il bilancio

Startup al giro di boa: è ora di passare dall’accoglienza all’integrazione

Dall’inizio dell’anno sono aumentati gli investimenti a sei zeri anche da investitori internazionali ma quasi sempre, prima o dopo, la società ha spostato la sua sede all’estero. A 4 anni dall’avvio della prima startup policy, non c’è più bisogno di aiuti pubblici, ma di un mercato, dei capitali e dei prodotti e dei servizi

26 Lug 2017
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Sotto “effetto Macron” non è facile avere una visione lucida e serena del cosiddetto ecosistema delle startup italiane al giro di boa del primo semestre 2017. Dopo che il presidente francese ha annunciato un fondo di 10-miliardi-10 per sostenere le giovani imprese d’oltralpe, da questa parte del San Bernardo dove in un anno si investono più o meno circa 200milioni, è calato un pessimismo cosmico che fa vedere tutto grigio. La Grandeur francese ha colpito ancora ma anche il masochismo italiano non scherza.

Chissà perché gli italiani pensano che i politici ci siano solo in Italia e che la strategia degli annunci sia un’esclusiva dei nostri parlamentari. Quindi aspettiamo di conoscere tempi e modi della straordinaria iniziativa di Macron prima di fustigarci e di schiattare d’invidia e cerchiamo invece di capire quel che di buono sta accadendo in casa nostra e che cosa si può fare (e non solo chiedere) perché crescano le startup ma le imprese consolidate (perché poi il tema è lo stesso: la competitività del Paese).

Cominciamo da qualche dato, anche se va subito detto che proprio la mancanza di una fotografia convincente del sistema delle startup crea qualche problema di identità. Ci sono solo frammenti di un universo per definizione mutevole e sfuggente. Al 30 giugno le startup innovative censite dalle Camere di Commercio, quindi solo quelle che rispondono ai requisiti richiesti per accedere alle agevolazioni pubbliche, erano ben oltre 7 mila: 7394 imprese, per la precisione, che occupano oltre 36mila addetti. La popolazione è in crescita ma calano produzione e reddito: uno stop dovuto all’uscita dal registro delle startup cresciute, quelle che hanno oltre 4 anni di vita e, si presuppone, fatturati più consistenti. Il primo semestre 2017 è stata quindi la stagione del primo ricambio dall’inizio della startup police, nel 2013. Escono dall’area del sostegno pubblico le imprese che hanno mosso i primi passi all’inizio del decennio ed entra quindi (visto che il saldo è attivo) una nuova generazione di imprenditori che si affidano all’aiutino pubblico.

Potrebbe essere il momento giusto per fare quel bilancio di efficacia che non è mai stato compiuto davvero. Una mancanza di metriche e di misure che lascia il campo a chi sostiene che tutto quel lavoro, tra Mise, Mef e altri ministeri, è stato poco fruttuoso visto che il sistema italiano resta ancora rachitico, fragile e poco finanziato non tanto rispetto agli Stati Uniti (che sarebbe ovvio) ma anche rispetto ad altri Paesi europei, Francia in testa (cosa meno ovvia).

Stiamo parlando, sempre secondo i dati delle Camere di Commercio, dell’0,5% delle società attive in Italia. Sarebbe tempo perso se non fosse che in questo angolo del campo si gioca parte del futuro del Paese. Perché le startup in altri contesti hanno creato colossi come Uber, Airbnb, Zalando, Spotify, solo per citare i nomi più noti. Negli Usa succede spesso, in Europa molto meno, in Italia raramente, anzi quasi mai. E forse non è solo una questione di policy e di agevolazioni. Qualche dubbio viene leggendo i dati di un’indagine dell’Osservatorio Startup-Hitech del Politecnico di Milano.

Il 30% del totale degli investimenti 2016 è stato a favore di startup che non sono innovative a termine di legge. Non solo: tra quelle iscritte, il 40% non ha utilizzato mai uno degli strumenti pubblici. Perché non li conoscono, per la difficoltà burocratica di accedervi, perché sono ritenuti poco utili. Quali sono le agevolazioni più gettonate? Fondo di garanzia e credito di imposta per R&D. Insomma, strumenti che portano respiro finanziario, soldi anche se in maniera impropria (una startup non dovrebbe indebitarsi con una banca…), e spinta innovativa. Il messaggio è chiaro: meno benefit e più risorse.

