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ETS, crediti di carbonio e tassa sulla CO₂: la confusione che cambia le policy (e fa danni)



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Confondere ETS, crediti di carbonio e carbon tax altera il dibattito pubblico e porta a decisioni sbagliate. Il punto più critico è che, a forza di descrivere l’ETS come una tassa, l’Europa ne sta modificando anche il funzionamento concreto

Pubblicato il 21 apr 2026

Andrea Ronchi

Carbon Markets | AI & Data Science for Sustainability | Founder @ CO2 Advisor



green bond (1) Rentri; efficienza energetica Sostenibilità digitale; idrogeno verde
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Nei consigli di amministrazione italiani il tema carbon pricing è entrato di prepotenza. Ma la qualità del dibattito pubblico che li alimenta è spesso deludente.

Si sente parlare di “tassa sulla CO₂” riferendosi all’ETS, di “crediti di carbonio” come se fossero permessi ETS, di “carbon tax” come sinonimo generico di qualunque costo legato alle emissioni. Queste non sono sfumature: sono distinzioni strutturali, con conseguenze reali su chi paga, quanto paga, chi decide e con quale logica.

Tre strumenti. Tre logiche. Zero sinonimi. O almeno, così dovrebbe essere

Il permesso di emissione (EUA, European Union Allowance): un titolo negoziabile con un tetto fisso, sempre più somigliante a un’imposta

Il permesso Ets come titolo negoziabile

Il permesso di emissione (nell’EU ETS si chiama EUA, European Union Allowance) è un titolo che autorizza l’emissione di una tonnellata di CO₂. La logica sottostante è quella del cap-and-trade: l’autorità pubblica fissa un tetto massimo alle emissioni totali del sistema (il cap), distribuisce i permessi corrispondenti, e lascia al mercato il compito di determinarne il prezzo. Chi emette meno del previsto può vendere i permessi in eccesso; chi emette di più deve comprarli.

Il prezzo non lo decide nessuno: emerge dall’incontro tra domanda e offerta. Secondo il Carbon Market Outlook 2025 (lo studio annuale dell’Energy & Strategy Group del Politecnico di Milano realizzato in collaborazione con CO2 Advisor, scaricabile gratuitamente qui), negli anni recenti è oscillato da meno di 5 euro nel 2007 (quando i criteri di assegnazione erano calibrati male e il mercato era inondato di permessi gratuiti) fino a 101 euro nel 2023, per poi ridiscendere a circa 70 euro nel 2024. È un mercato a tutti gli effetti: con future, opzioni e operatori finanziari specializzati, e con un rischio politico-regolatorio strutturale incorporato nel prezzo.

Perché la distanza concettuale tra un permesso ETS e un’imposta sulla CO₂ si è assottigliata

Fin qui la teoria. La realtà evolutiva del sistema racconta però qualcosa di diverso. Nella fase iniziale dell’ETS la stragrande maggioranza dei permessi veniva assegnata gratuitamente alle imprese in proporzione alle emissioni storiche e ai livelli di attività correnti: il segnale di prezzo esisteva, il numero totale di permessi scendeva di anno in anno, e le risorse rimanevano all’interno del perimetro dei soggetti industriali coinvolti dalla normativa. I costi dell’azienda A erano i ricavi dell’azienda B, anche quando i permessi passavano più volte di mano tra operatori finanziari. Con le riforme successive, la quota di permessi assegnati gratuitamente si è ridotta progressivamente mentre quella messa all’asta è cresciuta fino a diventare dominante. Nel 2024 le aste ETS hanno generato circa 38,8 miliardi di euro a livello europeo.

Il punto critico è questo: quando la maggioranza dei permessi viene acquisita tramite asta a un prezzo che incorpora sempre più aspettative politiche e meno segnali di efficienza, la distanza concettuale tra un permesso ETS e un’imposta sulla CO₂ si assottiglia in modo preoccupante.

