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L’idea del Parlamento Ue per la sovranità tech: il procurement pubblico è la leva



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Il Parlamento europeo sposta il baricentro della sovranità digitale sulle infrastrutture tech: semiconduttori, connettività, cloud, software, dati e AI. La risoluzione del 22 gennaio propone una Digital Public Infrastructure basata su standard aperti e interoperabilità, collega resilienza e sicurezza alla riduzione delle dipendenze critiche e indica nel procurement pubblico una leva decisiva

Pubblicato il 28 gen 2026

Francesca Niola

Research Fellow Legal manager @ Aisma srl



parlamento UE sovranità digitale

Il 22 gennaio 2026 il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione intitolata “European technological sovereignty and digital infrastructure”. L’atto introduce, in termini espliciti, una tesi di fondo: la sovranità tecnologica europea richiede una base infrastrutturale pensata come architettura di sistema, con priorità pubbliche chiare e un perimetro operativo definito.

Per comprendere il senso dell’intervento conviene partire dalla natura dell’atto. La risoluzione appartiene alla categoria degli indirizzi politici del Parlamento: non produce, di per sé, obblighi immediatamente azionabili, però orienta l’azione della Commissione e il discorso pubblico europeo, fissando una grammatica comune che può incidere sul contenuto delle iniziative successive. In questo passaggio si annida la questione giuridica: la sovranità, trattata come obiettivo costituzionale in senso lato dell’ordinamento europeo, richiede strumenti coerenti.

Sovranità tecnologica europea e infrastrutture: l’asse centrale per il Parlamento Ue

Il punto di rottura rispetto a molte discussioni precedenti risiede nell’asse concettuale infrastruttura–sovranità. La risoluzione tratta la sovranità europea come costruzione di “digital infrastructure” e come sviluppo di una Digital Public Infrastructure (DPI), cioè uno strato abilitante che comprende semiconduttori, connettività, cloud, software, dati e intelligenza artificiale, con standard aperti e interoperabilità come condizioni di mercato.

La discussione europea sull’economia digitale, negli ultimi anni, ha spesso percorso il binario regolatorio, con l’idea che obblighi e divieti potessero riequilibrare mercati concentrati. Pertanto, nell’ottica del Parlamento, la competizione dipende dall’architettura tecnica, quindi dall’accesso a dati, standard, capacità computazionale, connettività e cloud. In tale prospettiva, la sovranità richiede un “base layer” europeo, capace di sostenere sviluppo e pluralismo industriale.

Quando l’enforcement incontra l’infrastruttura: il contesto del dma

La tempistica dialoga anche con l’attualità dell’enforcement del Digital Markets Act. Il 27 gennaio 2026 la Commissione avvia due procedimenti di “specificazione” nei confronti di Google, con focus su interoperabilità per servizi di intelligenza artificiale su Android e su accesso ai dati della ricerca a condizioni eque.

Per questa ragione il testo insiste su dipendenze strategiche, resilienza e capacità industriale, quasi a proporre una lettura della competizione digitale come effetto di architetture tecniche e di accessi regolati, prima ancora che come somma di singole condotte. La sovranità viene così letta come costruzione di condizioni strutturali, più che come sola reazione a comportamenti di mercato.

La leva del procurement nella sovranità tecnologica europea secondo il Parlamento Ue

Dentro tale cornice, il Parlamento attribuisce centralità a una ricognizione delle dipendenze critiche e alla conseguente capacità di orientare la domanda pubblica. L’acquisto pubblico diventa così una leva con densità ordinamentale, perché introduce criteri di scelta che incidono sul mercato, sulla portabilità, sull’interoperabilità e sulla sicurezza.

L’argomento appare chiaro: quando lo Stato acquista infrastrutture digitali, seleziona anche un modello di governance del dato e un grado di apertura dello spazio competitivo, con effetti che travalicano il singolo contratto. In questa logica, la neutralità del procurement si attenua e gli appalti iniziano a funzionare come architettura di mercato.

