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La crisi di Hormuz spinge il solare: la lezione per l’Italia



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La crisi di Hormuz riaccende il tema della sicurezza energetica e mostra i limiti della dipendenza da gas e petrolio. Per l’Italia, il fotovoltaico diventa una leva strategica per ridurre bollette, rischi geopolitici ed emissioni, accelerando sulle rinnovabili

Pubblicato il 22 mag 2026

Mirella Castigli

Giornalista pubblicista



Carbon Market Outlook 2025; Le tecnologie promettenti nelle rinnovabili dal 2026 contro i cambiamenti climatici; Carbon-Aware Computing: ottimizzazione dei workload AI in base alla disponibilità di rinnovabili; Energie rinnovabili: perché la guerra in Iran spinge sul fotovoltaico
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Chi si crede alla moda, afferma che il grande vincitore nei mercati energetici della nuova guerra del Golfo sarà il carbone.

Questo combustibile, protagonista della rivoluzione industriale, non solo fumoso ma il peggiore dal punto di vista dei cambiamenti climatici e della qualità dell’aria, sta effettivamente vivendo un momento di gloria. Soprattutto in Paesi come l’India, che ne possiedono grandi riserve e importano anche grandi quantità di gas naturale liquefatto (GNL).

Tuttavia, nonostante velleitarie ambizioni, la chiusura dello Stretto di Hormuz non farà la fortuna del carbone, invece potrebbe imprimere un reale impulso proprio al suo contraltare, l’energia pulita, e in particolare favorire l’energia solare.
Il crollo dei costi delle energie rinnovabili stava rendendo i combustibili fossili meno competitivi in molte parti del mondo, già prima dei bombardamenti da parte di Usa e Israele ai danni dell’Iran alla fine di febbraio.

“Con la chiusura dello Stretto di Hormuz è diventato evidente ciò che avrebbe dovuto essere chiaro da sempre: la dipendenza energetica di (quasi) tutto il mondo da quei paesi produttori di petrolio e gas”, commenta Francesco Ferrante, vicepresidente del Kyoto Club.

Secondo Simone Molteni, direttore scientifico di LifeGate, “la crisi energetica che stiamo vivendo è l’ennesima in pochi decenni, ma è una crisi molto più profonda di quello che possiamo immaginare”.

Ora due nuovi rapporti mostrano esattamente quanto il fotovoltaico potrebbe trarre beneficio dalla guerra in Iran.

Global Electricity Review 2026: Europe & Americas Session

Lo studio dell’AIE sul successo delle energie rinnovabili: la guerra in Iran spinge sul fotovoltaico

Nelle capitali di tutto il mondo che soffrono i postumi dell’ubriacatura fossile e non raggiungono la sicurezza energetica, lo scorso 20 aprile è giunta la pubblicazione della “Global Energy Review” annuale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE), il club di grandi Paesi consumatori di petrolio.

Secondo l’AIE, lo scorso anno il solare fotovoltaico ha soddisfatto oltre il 25% della nuova domanda mondiale di energia (compresa la produzione di elettricità e i trasporti), superando il gas naturale, che si arresta al 17%.

Solo l’Italia sfiora la quota più elevata a livello globale del costoso (e geopoliticamente pericoloso) gas nel mix energetico. Infatti la produzione solare in Germania (e non nelle isole soleggiate del Mediterraneo) è più alta dell’Italia, pro capite nel mix elettrico.

“Non solo c’è un rincaro di prezzi, il problena la disponibilità eccetera. Ma c’è anche la frustrazione di vivere in un Paese che potrebbe avere molta più energia prodotta da fonti rinnovabili”, avverte Simone Molteni.

The Iran war shows why clean energy is the more secure choice | Zero: The Climate Race

Il secondo report

Il secondo rapporto, pubblicato il 21 aprile dall’istituto di ricerca Ember, si focalizza sui mercati dell’energia elettrica.

Anche questa indagine mette in luce alcuni risultati da record. Nel 2025, per la prima volta in assoluto, la nuova produzione da fonti rinnovabili ha superato l’aumento della domanda globale di energia elettrica.

E per la prima volta in oltre un secolo, le energie rinnovabili hanno superato il carbone, generando più energia elettrica (34%) a livello mondiale rispetto alla madre delle fonti fossili per eccellenza (33%).
Gran parte di questa crescita è derivata da un’impennata della produzione solare annuale, che è balzata in avanti del 30%, passando da 2.143 a 2.778 terawattora (TWh).

