Proprio mentre le autorità statunitensi adottano una misura restrittiva nei confronti di Thierry Breton come strumento di ritorsione regolatoria verso l’Unione europea[1], quest’ultima sta aprendo due cantieri normativi importanti, che si svilupperanno ampiamente nel corso del 2026 e che sono suscettibili di incidere in modo estremamente significativo sugli interessi economici e regolatori delle Big Tech americane.
L’iniziativa di Washington rischia quindi di configurarsi come un possibile autogol sul piano della policy regolatoria e del dialogo transatlantico: uno strumento amministrativo simbolico, adottato in ritardo e mal calibrato rispetto all’attuale assetto delle competenze e dei centri decisionali a Bruxelles.
Indice degli argomenti
Il diniego del visto e il tempismo della misura
Il diniego di visto nei confronti di Breton (nonché di alcuni altri personaggi attivi nel campo dei diritti digitali) viene motivato dalle autorità statunitensi come risposta al ruolo dell’ex commissario europeo, indicato come principale ideatore del Digital Services Act (DSA) e del Digital Markets Act (DMA) e, più in generale, della stagione regolatoria europea in materia di piattaforme online.
A Washington, questa stagione viene letta come una forma di “censura” o di discriminazione sistemica verso gli operatori USA.
Caso Breton e la ritorsione regolatoria: natura e motivazioni USA
Tale misura interviene quando Breton ha però cessato di esercitare il mandato di commissario al Mercato interno già nel settembre 2024, a seguito di dimissioni rassegnate in aperto dissenso con la presidente von der Leyen sulla sua riconferma e sulla governance interna della Commissione.
Ne risulta che il provvedimento colpisce oggi un ex decisore europeo, privo ormai di funzioni pubbliche e di influenza politica nell’architettura istituzionale dell’Unione, mentre il baricentro dell’attuazione delle normative maggiormente sgradite agli USA — in particolare DSA e DMA — è saldamente nelle mani della presidente della Commissione (Von der Leyen), dei commissari competenti (Virkkunen e Ribera) e dei servizi tecnici responsabili dell’enforcement (le direzioni generali della Concorrenza e del Digitale).
Un bersaglio fuori tempo: Breton non è più decisore a Bruxelles
È difficilmente contestabile che Breton abbia svolto il ruolo di principale policy-maker politico-industriale della stagione 2019-2024 nel dominio della regolazione digitale europea: dall’elaborazione del DSA e del DMA, al Data Act e all’AI Act sull’intelligenza artificiale, fino al tentativo — poi non sfociato in una proposta legislativa vincolante — di introdurre un meccanismo di “fair share” per il contributo delle grandi piattaforme al finanziamento delle reti di telecomunicazione.
Non va inoltre dimenticato il GDPR, la cui origine però rimonta al 2016 e la cui paternità non è quindi attribuibile a Breton.
Caso Breton come simbolo della stagione DSA-DMA
L’attuale policy regolatoria europea è sostanzialmente dominata dall’applicazione concreta di tali strumenti: indagini, decisioni, sanzioni, linee guida e pratiche di soft-law fanno capo alla nuova Commissione, alle direzioni generali competenti e alle autorità nazionali chiamate a cooperare nell’enforcement multilivello.
In questo contesto, sanzionare Breton oggi significa concentrare l’attenzione su un simbolo della stagione di design normativo, piuttosto che sui nodi effettivi della governance regolatoria contemporanea. Il messaggio è diretto politicamente all’Unione, ma risulta scarsamente idoneo, sul piano tecnico-giuridico, a incidere sulla traiettoria applicativa delle norme.
Ne deriva la sensazione che le autorità statunitensi stiano reagendo con ritardo a una stagione già tramontata, scegliendo come bersaglio un ex policy-maker mentre evitano di confrontarsi con i decisori attuali che stanno concretamente plasmando l’evoluzione del quadro normativo europeo.
Digital Omnibus: semplificazione o irrigidimento dopo il caso Breton
Sul versante europeo, mentre esplode il caso del visto, è in discussione un intervento orizzontale di razionalizzazione del quadro digitale — noto come Digital Omnibus[2] — concepito come strumento di “manutenzione” per coordinare, semplificare e, ove necessario, alleggerire gli oneri derivanti dalla stratificazione di GDPR, DSA, DMA, Data Act, AI Act e altre discipline settoriali.
In linea di principio, un’operazione di questo tipo può rispondere tanto alle esigenze di certezza del diritto e proporzionalità quanto alle critiche statunitensi sulla frammentazione e sovrapposizione degli obblighi gravanti sulle piattaforme e sui fornitori extra-UE.
