leadership che scende

Perché sporcarsi le mani rende un leader più credibile (e più seguito)



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La leadership che scende ribalta l’idea del capo “in alto” e propone un gesto controintuitivo: avvicinarsi alla realtà concreta del lavoro, alle persone e ai conflitti. Solo toccando terra, senza paura della polvere, il leader raccoglie verità operative e umane che nessun report filtrato riesce a restituire

Pubblicato il 28 gen 2026

Angelo Mazzotta

Responsabile Servizio Protezione Dati Area Trasparenza e Protezione Dati Direzione Affari Istituzionali Università degli Studi di Verona



leadership che scende

La metafora tradizionale della leadership è la piramide: si “sale” di grado per arrivare al vertice, presumendo che da lassù l’aria sia più limpida e la visione più chiara. Si immagina il leader come uno stratega che sposta pedine su una mappa asettica, lontano dal rumore della battaglia.

Tuttavia, nell’attuale scenario di complessità, questa altezza è spesso un’illusione ottica pericolosa: la distanza appiattisce la realtà, rendendo i problemi, le sfumature e, soprattutto, le persone, piccoli e indistinti.

Il leader che rimane arroccato nella sua torre d’avorio rischia di trasformarsi in un burocrate del pensiero, disconnesso dal cuore pulsante dell’organizzazione, incapace di sentire il ritmo reale del lavoro e delle relazioni.

Leadership che scende: scendere per salire, senza perdere autorevolezza

Per recuperare autorevolezza e generare un impatto reale, la leadership contemporanea deve compiere un movimento controintuitivo e coraggioso: scendere per salire. Come spiego nel mio libro Mangiare Locuste, non si tratta di un declassamento o di una rinuncia al ruolo guida, ma di una scelta strategica di umiltà e intelligenza tattica.

È l’atto di chi comprende che per “ammirare le altezze” e definire la rotta, bisogna prima mettersi nella posizione giusta: toccare terra, senza badare alla polvere. Questa discesa fornisce al leader dati di prima mano, una comprensione “tattile” e viscerale dei problemi che nessuna dashboard digitale o report filtrato potrà mai restituire.

Sporcarsi per risplendere: il mito del leader immacolato

Esiste ancora un archetipo diffuso e dannoso: il leader “immacolato”, colui che mantiene le mani pulite delegando ogni questione spinosa e ogni conflitto emotivo, preservando una facciata di perfezione.

Ma la vera luce non nasce dalla distanza asettica. Nel libro sottolineo un principio fondamentale: bisogna sporcarsi per risplendere. Immergersi nel “fango” della pratica – entrare nel merito di un conflitto tra reparti, gestire una crisi operativa in prima persona, ascoltare lo sfogo di un collaboratore in difficoltà – non è un segno di debolezza, ma la prova di aver combattuto.

La luce di un leader che rimane a distanza è fredda, artificiale, simile a un neon che illumina ma non scalda. Al contrario, lo splendore di chi non ha avuto paura di sporcarsi le mani è autentico, caldo e magnetico. Genera una lealtà profonda nel team, che smette di vedere un “capo” imposto dalla gerarchia e inizia a vedere una guida riconosciuta per il suo valore umano.

È la differenza tra l’essere obbediti per grado e l’essere seguiti per stima.

Dal contratto al contatto: la leadership che scende nelle relazioni

Questa discesa cambia radicalmente la natura stessa delle relazioni professionali. Il management tradizionale opera spesso su una logica di “contratto”: uno scambio freddo di stipendio contro obbedienza.

Questa dinamica crea un ambiente di “mercenari”, individui isolati che fanno il minimo indispensabile per non violare le regole, ma che non metteranno mai il cuore nell’impresa.

Il leader che scende, invece, passa dalla sterilità del contratto alla potenza del contatto. Mai come in questo periodo dell’anno, tale dinamica risuona con una potenza antica e universale.

La narrazione del Natale, in fondo, ci ricorda proprio questo atto rivoluzionario: un Dio che non resta arroccato nell’alto dei cieli a emanare norme perfette, ma sceglie di scendere, di “vestire” la nostra umanità fragile. È il passaggio epocale dalla sterilità della Legge – che assomiglia terribilmente al nostro “contratto” burocratico – alla potenza trasformativa di una relazione basata sul contatto reale con la creatura.

Se il Divino ha scelto di farsi uomo per parlare al cuore dell’uomo, quanto più un leader deve accettare di spogliarsi dei gradi, di uscire dal suo ufficio e farsi prossimo per guidare davvero?

La compassione che regge: forza, vulnerabilità e fiducia

Questa leadership si fonda sulla compassione, che non va confusa con il buonismo o il sentimentalismo. È, al contrario, la “fortezza di chi sa accettare una ferita”. È il coraggio di lasciarsi toccare dalla realtà dell’altro.

Riconoscendo la propria vulnerabilità e accogliendo quella altrui, il leader costruisce un ponte di fiducia invalicabile, trasformando un gruppo di individui in una comunità coesa.

La resilienza dell’incassare: il leader nel ring con il team

In definitiva, questo approccio costruisce la vera resilienza organizzativa. In un mercato volatile e imprevedibile, la pretesa di non subire mai colpi è un’illusione pericolosa.

La misura di una leadership forte non è la capacità di evitare ogni crisi, ma quella di costruire un’organizzazione che sappia incassare per resistere. Come in un incontro di pugilato, nessuno può colpire duro come fa la vita.

Il leader che “scende” nel ring insieme ai suoi, che non si nasconde dietro gli alibi quando le cose vanno male, insegna con l’esempio la lezione più importante: la vittoria non appartiene a chi non cade mai, ma a chi, cadendo, trova sempre la forza e il coraggio di rialzarsi insieme.

Solo chi ha toccato terra sa quanto è solido il terreno su cui poggiare i piedi per spiccare il prossimo salto.

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