La capacità di nuova installazione ha rappresentato quasi tutto l’incremento. Anche l’energia eolica è passata da 2.510 TWh a 2.715 TWh. Insieme all’energia idroelettrica, geotermica e ad alcune altre tecnologie, le rinnovabili hanno generato quasi 11.000 TWh di elettricità, pari al 34% del totale mondiale dello scorso anno.

Per la quarta volta in questo secolo, i combustibili fossili hanno prodotto meno energia rispetto all’anno precedente.

“I più colpiti dalla chiusura dello Stretti di Hormuz sono stati i Paesi asiatici, ma la crisi si è sentita subito anche in Europa e persino quei Paesi come gli Usa che sono diventati ormai esportatori di fossili, ne hanno subito le salate conseguenze a causa dell’esplosione dei prezzi”, sottolinea Francesco Ferrante: “E così, per l’eterogenesi dei fini, la guerra di Trump sta facendo il bene del rivale più potente degli Usa: la Cina che padrona delle tecnologie green si trova un’autostrada davanti per espandere la propria influenza. Infatti è evidente che unico modo per liberarsi da quella dipendenza tossica è il ricorso alle rinnovabili che, grazie all’innovazione tecnologica, sono diventate anche convenienti e che quindi attraggono sempre più investimenti in tutto il mondo. “.

L’energia solare è più conveniente del carbone

I prezzi dell’energia solare stanno precipitando. Il costo «livellato» dell’energia solare, che combina i costi di capitale e di esercizio (ma non tiene conto dei «costi di sistema» imposti dall’intermittenza delle energie rinnovabili), è crollato di circa il 90% dal 2010.

Attualmente è inferiore a quello della produzione a carbone in India, anche se si aggiunge lo stoccaggio in batterie. L’energia eolica onshore è ancora più economica.
Se il basso costo e le basse emissioni di carbonio non fossero un argomento sufficiente, le crisi energetiche come quella attualmente in corso ne forniscono un altro. In un mondo sempre più frammentato, l’energia pulita offre infatti una certa sicurezza energetica.

Una volta installati, i pannelli solari e le turbine eoliche funzionano indipendentemente dai disordini geopolitici. Rimangono dipendenti solo dalle condizioni meteorologiche, ma ci sono gli stoccaggi per ovviare all’intermittenza.

Poi, è vero che la loro produzione richiede terre rare (di cui la Cina detiene il monopolio di raffinazione). Inoltre Pechino è il maggior produttore di pannelli fotovoltaici e turbine.

Ma proprio per conseguire l’autonomia strategica, di cui Bruxelles parla con convinzione, sarebbe l’ora di tornare a produrre nel Vecchio continente le tecnologie per generare le rinnovabili di cui abbiamo urgente necessità.

“Paradossalmente, sempre di più nell’America di Trump, perfino il Texas (repubblicano come il Presidente) ha ormai sorpassato la progressista California in termini di rinnovabili installate. L’anno scorso in tutti gli Stati Uniti il 92% della nuova potenza installata era rinnovabile contro l’8% di gas (e zero nucleare)“, evidenzia Ferrante.

La Spagna insegna che, quando le energie rinnovabili fanno la parte del leone nel mix energetico, le bollette elettriche rimangono a buon mercato e non vanno a gonfiare l’inflazione.

La lezione per l’Italia

Dal 2022, anno di inizio dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia di Vladimir Putin, l’Italia ha avuto quasi quattro anni e mezzo per diversificare. Invece continua ad importare troppo gas e le bollette degli italiani fanno rincarare i prezzi e contribuiscono al caro-vita.

Invece la strada delle energie rinnovabili è segnata: sono la via da percorrere per decarbonizzare e per dare l’addio alle fonti fossili, che sono climalteranti e sono un fattore geopolitico sempre più ingestibile.

Il fotovoltaico è invece la tecnologia per rendere l’Italia più sovrana – come dimostra la chiusura dello Stratto di Hormuz – e più sostenibile sotto ogni punto di vista. Per spingere le energie rinnovabili, dobbiamo imparare la lezione della guerra in Ucraina e Iran.

In tutto il mondo “le rinnovabili stanno diventando ‘sexy’, perché – a prescindere dalla necessità di affrontare la sfida climatica e oltre alle motivazioni ambientali -, la sicurezza e l’indipendenza energetica sono diventati i potenti driver degli investimenti in questo settore”, conclude Ferrante.

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