Il rischio politico-giuridico, alla luce del caso Breton, è quello di una torsione del processo: da esercizio di fine-tuning tecnico verso una dinamica di irrigidimento identitario. Se la misura americana viene percepita come un atto punitivo o di ingerenza rispetto alla sovranità regolatoria dell’Unione, i negoziatori in Parlamento, Consiglio e Commissione potrebbero essere meno inclini a semplificare o attenuare obblighi sensibili per gli operatori USA, preferendo invece blindare le disposizioni considerate strategiche.
Il futuro Cloud & AI Development Act e l’autonomia strategica europea
Per il 2026 la Commissione ha inoltre preannunciato una nuova iniziativa nel campo del cloud e dell’intelligenza artificiale — il Cloud & AI and Development Act[3] — volta a rafforzare le capacità europee in domini oggi caratterizzati da una forte presenza di provider americani.
In termini giuridici si tratterà, con ogni probabilità, di definire regole su requisiti di sicurezza, localizzazione e trattamento dei dati, interoperabilità, condizioni di accesso al mercato e agli appalti pubblici, con un equilibrio delicato tra “autonomia strategica aperta” e rischio di protezionismo de facto.
In un simile contesto, un segnale politico ostile da parte di Washington verso uno dei principali simboli della “sovranità digitale” europea rischia di rafforzare, all’interno del processo di drafting e negoziazione, le correnti favorevoli a clausole che privilegino infrastrutture e fornitori europei (o qualificati come “affidabili”) a scapito delle soluzioni statunitensi.
L’argomento della “difesa” dello spazio regolatorio e industriale europeo da pressioni esterne potrebbe essere strumentalizzato per legittimare scelte più restrittive verso i soggetti extra-UE.
Caso Breton e l’effetto boomerang sulla flessibilità negoziale
Il tratto comune ai due dossier — Digital Omnibus e futuro atto su cloud e AI — è il margine di discrezionalità tecnica e politica a disposizione dei redattori europei nel calibrare obblighi, eccezioni e clausole di apertura.
L’iniziativa contro Breton tende ad assottigliare tale margine, spostando il baricentro del confronto da una logica di aggiustamento tecnico-regolatorio a una dinamica di contrapposizione tra “modello europeo” e “modello americano” di governance digitale.
Il possibile esito paradossale è duplice:
- una minore propensione a intervenire in senso chiarificatore o semplificatore rispetto agli oneri che gravano sulle piattaforme e sui fornitori statunitensi;
- una maggiore disponibilità a introdurre o rafforzare requisiti che, pur formalmente neutrali, risultino di fatto più agevoli da soddisfare per gli operatori europei, in nome dell’autonomia strategica e della resilienza del mercato interno.
Per le imprese tecnologiche USA, il costo potenziale supera ampiamente il valore simbolico dell’inclusione di un ex commissario in una “blacklist” dei visti.
Conclusioni: perché il caso Breton può ritorcersi contro Washington
Nel complesso, la trasformazione di Breton in bersaglio personale appare più come una mossa di segnalazione politica — tanto verso l’opinione pubblica interna quanto verso l’UE — che come uno strumento strategicamente idoneo a orientare in senso favorevole agli interessi statunitensi il processo regolatorio europeo.
I segnali simbolici, tuttavia, hanno effetti giuridico-politici non trascurabili: irrigidiscono le posizioni negoziali, alimentano riflessi di chiusura, rafforzano le spinte verso soluzioni regolatorie più “autarchiche” nel cloud e nell’AI e rendono più difficile costruire compromessi tecnici che concilino sovranità normativa europea e pieno accesso delle imprese americane al mercato digitale dell’Unione.
Se l’obiettivo implicito era quello di attenuare la pressione regolatoria europea sulle Big Tech statunitensi, il caso Breton rischia di ottenere paradossalmente il risultato opposto.
Note
[1] Visto Usa negato a ex commissario Breton per presunta censura dei social media, Euronews, 24 dicembre 2025
[2] Qui l’informativa ufficiale da parte della UE: https://digital-strategy.ec.europa.eu/it/policies/digital-rulebook
[3] Il termine “Cloud & AI Development Act” si riferisce a un’iniziativa normativa proposta dalla Commissione Europea come parte di un piano d’azione più ampio denominato “AI Continent Action Plan”, volto a promuovere investimenti in infrastrutture digitali e sostenere lo sviluppo dell’IA in Europa.



















