei progetti di carbon farming nel mondo) e GPS (24%), che, anche grazie al supporto di tecnologie di Data Analytics (39%), permettono di delimitare con precisione i confini geografici delle coltivazioni e monitorare nel tempo l’evoluzione della copertura del suolo, come richiesto da alcuni standard internazionali (come Verra e Gold Standard). Le piattaforme web (24%), che possono essere basate su Blockchain (2%) e Cloud (1%), sono invece maggiormente utilizzate nelle fasi di vendita dei crediti e delle certificazioni per garantire tracciabilità e prevenire fenomeni di “double counting”, ossia la duplicazione dei crediti nella rendicontazione delle transazioni.
Verso il futuro: competenze digitali e standard interoperabili
Per consolidare il carbon farming come leva concreta per la riduzione degli impatti ambientali dell’agricoltura, sarà quindi fondamentale investire in competenze digitali, qualità dei dati e standard interoperabili, così da implementare progetti accessibili e redditizi, in cui gli agricoltori possano essere realmente valorizzati per il loro contributo alla mitigazione climatica.