Con l’assegnazione gratuita, un’azienda che decarbonizzava più velocemente del previsto accumulava permessi in eccesso che poteva vendere sul mercato: i proventi finanziavano direttamente ulteriori investimenti in efficienza, accelerando i tempi di ritorno. In un sistema a aste dominanti questo meccanismo viene meno: tutte le aziende pagano, indipendentemente dai propri sforzi di riduzione. I costi dell’azienda A non diventano più i ricavi dell’azienda B; la premialità scompare. Le risorse raccolte tramite asta confluiscono nei bilanci pubblici e vengono redistribuite con logiche politiche, spesso fuori dal perimetro dei soggetti coinvolti dall’ETS e senza un criterio di efficienza: non vanno dove il costo marginale di abbattimento è più basso, ma finanziano (quando va bene) progetti di decarbonizzazione anche estremamente costosi, con costi unitari che in alcuni casi superano i 10.000 €/tCO₂.

L’impresa non sceglie se pagare: paga comunque, come con una tassa, e il gettito finisce allo Stato che lo redistribuisce secondo logiche politiche. La differenza con una carbon tax sta diventando più formale che sostanziale. E non è un caso: questa deriva è anche il risultato di anni di dibattito pubblico in cui l’ETS è stato trattato e raccontato come una tassa, legittimando progressivamente interventi legislativi coerenti con quella lettura errata.

Il credito di carbonio: la prova di un’emissione evitata o rimossa

Il credito di carbonio è concettualmente diverso. Non autorizza un’emissione: attesta che un’emissione è stata evitata o rimossa da un progetto specifico (riforestazione, cattura del carbonio, efficienza energetica in un paese in via di sviluppo, biochar, e così via). Ma questa è una condizione necessaria, non sufficiente. Perché un progetto possa generare crediti occorre dimostrare che non sarebbe realizzabile senza i proventi dalla vendita degli stessi (principio di addizionalità), che le riduzioni o rimozioni siano permanenti e che il credito venga generato solo ex post, oltre a numerosi altri requisiti stringenti. Un credito equivale a una tonnellata di CO₂ non emessa o sottratta dall’atmosfera.

Le aziende li acquistano per compensare emissioni residue nell’ambito di strategie climatiche volontarie, per comunicare impegni di neutralità carbonica, o perché inseriti in meccanismi regolatori cogenti come quello dell’aviazione internazionale (CORSIA). Non sono al momento intercambiabili con i permessi ETS: un’azienda soggetta all’EU ETS non può consegnare crediti di CO₂ al posto degli EUA. Non è sempre stato così: in passato era possibile utilizzarli fino a circa il 12% degli obblighi di restituzione, una soluzione tecnicamente intelligente che permetteva di dirigere risorse verso riduzioni a basso costo anche fuori dall’Europa. L’utilizzo fu però sospeso quando, a seguito della crisi del 2008, il crollo della produzione industriale generò un grande surplus di permessi non utilizzati: tra le misure correttive adottate per sostenere il prezzo degli EUA, ritenuto troppo basso per stimolare investimenti in decarbonizzazione, l’Europa tagliò anche la possibilità di usare i crediti in sostituzione dei permessi.

La distinzione è fondamentale per chi gestisce il rischio climatico in azienda: acquisto di EUA e acquisto di crediti di CO₂ rispondono a strategie, logiche di prezzo e orizzonti temporali completamente diversi. Confonderli (e accade) produce decisioni errate.

La carbon tax: un’imposta fissa decisa dalla politica

La carbon tax è uno strumento fiscale: lo Stato fissa un prezzo per tonnellata di CO₂ e lo applica come imposta. Non c’è mercato, non c’è tetto alle emissioni, non c’è scambio di titoli. Chi emette paga l’aliquota, punto. Il gettito va allo Stato, che poi decide come redistribuirlo (per abbattere altre tasse, finanziare la transizione, o altro ancora).

La carbon tax è prevedibile (il prezzo è noto in anticipo) ma non garantisce un risultato ambientale certo: non orienta le risorse verso le riduzioni più economiche né premia le aziende che vanno più veloci rispetto a un benchmark. In un sistema cap-and-trade ben funzionante, il mercato risolve automaticamente questo problema di allocazione: il prezzo sale finché non emergono le riduzioni più convenienti e scende quando l’offerta di permessi è sufficiente. Con la carbon tax, questa funzione di scoperta del prezzo efficiente non esiste: viene sostituita da una decisione amministrativa presa in un ufficio ministeriale. Il cap-and-trade di un sistema ETS “puro” garantisce invece il risultato aggregato (le emissioni non possono superare il cap) ma non il prezzo.

