Le città italiane sono davanti a un bivio che non ha nulla di astratto: o trasformano la mobilità in un’infrastruttura moderna, integrata e pulita, oppure passeranno i prossimi dieci anni a inseguire l’emergenza.
Con il lancio del Decennio dei Trasporti Sostenibili 2026-2035, l’ONU ha messo sul tavolo un’agenda globale chiara, fondata su sei pilastri: accesso universale, decarbonizzazione, efficienza logistica, mobilità urbana centrata sulle persone, sicurezza e innovazione tecnologica.
Una roadmap economica e sociale. Perché trasporti più sostenibili significano città più produttive, meno diseguali, più vivibili.
Eppure, mentre molte capitali europee stanno già correndo, l’Italia rischia di vivere il decennio come spettatrice. I fondi ci sono, i progetti pilota pure. Quello che spesso manca è la visione sistemica: la capacità di far dialogare pubblico e privato, infrastrutture e servizi, dati e policy, per costruire un vero salto di scala. In altre parole: non basta cambiare i mezzi, bisogna cambiare il sistema.
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Il decennio Onu dei trasporti sostenibili e la posta in gioco
I sei pilastri delineano un obiettivo che, letto tra le righe, è semplice: rendere la mobilità un diritto, non un privilegio, e farlo senza bruciare risorse ambientali e tempo collettivo. “Accesso universale” significa che spostarsi non può dipendere dal possesso di un’auto o dal quartiere in cui si vive. “Decarbonizzazione” non è solo passare all’elettrico, ma ridurre il numero di chilometri inutili, ottimizzare i flussi, costruire alternative credibili all’auto privata. “Efficienza logistica” vuol dire che le città devono smettere di essere il collo di bottiglia delle filiere: consegne, magazzini, micro-hub, regolazione e dati devono lavorare insieme.
Poi c’è la parte più “politica” del pacchetto: mobilità centrata sulle persone e sicurezza. Si tratta di ripensare lo spazio pubblico e i comportamenti delle persone.
Infine, l’innovazione tecnologica: l’abilitatore che permette di coordinare servizi, rendere la rete leggibile in tempo reale e trasformare la gestione urbana da reattiva a predittiva.
Come l’Europa sta interpretando il decennio dei trasporti sostenibili
Molte città europee hanno già dimostrato che la transizione è una questione di governance concreta. Londra ha iniziato la conversione verso flotte a zero emissioni e politiche di pricing urbano che influenzano davvero i comportamenti. Parigi ha scelto di ridare spazio a pedoni e ciclisti, non come gesto simbolico ma come strategia sanitaria, economica e ambientale. Altrove, i modelli di Mobility as a Service stanno riducendo la dipendenza dall’auto privata: quando trasporto pubblico, sharing e servizi complementari si presentano come un’unica esperienza (e un’unica pianificazione), l’utente smette di “possedere” un mezzo e inizia a “consumare” mobilità.
Queste trasformazioni avvengono quando una città decide che la mobilità è un’infrastruttura critica, come l’energia o l’acqua, e la governa di conseguenza e vanno oltre il singolo investimento in trasporti e la singola app.
Perché l’Italia rischia di perdere il treno: soldi sì, sistema no
Anche in Italia non mancano iniziative e finanziamenti. Il PNRR ha destinato risorse a infrastrutture ciclabili, rinnovo flotte, digitalizzazione e sperimentazioni MaaS. Ma tra lo stanziamento e l’impatto c’è un abisso, spesso riempito da frammentazione e discontinuità. Il trasporto pubblico procede su una traiettoria, lo sharing su un’altra, la logistica su un’altra ancora. Ogni attore ottimizza il proprio perimetro, ma la città nel suo insieme non ottimizza mai.
E soprattutto: senza interoperabilità e condivisione dei dati in tempo reale, la transizione resta “a pezzi”. Possiamo avere autobus elettrici e, nello stesso momento, congestionare la città con consegne non coordinate. Possiamo costruire piste ciclabili e lasciare intatti incentivi e regole che rendono ancora troppo comodo usare l’auto per qualsiasi cosa. Possiamo finanziare app e piattaforme, ma senza una regia pubblica che le obblighi a “parlarsi”, diventano solo un’altra collezione di silos.
Il decennio dei trasporti sostenibili richiede regole comuni
Il decennio dei trasporti sostenibili non deve essere letto come una gara a chi compra più veicoli elettrici, ma come una trasformazione culturale e politica: richiede cooperazione tra istituzioni, operatori e cittadini. Richiede policy che non siano solo permessi e concessioni, ma regole che incentivino l’integrazione: standard comuni, API, protocolli per scambio dati, obiettivi condivisi su qualità del servizio, accessibilità, emissioni e sicurezza.
Qui sta il salto: passare da un modello in cui ogni operatore “si muove” nella città a un modello in cui tutti contribuiscono a far muovere la città nel modo migliore possibile. Il pubblico deve abilitare e coordinare, il privato deve innovare, ma dentro un quadro interoperabile. Senza questo, la tecnologia resta un acceleratore montato su un’auto con il freno a mano tirato.
Innovazione e dati nel decennio dei trasporti sostenibili
La tecnologia è l’elemento che può rendere concreta questa visione, se viene usata come infrastruttura comune. API, cloud, standard di interoperabilità e analisi avanzate dei dati permettono di passare da una mobilità gestita a posteriori a una mobilità governata in tempo reale e, soprattutto, prevedibile: simulare scenari, anticipare la domanda, ottimizzare risorse prima che i problemi esplodano.
È qui che entrano in gioco soluzioni basate su intelligenza artificiale come SWITCH: partendo dai dati, la tecnologia usa AI e modelli predittivi per aiutare città e operatori a capire cosa succede se cambia una linea, se cresce un quartiere, se arriva un evento, se si introduce un nuovo servizio di sharing. In un decennio che chiede risultati rapidi, la differenza tra “digitalizzare” e “governare” sta proprio qui: usare l’innovazione per integrare flussi e decisioni, ridurre sprechi, tagliare emissioni e aumentare la qualità del servizio.
Perché il decennio dei trasporti sostenibili è una prova di governance
Il Decennio ONU 2026-2035 non lascia molte scappatoie: il cambiamento arriverà comunque, perché clima, costi energetici, qualità dell’aria e competitività urbana lo renderanno inevitabile. La domanda è un’altra: l’Italia sarà tra chi guida la trasformazione, creando città più efficienti e inclusive, o tra chi la subisce, accumulando ritardi e sprechi?
Per non restare indietro serve una visione sistemica: integrare servizi e dati, coordinare investimenti e policy, trattare la mobilità come infrastruttura nazionale di competitività. Il decennio dei trasporti sostenibili, oltre che una sfida tecnologica, è una prova di maturità di governance. E si supera solo smettendo di progettare pezzi separati e iniziando a progettare, davvero, un sistema.














