L’economia mondiale sta attraversando una fase di trasformazione senza precedenti, spinta da un’accelerazione tecnologica che ha costretto le principali istituzioni finanziarie a rivedere al rialzo le proprie prospettive di crescita. Durante i recenti dibattiti del World Economic Forum 2026 a Davos, è emerso con chiarezza come la geopolitica dell’AI non sia più una questione confinata ai laboratori della Silicon Valley, ma il nuovo terreno di scontro per la leadership globale.
L’intelligenza artificiale viene oggi definita una «tecnologia di uso generale» destinata a trasformare radicalmente il nostro secolo. Tuttavia, questa corsa all’innovazione avviene in un terreno privo di arbitri internazionali, dove la capacità di una nazione di integrare l’AI determina la sua posizione in una nuova gerarchia economica e strategica.
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La nuova mappa del potere mondiale e l’indice di preparazione: ecco la geopolitica AI
Secondo le analisi presentate da Kristalina Georgieva, direttrice operativa del Fondo Monetario Internazionale (FMI), l’intelligenza artificiale sta iniettando una resilienza inaspettata nell’economia globale. Per monitorare questo fenomeno, il FMI ha sviluppato un indice di preparazione che valuta i paesi sulla base di quattro pilastri fondamentali: infrastrutture fisiche, competenze della forza lavoro, capacità di diffusione tecnologica e quadri normativi etici.
Dall’analisi emerge una divisione del mondo in tre categorie distinte: i paesi che «fanno accadere» l’AI, quelli che «guardano» accaderla e coloro che ancora ignorano la portata del cambiamento in atto. Attualmente, ai vertici di questa classifica si posizionano Stati Uniti, Danimarca e Singapore. La Cina, pur possedendo capacità estremamente potenti, presenta una complessità dimensionale che rende più lenta la scalata verso i primissimi posti dell’indice.
Il rischio principale individuato dalla geopolitica dell’AI è quello che Georgieva definisce la «fisarmonica delle opportunità»: una divergenza sempre più profonda dove i paesi avanzati accelerano, mentre le nazioni a basso reddito restano pericolosamente indietro su tutti i parametri di preparazione.
La Quinta Rivoluzione Industriale: il modello indiano e il ritorno dell’investimento
L’India si è fermamente posizionata nel primo gruppo di nazioni leader, rivendicando il proprio ruolo attraverso quella che il Ministro dell’Elettronica e dell’IT, Ashwini Vaishnaw, chiama la «Quinta Rivoluzione Industriale». La strategia indiana si articola su un’architettura a cinque livelli che comprende applicazioni, modelli, chip, infrastruttura ed energia.
A differenza della rincorsa a modelli di linguaggio massivi, l’approccio di Nuova Delhi si concentra sull’efficienza economica e sul ritorno dell’investimento (ROI). Vaishnaw sostiene che: «Il ROI non deriva dalla creazione di un modello molto grande. Il 95% del lavoro può avvenire con modelli da 20 o 50 miliardi di parametri». Per democratizzare l’accesso a questa tecnologia, l’India ha implementato una partnership pubblico-privata che mette a disposizione della popolazione 38.000 GPU, offrendo potenza di calcolo a un terzo del costo rispetto ad altri mercati internazionali. Questo modello mira a formare oltre 10 milioni di persone nelle competenze legate all’AI, puntando sulla diffusione capillare piuttosto che sul controllo centralizzato.
Sovranità tecnologica e diversificazione in Medio Oriente
Nella geopolitica dell’AI, l’Arabia Saudita rappresenta un caso studio di come una nazione produttrice di energia possa trasformarsi in un hub tecnologico. Khalid Al-Falih, Ministro dell’Investimento del Regno, ha evidenziato come l’AI sia il pilastro fondamentale della Vision 2030, il piano di diversificazione economica lanciato quasi dieci anni fa per ridurre la dipendenza dagli idrocarburi.
Il Regno sta investendo nell’intera catena del valore, dalla produzione di server per data center allo sviluppo di modelli linguistici sovrani in lingua araba, come quelli gestiti dalla Saudi Data and AI Authority (SDAIA). La priorità è proteggere la «sovranità dei dati» e garantire che l’AI rifletta i valori culturali locali, evitando i pregiudizi spesso presenti nei dataset occidentali. Al-Falih ha sottolineato l’importanza dell’opzionalità geopolitica: l’Arabia Saudita investe sia in tecnologie statunitensi che cinesi, giapponesi o coreane, affermando che «siamo i padroni del nostro destino e non lo lasceremo andare».
