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Iran senza rete, il ruolo ambivalente di Starlink



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In Iran il blackout di Internet è una scelta politica per isolare le proteste e ridurre la visibilità internazionale. La connettività satellitare di Starlink introduce una discontinuità infrastrutturale. Positiva per le proteste. Ma con aspetti critici da considerare

Pubblicato il 15 gen 2026

Angelo Jannone

Presidente di Intelligence Inside S.A. ed ex colonnello ROS



starlink iran

Giovedì 8 gennaio 2026: l’Iran “spegne” Internet. Una mossa non nuova da parte di un regime. Nuovo invece è il ruolo che sta emergendo per Starlink di Elon Musk, in queste circostanze.

Un ruolo ambivalente, per le sue implicazioni positive e critiche al tempo stesso.

Lo si vede in questi giorni, quando in poche ore la Repubblica islamica ha trasformato l’infrastruttura digitale in un bunker informativo: sms, chiamate, social e messaggistica avanzata sono stati cancellati dall’esperienza quotidiana degli iraniani, mentre i pochi punti di accesso residui si sono ridotti a una rete interna controllata dallo Stato.

L’obiettivo — chiaro e deliberato — è stato spegnere la visibilità delle proteste, interrompere il coordinamento civico e impedire che immagini, video e testimonianze di repressione si diffondessero all’estero. Quel blackout non è un guasto: è una tecnica di controllo politico scalata alla dimensione digitale.

Ma come funziona la rete in Iran? Da chi e come è controllata?

In Iran l’infrastruttura fisica e la governance della rete sono fortemente centralizzate e direttamente controllate dallo Stato, con effetti immediati sulla possibilità di spegnere o limitare l’uso di Internet. Il fulcro del sistema è la Telecommunication Infrastructure Company (TIC), una società pubblica che gestisce il backbone nazionale e internazionale, i gateway di accesso verso l’estero e la distribuzione di banda agli Internet Service Provider locali.

In questo modello, infrastruttura tecnologica e potere politico coincidono: intervenire sui nodi TIC o sugli annunci di instradamento internazionale consente di isolare rapidamente il Paese dalla rete globale, come dimostrato nei blackout ricorrenti durante le proteste.

Il confronto con l’Italia è netto. Pur in presenza di operatori di peso come Sparkle, che gestisce una parte rilevante dei cavi sottomarini e terrestri, anche intercontinentali, sino alla circumnavigazione dell’intero Sud America, la connettività italiana è distribuita tra più soggetti privati, regolata da autorità indipendenti e caratterizzata da una pluralità di rotte, gateway e punti di interscambio neutrali.

Non esiste quindi alcuna possibilità di un “interruttore unico” azionabile dal potere esecutivo. In Iran, al contrario, la centralizzazione dell’accesso internazionale rende il blackout uno strumento ordinario di governo dell’ordine pubblico digitale.

È qui che entra in gioco la vera novità. Starlink, la struttura privata di proprietà del magnate Elon Musk, non è “un’altra piattaforma”, né un semplice strumento di elusione software.

La sua forza risiede nel fatto che elude il problema del controllo infrastrutturale: la connettività non passa più dalle reti terrestri controllate dallo Stato, ma da una costellazione di satelliti in orbita bassa e da terminali fisici sul territorio.

Una rete che non passa dal backbone nazionale

Questo significa una cosa molto precisa: il punto di controllo non è più centralizzato. Non si tratta di violare un filtro, ma di aggirare l’intera architettura di censura.

È una differenza sostanziale, che spiega perché i regimi temano più una parabola satellitare che una nuova app.

Dal punto di vista funzionale, la banda e la latenza offerte da queste soluzioni sono sufficienti per video, streaming e comunicazioni in tempo reale. Esattamente ciò che serve per far uscire immagini, testimonianze, prove.

La rete torna a essere uno spazio pubblico, anche se fragile e clandestino.

Rischio sul campo e contromisure possibili

In Iran l’uso di Starlink resta illegale e intrinsecamente rischioso: i terminali devono essere introdotti clandestinamente, alimentati in modo autonomo, occultati e utilizzati con estrema cautela.

Chi vi ricorre si espone a conseguenze personali concrete, che vanno dalla confisca dei dispositivi fino a forme di repressione diretta.

Inoltre, il confronto tra censura statale e connettività alternativa è per sua natura dinamico. Al dispiegamento satellitare possono rispondere contromisure tecniche — come disturbi del segnale gps, tentativi di individuazione delle sorgenti di trasmissione o analisi del traffico — e azioni di repressione mirata.

Non si tratta quindi di una soluzione stabile, ma di un equilibrio precario, soggetto a continui adattamenti da entrambe le parti.

Rischi e repressione: caccia ai terminali e cornice legale

Si hanno notizie frammentarie di queste ultime ore su una vera e propria caccia a Starlink. Benché molte informazioni provengano da fonti di monitoraggio e reporting internazionale piuttosto che da comunicati ufficiali del governo iraniano, nelle ultime ore pare che le forze di sicurezza iraniane abbiano avviato operazioni mirate per individuare e confiscare antenne e terminali Starlink nelle zone urbane.

In particolare nella parte occidentale di Teheran, per impedire che i manifestanti usino il servizio satellitare per diffondere immagini e video delle proteste all’esterno del Paese.