Nel secondo semestre di questo quarto anno della startup policy sarebbe utile dedicare meno tempo a nuove norme speciali, ai visti per stranieri che tanto non arrivano (siamo il Paese che accoglie immigrati a più bassa scolarizzazione) e ai fondi pubblici a pioggia per concentrare gli sforzi in una sola direzione: far convergere capitali sulle migliori startup, dall’Italia ma anche dall’estero.  Magari con un po’ di provincialismo in meno. L’Italia è diventato decisamente un Paese più accogliente per le startup (per riprendere un’immagine di Corrado Passera, ministro dello Sviluppo Economico che istituì la task force da cui nacque la startup policy) ma adesso bisognerebbe passare dall’accoglienza all’integrazione.

Per la prima volta in questo primo semestre 2017 una donna è stata premiata come business angel dell’anno: Paola Bonomo. Il riconoscimento le è stato dato per una exit straordinaria per gli standard italiani: AdEspresso, startup di digital advertising, acquisita in febbraio dalla canadese Hootsuite per, si dice,  una somma decisamente superiore ai 20 milioni di dollari della sua valutazione”. La società è stata fondata da tre italiani che, però, sono subito volati negli States, desitinazione 500Startups, incubatore mitico fra gli innovatori di tutto il mondo.

Dall’inizio dell’anno sono aumentati gli investimenti a sei zeri (10 milioni per MotorK , 6 per Alesi Surgical, 4 per Mainstreaming solo per ricordarne qualcuno) anche da parte di investitori internazionali ma quasi sempre, prima o dopo, la società ha spostato la sua sede all’estero. Oppure, anche quando è made in Italy, la startup che attira capitali nasce altrove, soprattutto a Londra ancora, e poi si sviluppa tornando in Italia: è il caso degli 11milioni di dollari investiti su Soldo, fondata dall’ex Matrix e Gioco Digitale Carlo Gualandri, dallo stesso fondo che ha finanziato Facebook.  Morale della favola: la partita dell’innovazione è globale e chi sta ancora a guardare i confini ci resta dentro.

Non mancano i segnali incoraggianti (LVenture ha annunciato il un nuovo fondo di venture capital da 50 milioni e Cariplo factory uno da 100 legato al progetto GrowITUp) ma non c’è ancora la sensazione di una svolta decisa alla Macron, per intenderci. Le president sta provando a ritagliarsi un ruolo nello scacchiere europeo. Anche se gli esperti dicono che, dopo Londra, potrebbe essere Berlino la prossima capitale delle startup. E che cos’ha di la città tedesca che manca a Parigi o tantopiù a Milano o Roma? Il più alto numero di investitori internazionali, lo stesso numero di exit di Londra e 32 fondi di venture capital nati nel 2016.

Che cosa vorrebbero le startup? Risponde l’indagine dell’Osservatorio Polimi: minore pressione fiscale, incentivi per le aziende che utilizzano servizi e prodotti delle startup, più incentivi per la ricerca. Quello che chiede qualsiasi impresa che abbia a cuore l’innovazione e la crescita. Ma c’è a questo punto della storia una responsabilità delle aziende grandi e consolidate che devono credere sempre di più nel corporate venture capital e devono diventare protagoniste nel nuovo mercato dell’innovazione. Le startup non hanno più bisogno di aiuti pubblici, hanno bisogno di un mercato, dei capitali e dei prodotti e dei servizi. Qualcuno che investa in loro e qualcuno che li consideri fornitori interessanti.

“Bisogna investire in aziende bambine, piccole ma destinate a crescere, non in aziende nane che sono piccole e rimangono tali” dice il papà del venture capital italiano Elserino Piol dall’alto della sua veneranda età e della sua esperienza. Ecco, passate le vacanze, dobbiamo lavorare per non finire a nani e ballerine.

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