Il 2025 verrà ricordato come l’anno in cui il Venture Capital europeo ha smesso di crescere per inerzia. Non un semplice rallentamento ciclico, ma una frattura più profonda che ha colpito il cuore del sistema, ovvero la capacità dei fondi di raccogliere nuovo capitale.
Guardando al 2026, il tema non è più quando tornerà l’abbondanza, ma quale forma assumerà il finanziamento dell’innovazione in Europa dopo la fine dell’era del “VC facile”.
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I numeri per mettere a fuoco il cambiamento
I numeri aiutano a mettere a fuoco la portata del cambiamento. Secondo PitchBook e Sifted, nel 2025 i fondi di Venture Capital europei hanno raccolto complessivamente tra i 9 e i 10 miliardi di euro, con un calo superiore al 60 per cento rispetto al 2024 e di circa il 70 per cento rispetto al picco del biennio 2021–2022.
Ancora più indicativo è il dato sul numero di nuovi fondi chiusi, sceso sotto quota settanta nel primo semestre del 2025, contro oltre cinquecento nel 2022. Una contrazione che non ha precedenti nell’ultimo decennio.
Il venture capital in Europa diventa più piccolo, concentrato e selettivo
La riduzione delle raccolte ha prodotto un effetto immediato sulla struttura del mercato. La dimensione mediana dei fondi europei è scesa sotto i 50 milioni di euro, segnale di un ecosistema sempre più polarizzato.
Da un lato resistono pochi grandi player, spesso sostenuti da capitali istituzionali o governativi, ancora in grado di chiudere fondi significativi. Dall’altro si allunga la coda di operatori che faticano a raggiungere il primo closing o sono costretti a ridimensionare le proprie ambizioni.
Non si tratta solo di una questione di volumi, ma di fiducia. I limited partner europei, dopo anni di esposizione crescente al venture capital, stanno rivedendo il profilo rischio–rendimento dell’asset class.
I tassi di interesse più elevati hanno reso nuovamente attrattive alternative meno volatili, mentre la promessa di ritorni rapidi e multipli elevati che aveva alimentato l’euforia post-2020 si è scontrata con una realtà fatta di tempi più lunghi e risultati disomogenei.
Le cause strutturali della crisi: tassi, fiducia e performance
Alla base della crisi delle raccolte VC c’è innanzitutto la fine del capitale a costo zero. Per oltre un decennio, politiche monetarie espansive hanno spinto gli investitori verso asset sempre più rischiosi.
Con il cambio di scenario macroeconomico quella spinta si è invertita e oggi il venture capital deve competere con strumenti che offrono rendimenti interessanti a fronte di un rischio sensibilmente inferiore.
Performance sotto pressione e appetito per il rischio
A questo si aggiunge una performance complessiva inferiore alle attese. Downround, write-off e tempi di ritorno più lunghi hanno indebolito la narrativa del venture capital come asset class superiore.
L’incertezza geopolitica e macroeconomica ha fatto il resto, raffreddando ulteriormente l’appetito per il rischio. Il risultato è un ritorno a una logica di selezione più rigida, in cui pochi fondi consolidati continuano a raccogliere mentre molti altri restano ai margini.
Exit bloccate e distribuzioni: perché il venture capital in Europa fatica
Il secondo fattore, forse ancora più rilevante, è il blocco delle exit. Dal 2022 le IPO tecnologiche in Europa sono diventate eventi rari, mentre il mercato M&A, pur rimanendo attivo, è rallentato da valutazioni spesso disallineate tra venditori e acquirenti.
Senza exit, viene meno il meccanismo che alimenta l’intero ciclo del capitale. Nel 2024 circa la metà dei fondi VC europei non ha distribuito capitale ai propri investitori, riducendo drasticamente la capacità degli LP di reinvestire in nuovi fondi.
Startup a due velocità: cosa cambia nel venture capital in Europa
Per le startup europee, la crisi delle raccolte dei fondi VC si traduce in un mercato del capitale sempre più segmentato. L’early stage mostra una resilienza relativa.
Seed e pre-seed continuano a chiudere round, spesso di dimensioni più contenute, grazie al supporto di angel investor, micro-fondi e veicoli specializzati. La competizione resta elevata, ma il capitale non è scomparso.
Il quadro cambia nel growth e nel late stage. I mega-round sono diventati eccezioni, molte scaleup rinviano la raccolta di nuovi capitali o accettano valutazioni inferiori rispetto ai round precedenti.
