Quando il volo per San Francisco ha toccato terra il primo settembre, non stavo semplicemente attraversando un oceano, ma entrando nel cuore pulsante dell’innovazione globale.
Grazie al supporto di Innovit (Italian Innovation and Culture Hub) e di Intesa Sanpaolo, ho respirato l’aria elettrica della Silicon Valley, un ecosistema che non
conosce pause: università, venture capitalist, big tech e start-up dialogano senza sosta, trasformando ogni idea in un progetto di business mondiale.
In questo fermento, abbiamo cercato conferme, provocazioni e nuove prospettive per la trasformazione digitale sostenibile nell’era dell’intelligenza artificiale.
Indice degli argomenti
La prima lezione della Silicon Valley
Il primo insegnamento è stato quasi brutale: la competizione globale, accelerata dall’intelligenza artificiale, ha alzato l’asticella a livelli che in Italia tendiamo a sottovalutare.
Alla Silicon Valley non interessa il passato né il titolo accademico. Conta solo quanto velocemente riesci a trasformare un’intuizione in un prodotto scalabile e redditizio.
Negli incontri con Meta, Salesforce, Google, Microsoft, Zoom e Nvidia, un rispetto sincero per l’ingegno italiano, per la nostra creatività e capacità di problem solving.
Ma insieme al rispetto, un messaggio inequivocabile: basta frammentazione e orgoglio individualista. Dobbiamo imparare a creare alleanze forti tra imprese,
università, finanza e pubblica amministrazione. Solo così il nostro talento diventa forza competitiva capace di farsi valere all’estero.
Una delle conversazioni più stimolanti ha riguardato la tracciabilità del fresco alimentare e il controllo della catena del freddo. I venture capitalist e i player della logistica hanno spiegato che questi sono oggi temi caldissimi.
In un mondo dove la qualità e la sicurezza alimentare sono cruciali, il know-how italiano è riconosciuto come una garanzia.
Con le nostre soluzioni, che uniscono l’AI alla profonda conoscenza dei processi organizzativi, è possibile contribuire a garantire catene del freddo affidabili e sostenibili, rispondendo a una domanda che cresce non solo negli Stati Uniti, ma anche in mercati emergenti come Arabia Saudita e India. È un’occasione da non sprecare.
Girando le BigTech e le università di Stanford e Berkeley, tra i campus dove si formano i cervelli che disegnano il futuro e che hanno ospitato gli studi di 95 premi Nobel, ho incontrato italiani che svolgono ruoli strategici: Riccardo Giraldi (Google Gemini UX), Silvio Savarese (Salesforce AI Research), Marco Pavone (Nvidia Autonomous Vehicle), Barbara De Salvo (Meta Reality Labs).
Le loro storie, spesso nate lontano dai riflettori, testimoniano che il talento italiano compete ai massimi livelli quando osa guardare lontano e non teme il sacrificio.
Uscire dalla comfort zone
La Silicon Valley ricorda a tutti quanto sia vitale uscire dalla comfort zone. Qui, sbagliare non è una macchia, ma una tappa obbligata verso l’innovazione.
In Italia, invece, la paura del fallimento spesso paralizza, ma è ora di cambiare prospettiva: l’errore è un feedback, non una condanna.
È così che nascono prodotti rivoluzionari, non perfetti al primo tentativo, ma perfezionati in interazioni continue.
In Italia occorre applicare questo approccio nello sviluppo di agenti AI specializzati, capaci di apprendere dall’ambiente e dall’interazione con gli utenti.
Non sono gadget o mode passeggere: l’AI è una leva strategica destinata a trasformare marketing, vendite, supply chain, retail e modelli di business.
Questa accelerazione richiede anche un aggiornamento radicale delle competenze.
I World Foundation Models multimodali di cui si parla nella Baia non sono fantascienza: sono la prossima tappa, capaci di interpretare e generare significati complessi nel mondo fisico. Le imprese dovranno ripensare i processi e il lavoro diventerà un dialogo continuo persone-macchine-persone.
Il rischio non è tecnologico, ma culturale: restare spettatori
L’Italia deve formare studenti e lavoratori capaci di collaborare con le macchine e di governare la tecnologia anziché subirla.
Un episodio, forse minore ma emblematico, è stato il robotaxi elettrico preso a San Francisco. Vedere il volante girare da solo all’inizio è destabilizzante, ma poi subentra la meraviglia: la sicurezza non diminuisce, anzi aumenta.
I dati Swiss Re parlano chiaro: 0,41 incidenti per milione di miglia percorse contro i 2,78 dei taxi tradizionali, un calo dell’88% nelle richieste danni.
È una metafora potente: l’innovazione può sembrare inquietante, ma, se affrontata con metodo e prudenza, conduce il mondo verso un futuro più sicuro.
Il viaggio in Silicon Valley non è stato un premio, ma una chiamata all’azione. Significa investire nella crescita delle persone, consolidare partnership internazionali, portare in Italia un pezzo di quella cultura tanto ambiziosa, quanto aperta e collaborativa.
L’AI è un ponte tra continenti, industrie e generazioni, oltre che tra metaversi e mondi reali. Se sapremo usarla per aumentare competitività e sostenibilità, potremo garantire un futuro migliore alle nostre comunità.
L’Italia non può limitarsi ad osservare: deve crederci, osare, rischiare, investire. E soprattutto deve imparare che l’innovazione non è solo tecnologia: è collaborazione, velocità, visione, coraggio, perseveranza.
In Silicon Valley, per avere successo non basta sognare. Bisogna correre insieme, avendo chiaro come e dove si vuole arrivare.