Lo tsunami nel mercato del lavoro e la contrazione del ceto medio
L’impatto dell’intelligenza artificiale sull’occupazione è descritto dal FMI come uno «tsunami che colpisce il mercato del lavoro». I dati indicano che mediamente il 40% dei posti di lavoro a livello globale sarà toccato dall’AI, una percentuale che sale drammaticamente al 60% nelle economie avanzate, mentre si attesta intorno al 26% nei paesi a basso reddito.
Le analisi condotte negli Stati Uniti rivelano un cambiamento qualitativo della domanda: un annuncio di lavoro su dieci richiede oggi almeno una competenza legata all’AI che non esisteva in precedenza. Questo genera una dinamica salariale polarizzata:
- I professionisti che integrano nuove competenze vedono aumentare il proprio potere d’acquisto.
- La domanda di lavoro a bassa qualifica nei servizi aumenta di riflesso alla maggiore spesa dei primi.
- Il ceto medio, occupato in ruoli che non vengono potenziati ma sostituiti, subisce una pressione senza precedenti.
In questo scenario, i giovani che entrano per la prima volta nel mercato del lavoro sono i soggetti più vulnerabili. Kristalina Georgieva avverte che la preparazione non è ancora sufficiente, nemmeno nei paesi più avanzati, e che l’educazione deve virare verso la capacità di «imparare a imparare e adattarsi» piuttosto che focalizzarsi su abilità tecniche statiche.
Infrastrutture critiche e la resistenza dei territori
Un aspetto spesso trascurato della geopolitica dell’AI riguarda la dimensione fisica della tecnologia: i data center. Brad Smith, Vice-Presidente e Presidente di Microsoft, ha evidenziato una crescente tensione tra ambizioni globali e realtà locali. Solo nel terzo trimestre dell’anno precedente, le comunità locali negli Stati Uniti hanno bloccato investimenti privati per 98 miliardi di dollari destinati ai data center.
Le preoccupazioni dei cittadini riguardano l’accessibilità economica dell’energia elettrica, il consumo idrico e l’effettivo ritorno occupazionale locale una volta terminata la fase di costruzione. Smith paragona l’attuale sfida infrastrutturale a quella delle ferrovie in epoca coloniale, sottolineando un divario critico: mentre nel Nord del mondo l’AI è utilizzata dal 25% della popolazione, nel Sud del mondo la quota scende al 14%.
Per colmare questo gap, è necessaria una visione che vada oltre il semplice profitto aziendale. Smith sostiene che l’infrastruttura dell’AI richiederà capitali pubblici e banche di sviluppo laddove il mercato fallisce. In Africa, ad esempio, basterebbe un investimento di 15 miliardi di dollari per connettere ogni cittadino e impresa alla rete internet, un passo fondamentale per evitare l’esclusione definitiva del continente dalla nuova mappa del potere economico.
Verso una governance “Techno-Legal” e cyber-sicurezza
Il dibattito sulla regolamentazione si sta spostando verso un approccio che l’India definisce «techno-legal». Secondo il Ministro Vaishnaw, non è più sufficiente approvare leggi, ma è necessario sviluppare strumenti tecnici per contrastare bias e deepfake con una precisione tale da poter essere verificata in sede giudiziaria.
Sul fronte della sicurezza, l’AI si utilizza già come un «cyber shield» (scudo informatico) per proteggere nazioni e infrastrutture critiche da attacchi sempre più sofisticati che sfruttano la stessa tecnologia come arma. Brad Smith avverte che l’urgenza di una governance internazionale coordinata è massima, ma l’impegno attuale delle grandi potenze rimane insufficiente, descrivendo la situazione con un preoccupante «cinque su dieci» nella scala di impegno internazionale.
La capacità dei governi di investire nelle competenze e di creare quadri normativi flessibili sarà quindi il fattore determinante per stabilire chi guiderà la prossima fase dell’ordine mondiale e chi, invece, rimarrà ai margini di una rivoluzione che non concede tempi di attesa.