Digital public infrastructure: perimetro, catena e significato giuridico

Il passaggio più caratterizzante riguarda la nozione di Digital Public Infrastructure. Il testo la presenta come base abilitante composta da semiconduttori, connettività, cloud, software, dati e intelligenza artificiale, con standard aperti e interoperabilità come condizioni che favoriscono un ecosistema plurale.

In questa prospettiva, la DPI assume un significato giuridico che va oltre l’investimento. Essa diventa un criterio di politica pubblica, perché collega la costruzione tecnica dell’infrastruttura a obiettivi di mercato, sicurezza e autonomia strategica. La DPI, dunque, non è un capitolo accessorio: è il basamento su cui far crescere concorrenza e capacità europea.

Governance, controllo distribuito e responsabilità dell’infrastruttura

Il tema della governance riceve un trattamento coerente con tale impostazione. La risoluzione privilegia modelli di controllo distribuito e richiama requisiti di privacy e sicurezza integrati nell’architettura, con una tensione costante tra apertura e affidabilità. Qui si intravede il punto di equilibrio che l’atto prova a cercare, spostando la partita dal solo controllo delle condotte alla costruzione delle condizioni di accesso.

La risoluzione valorizza modelli policentrici, fondati su standard comuni e aperti, interoperabilità e interconnessione, con l’obiettivo di contrastare blocchi di uscita e dipendenze tecniche. Una governance policentrica, nel diritto dell’infrastruttura, apre sempre un doppio problema: responsabilità e indirizzo. Chi risponde di funzionamento, sicurezza e continuità, quando il controllo resta distribuito?

Dipendenze critiche: dalla diagnosi comune alla politica della domanda

Il testo del Parlamento Ue avvia il ragionamento da una mossa che vale più di molte dichiarazioni di principio. La Commissione riceve l’invito a costruire una lista europea delle dipendenze critiche nel perimetro digitale, con un perimetro già tracciato tra servizi di storage, identità, pagamenti, piattaforme di comunicazione, poi protocolli, standard e software che sorreggono questi snodi.

Qui la novità resta nel metodo prima ancora che nell’elenco. Una dipendenza diventa oggetto di diagnosi pubblica, quindi materia di politica industriale. Dal momento in cui la vulnerabilità riceve un’etichetta comune, entra in campo la leva più rapida che l’Unione possiede: il lato domanda, soprattutto la domanda pubblica.

Appalti come regole di concorrenza: standard di selezione “esigibili”

La risoluzione collega la mappatura a criteri di aggiudicazione capaci di premiare prodotti e servizi con impatto positivo su resilienza, sostenibilità e sovranità tecnologica, con un’idea di procurement che smette di restare neutrale. In questa lettura, la concorrenza riceve una spinta attraverso regole di acquisto e criteri valutativi, non solo attraverso divieti.

L’argomento, letto fino in fondo, suggerisce una conseguenza giuridica: la sovranità assume la forma di standard di selezione verificabili, contestabili, esigibili. In altri termini, la politica industriale entra nella grammatica degli appalti, e gli appalti diventano un dispositivo di composizione delle dipendenze.

Open source, interoperabilità e “public money, public code”

Per questo l’interoperabilità entra nel testo con un tono quasi programmatico, come condizione di competitività. Nelle premesse compare anche un richiamo esplicito a politiche del tipo open source first e public money, public code, insieme all’adozione di standard comuni e aperti, come acceleratori dell’interconnessione economica europea.

Se la spesa pubblica finanzia codice e infrastrutture riusabili, l’effetto potenziale riguarda barriere all’ingresso, tempi di sviluppo, trasferibilità di soluzioni tra amministrazioni e imprese. L’open source, in questa logica, smette di restare una preferenza tecnica e diventa una scelta di politica concorrenziale, perché moltiplica auditabilità, riduce asimmetrie informative e amplia lo spazio per fornitori europei.

Cloud, edge e portabilità: il Data act come requisito operativo

Nel tratto dedicato a cloud ed edge la risoluzione attribuisce alla sovranità un contenuto operativo. Il testo collega competitività e autonomia alla possibilità concreta di trasferire dati e servizi tra ambienti diversi, con regole capaci di rendere praticabili portabilità e interoperabilità lungo la filiera infrastrutturale.