Sequestri e narrazioni di “sabotaggio”

Secondo notizie apparse sul Wall Street Journal, le autorità stanno cercando attivamente i ricevitori Starlink sul terreno e li stanno sequestrando.

Secondo media affiliati alle autorità del Paese, ci sarebbe anche materiale audiovisivo che mostra terminali Starlink ancora nelle loro confezioni originarie confiscati dalle forze dell’ordine, etichettati come “attrezzature di spionaggio e sabotaggio”.

Il peso della legge e le pene

Il contesto normativo rende la situazione ancora più drammatica: possedere o usare un terminale Starlink è considerato una violazione della legge iraniana, una condotta che può essere equiparata a spionaggio, con rischi di pene detentive significative fino a 10 anni di carcere.

Si stima che decine di migliaia di terminali Starlink siano stati introdotti illegalmente in Iran negli ultimi anni, spesso tramite rotte non ufficiali attraverso Paesi vicini, e che operino in modo frammentario nonostante le azioni di repressione.

La connettività satellitare, in questo contesto, non elimina il rischio: lo redistribuisce, spostandolo dall’infrastruttura centralizzata agli individui.

Sarebbe tuttavia riduttivo — se non fuorviante — leggere questa vicenda in chiave romantica o salvifica. Va ricordato un elemento strutturale fondamentale: la dipendenza da un operatore privato.

Il fatto che una parte della continuità comunicativa di una popolazione passi dalle decisioni di un’azienda — e, in ultima istanza, dalla volontà di un singolo imprenditore come Elon Musk — solleva interrogativi profondi sulla governance delle infrastrutture digitali critiche.

Chi decide quando, dove e a quali condizioni una rete alternativa viene attivata? Con quali criteri di trasparenza, responsabilità e controllo? E con quali tutele per gli utenti finali, che operano spesso in condizioni, come abbiamo visto, di illegalità forzata?

La tecnologia, in questo quadro, non è neutra né autosufficiente. Può certamente abilitare spazi di libertà, ridurre le asimmetrie informative e rendere più costosa la censura totale.

Ma è la governance democratica della tecnologia la vera risposta.

La tecnologia da sola non sostituisce una cornice politica, giuridica e istituzionale. Senza regole condivise, pluralità di attori e meccanismi di accountability, anche la connettività più avanzata resta una soluzione contingente, esposta a decisioni unilaterali e a logiche non democratiche.

In definitiva, la tecnologia non garantisce la libertà: ne aumenta la probabilità. È un moltiplicatore di possibilità, non una garanzia.

Ed è proprio questa distinzione che dovrebbe guidare una riflessione più matura sul ruolo delle infrastrutture digitali nei contesti di crisi e di repressione.

Connettività come protezione civile digitale e resilienza democratica

La vera lezione che arriva dall’Iran non riguarda solo quel contesto specifico. Riguarda il modo in cui concepiamo la connettività nelle società contemporanee.

Internet non è più soltanto un servizio o un mercato: è una infrastruttura critica per l’esercizio della cittadinanza, dei diritti, del diritto di esistere.

Quando la rete viene spenta, non si interrompe solo l’accesso all’informazione. Si interrompono la possibilità di controllo diffuso del potere, la documentazione degli abusi, la costruzione di una memoria condivisa.

In questo senso, ripristinare la connettività equivale sempre più a un intervento di protezione civile digitale.

Alcuni segnali, anche in Europa, vanno in questa direzione. L’ipotesi di utilizzare infrastrutture satellitari alternative per garantire continuità comunicativa in contesti repressivi indica una consapevolezza crescente: la resilienza democratica passa dalla resilienza delle comunicazioni.

Allora la domanda è se da sola la tecnologia sia diffusione di democrazia. La risposta onesta è no.

Nessuna tecnologia rovescia da sola un regime. Anzi: la tecnologia è come una pistola o un coltello: aiutano a difendersi dai soprusi, ma possono essere uno strumento pericoloso in mano a violenti.

Quando il digitale viene usato contro gli oppositori

A Cuba, ai primi anni 2000, il regime si serviva di abili tecnici informatici, messi a disposizione da Paesi occidentali “amici”, per scovare oppositori da arrestare.

Ma sicuramente la tecnologia può fare qualcosa di altrettanto decisivo: ridurre l’asimmetria informativa su cui un regime si fonda. Rendere la censura più costosa e complicata da attuare, più visibile, meno totale.

Può aumentare la probabilità che le versioni ufficiali vengano smentite da evidenze distribuite.

In questo senso, Starlink in Iran non è un simbolo di liberazione, ma uno stress test. Mostra quanto siano vulnerabili i modelli autoritari quando il controllo dell’informazione non è più garantito.

E mostra, specularmente, quanto le democrazie dipendano da infrastrutture comunicative robuste, pluraliste e difficilmente silenziabili.

La questione non è tecnologica, ma politica: decidere se la continuità delle comunicazioni debba essere considerata un diritto essenziale e, di conseguenza, come progettarla, governarla e difenderla.

Perché nel XXI secolo, spegnere Internet significa sospendere, anche solo temporaneamente, la democrazia. E riaccenderlo, in certi contesti, è già una forma di soccorso.

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