Bridge round, estensioni e round interni sono ormai la norma. In Europa il tempo medio tra un round e l’altro ha superato i 24 mesi, allungando sensibilmente i cicli di crescita e imponendo una maggiore attenzione alla sostenibilità operativa.
Oltre l’equity: le alternative al venture capital in Europa
In questo contesto emergono con maggiore chiarezza nuove forme di finanziamento. Il venture debt è tra le più rilevanti.
Tra il 2024 e il 2025 ha rappresentato circa il 12 per cento del funding complessivo per le startup europee e in alcuni mercati, come la Spagna, il debito ha superato l’equity VC in termini di volumi.
Viene utilizzato soprattutto per allungare la runway senza diluizione, spesso in combinazione con round equity più leggeri.
Revenue-based financing e capitale non diluitivo
Accanto al debito tradizionale cresce il revenue-based financing, sostenuto da operatori specializzati che offrono capitale non diluitivo a startup con ricavi ricorrenti, in particolare nel SaaS.
È uno strumento che premia modelli di business già validati e spinge verso una maggiore disciplina finanziaria.
Grant e ruolo pubblico: gli attori diventano sistemici
Un ruolo sempre più centrale è giocato anche dai finanziamenti pubblici e dai grant. L’Unione Europea e i governi nazionali stanno rafforzando il proprio intervento, con nuovi fondi dedicati alle scaleup considerate strategiche.
In questo quadro, attori come CDP Venture Capital in Italia, Bpifrance in Francia, ENISA in Spagna e HTGF in Germania stanno assumendo una funzione sistemica, spesso colmando i vuoti lasciati dal VC privato.
Corporate venture capital, open innovation e community capital
Parallelamente cresce il peso del corporate venture capital e delle iniziative di open innovation. Banche, grandi gruppi industriali e operatori tecnologici entrano nei round non solo come investitori finanziari, ma come partner strategici, offrendo accesso a mercato, clienti e infrastrutture.
Anche equity crowdfunding e community capital stanno vivendo una nuova fase di interesse. Non più come alternativa al VC, ma come complemento, utile per validare il mercato e coinvolgere una base di investitori più ampia.
Strumenti ibridi come SAFE e note convertibili consentono infine di posticipare la valutazione, guadagnando tempo in attesa di condizioni più favorevoli.
Casi concreti: credito, corporate e nuovi standard di funding
Alcune scelte recenti rendono evidente questa trasformazione. A fine 2024 BlaBlaCar, in Francia, ha preferito attivare una linea di credito da 100 milioni di euro per finanziare acquisizioni, rinunciando a un round equity diluitivo.
In Spagna, Italia e Francia cresce il numero di startup che combinano venture debt e investimenti corporate come nuovo standard di finanziamento.
Verso il 2026: come si trasforma il venture capital in Europa
Guardando al 2026, appare sempre più evidente che la crisi del Venture Capital europeo non è solo ciclica. È strutturale.
Il modello basato su raccolte crescenti, exit rapide e reinvestimento continuo del capitale sta lasciando spazio a un sistema più selettivo, meno affollato e più specializzato.
Questo non implica la fine del venture capital, ma una sua trasformazione profonda. I fondi che sopravvivranno saranno quelli capaci di ridefinire il proprio ruolo, concentrandosi su competenze settoriali, supporto industriale e capacità di accompagnare le aziende lungo cicli di crescita più lunghi.
Allo stesso tempo, le startup più solide saranno quelle in grado di costruire una strategia di capitale diversificata, riducendo la dipendenza da un’unica fonte di finanziamento.
Una nuova grammatica del finanziamento dell’innovazione
Il 2025 segna così il passaggio da una crescita guidata dal fundraising a una crescita guidata dall’efficienza del capitale. È un cambio culturale prima ancora che finanziario.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, questa transizione rappresenta una sfida ma anche un’opportunità. In un contesto di capitale più scarso, la qualità dei progetti, la sostenibilità dei modelli di business e la capacità di integrare fonti diverse di finanziamento diventano i veri fattori competitivi.
Nel prossimo decennio il finanziamento dell’innovazione europea sarà probabilmente meno spettacolare, ma più solido. Meno basato sull’abbondanza e più sulla selezione.
È da questa nuova grammatica del capitale che passerà la capacità dell’Europa di continuare a generare imprese innovative e rilevanti su scala globale.