Il richiamo al Data Act assume rilievo proprio in questa prospettiva, perché offre un quadro normativo idoneo a trasformare la mobilità dei dati da obiettivo politico a requisito verificabile, con effetti diretti su costi di transizione, continuità dei servizi e apertura del mercato.

AI come infrastruttura “pesante”: factories, gigafactories e web index

Su questa premessa il testo tratta l’intelligenza artificiale come infrastruttura “pesante”, quindi come capacità che richiede potenza di calcolo, ambienti di sviluppo e accesso a risorse abilitanti. Il riferimento ad AI factories e AI gigafactories mira a sostenere ricerca e crescita imprenditoriale attraverso dispositivi di scala.

Nello stesso movimento compare l’idea di un European web index model, che assume valore di componente di base per autonomia informativa e per la costruzione di filiere dati utili a servizi di ricerca e a ecosistemi di innovazione, con ricadute anche sulle applicazioni di AI che dipendono da indicizzazione e discovery.

Il vincolo energetico dei data center nella sovranità tecnologica europea

La scelta di collocare AI e cloud dentro una strategia infrastrutturale conduce al vincolo energetico. Data center e capacità computazionale richiedono pianificazione della rete e criteri di efficienza, con attenzione a riuso del calore e sostenibilità del dispiegamento territoriale.

In questa cornice la sovranità assume anche una dimensione amministrativa, perché autorizzazioni, requisiti tecnici e programmazione energetica incidono sulla possibilità di installare capacità digitale su scala adeguata. La capacità infrastrutturale non dipende solo da investimenti, ma anche da tempi e condizioni di deployment.

Sicurezza e resilienza: cavi, data center e rischio di filiera

Il capitolo sulla sicurezza completa l’impianto, perché la risoluzione collega resilienza e continuità operativa alla protezione di infrastrutture critiche come cavi sottomarini, data center e componenti cloud. Il testo richiama anche la giurisdizione UE sugli asset strategici e la gestione del rischio lungo la filiera dei fornitori.

Compare inoltre un’apertura verso iniziative normative rivolte ai vendor ad alto rischio extra UE. In questa logica, la sicurezza non è solo requisito tecnico: diventa parametro di politica industriale e di governo delle dipendenze, integrato nelle scelte infrastrutturali e negli standard di mercato.

La parte conclusiva innesta questo quadro nel mercato unico. Infrastrutture e capacità producono effetti pienamente europei quando circolazione e scalabilità trovano un ambiente giuridico più uniforme. Per questo la risoluzione guarda con favore alla proposta di un 28th legal regime, con l’obiettivo di rendere più lineare il deployment digitale e più attrattivi gli investimenti.

L’idea è facilitare flussi transfrontalieri di dati e processi autorizzativi coerenti, riducendo frizioni tra ordinamenti. In tal modo, l’infrastruttura non resta un mosaico nazionale, ma diventa leva di integrazione e crescita per l’ecosistema digitale europeo.

Cosa cambia per imprese, PA e utenti finali

La risoluzione è molto rilevante per i suoi molteplici effetti. Per le imprese tech e cloud la ricaduta più immediata riguarda il lato domanda: se procurement e criteri di gara vengono orientati verso trasferibilità, standard condivisi, sicurezza e resilienza, il mercato tende a premiare chi progetta architetture migrabili e servizi meno chiusi.

Per pubbliche amministrazioni e centrali di acquisto, il testo consolida una responsabilità diversa. La scelta tecnica diventa scelta di assetto, perché decide dipendenze future, costi di uscita e continuità operativa, incidendo sull’apertura del mercato. Per cittadini e imprese utenti il beneficio atteso riguarda maggiore possibilità di scelta e minore “intrappolamento” in ecosistemi chiusi, con un prezzo da governare sul versante sicurezza, protezione dei dati e governo degli strati comuni.

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