Perché la confusione fa danni concreti e come ha già cambiato il sistema

Sul piano della policy. Quando un parlamentare o un ministro chiama l’ETS “una tassa sulla CO₂”, sta implicitamente attivando una logica fiscale: se è una tassa, il cittadino o l’impresa ha diritto al rimborso quando il peso è troppo elevato. È esattamente la logica che ha ispirato il recente Decreto Bollette, con il rimborso dei costi ETS ai produttori termoelettrici italiani, stimato intorno a 3 miliardi di euro l’anno. Lo scorporo dell’ETS dalla bolletta non è sbagliato in assoluto, ma nasce da un fraintendimento: se l’ETS fosse riconosciuto per quello che è (un segnale di prezzo destinato a cambiare i comportamenti), il rimborso risulterebbe apertamente contraddittorio. Si introduce un costo per incentivare l’efficienza, poi lo si elimina per non pagarne le conseguenze politiche.

Ma c’è un livello di analisi più profondo, e più scomodo. La deriva dell’ETS verso la fiscalità non è solo il risultato di pressioni politiche congiunturali: è anche la conseguenza di anni di inquadramento concettuale sbagliato. Se il legislatore (a Bruxelles come a Roma) ha progressivamente aumentato la quota d’asta riducendo le assegnazioni gratuite trattando i proventi come gettito da redistribuire, lo ha fatto anche perché il dibattito pubblico aveva già normalizzato la lettura dell’ETS come strumento fiscale. La confusione terminologica non ha solo descritto male la realtà: ha contribuito a cambiarla. Questo è il danno più sottile, e il più difficile da correggere.

Come le imprese dovrebbero leggere il costo Ets

Sul piano aziendale. Chi tratta l’ETS come una tassa tende ad adottare un approccio passivo: registra il costo a consuntivo, lo scarica sul conto economico e va avanti. È un errore strategico prima ancora che contabile. I permessi di emissione sono a tutti gli effetti un input di produzione, al pari delle materie prime, dell’energia o dei semilavorati. Per produrre un metro quadro di piastrelle in ceramica oggi servono argille, metano per alimentare i forni, smalti e permessi di emissione: togliere uno qualsiasi di questi elementi e la produzione si ferma. Come per ogni altro input, il procurement dei permessi dovrebbe essere oggetto di strategie attente: pianificazione dei fabbisogni, copertura del rischio prezzo, ottimizzazione dei tempi di acquisto, integrazione con le previsioni di produzione. Trattarlo come una voce fiscale passiva significa rinunciare a una leva gestionale reale.

C’è poi un secondo livello, ancora più rilevante. Il principio fondativo dell’ETS è che chi riduce le proprie emissioni più velocemente del cap accumula permessi in eccesso che può vendere sul mercato: i proventi finanziano direttamente i progetti di decarbonizzazione, accelerandone i tempi di ritorno. Un’azienda che comprende questa logica e la difende ha tutto l’interesse a investire in efficienza e tecnologie pulite, non solo per rispettare la norma ma per generare un flusso di cassa positivo dalla propria transizione. Un’azienda che invece percepisce l’ETS come una tassa da subire non vedrà mai questo incentivo: pagherà il dovuto, non un euro di più e non un giorno prima, perdendo la parte più intelligente del meccanismo.

Una precisione terminologica che incide sul mercato

Il carbon pricing non è un tema tecnico da delegare agli specialisti. È entrato nei contratti energetici, nei piani industriali, nelle bollette, nelle scelte di localizzazione degli investimenti. Usare le parole giuste non è un esercizio accademico: è il prerequisito per leggere correttamente quello che sta succedendo.

E soprattutto: le parole che usiamo per descrivere uno strumento di policy ne plasmano l’evoluzione. Se continuiamo a chiamare l’ETS una tassa, non dobbiamo stupirci se, anno dopo anno, riforma dopo riforma, si comporta sempre più come tale.


I dati citati in questo articolo sono tratti dal Carbon Market Outlook 2025, lo studio annuale sui mercati della CO₂ realizzato dall’Energy & Strategy Group del Politecnico di Milano in collaborazione con CO2 Advisor. Il report è scaricabile gratuitamente qui.

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