Lo shopping compulsivo è una delle manifestazioni più emblematiche della società dei consumi contemporanea, in cui l’acquisto di oggetti digitali assume un ruolo centrale tanto come strumento di approvvigionamento quanto come oggetto di desiderio in sé.
Indice degli argomenti
L’era del consumismo: quando gli oggetti diventano necessità
In una società consumistica, nella quale la disponibilità immediata degli oggetti risulta in primo piano, anche l’acquisto di dispositivi digitali incessantemente pubblicizzati dai maggiori marchi tecnologici diventa una sorta di obbligo.
Si ritrovano molteplici, svariate forme di relazione con tali oggetti che vanno da un ricorso funzionale a questi strumenti fino a giungere talvolta a dar luogo alla dipendenza da shopping compulsivo.
La società dei consumi: dal Natale religioso al Black Friday
Nel mondo economicamente avanzato, la disponibilità immediata di oggetti di consumo risulta quantomai basilare.
Registrarsi su Amazon, preferibilmente con il Prime, per qualunque acquisto in tempi rapidissimi è ormai considerato indispensabile; quando sono fruibili i biglietti per un evento sportivo, si avviano delle code online di molti minuti e non sempre vi si riesce ad accedere per tempo; i centri commerciali vengono presi d’assalto non appena vi è la disponibilità di un nuovo modello di I-Phone.
L’esempio più eclatante del consumismo è quello del Natale che ha da tempo perduto il suo valore simbolico di tipo religioso per acquisire, almeno per la maggior parte delle persone, soprattutto la caratteristica di occasione per regalare e ricevere beni di consumo.
Ricordiamo quando il clima natalizio iniziava in data 8 dicembre con la festa cattolica dell’Immacolata Concezione nella quale le case venivano allestite a festa addobbando il Presepe e l’albero di Natale che venivano poi definitivamente smontati con l’Epifania il 6 gennaio.
Ai nostri giorni, invece, le illuminazioni natalizie, le piste del ghiaccio e lo shopping dei doni natalizi si avviano a fine novembre. Dopo il Natale, a gennaio, inizia peraltro il periodo dei saldi che costituiscono una sorta di Black Friday ante litteram. T
utto questo all’insegna del porre alla vetta del nostro mondo gli oggetti di consumo credendo di trovare la felicità nella possibilità di comprarli incessantemente.
Le teorie del consumismo: da Baudrillard alla Scuola di Francoforte
Ne avevano già scritto autori dell’Istituto per Ricerche Sociali di Francoforte vale a dire la celebre Scuola di Francoforte con, fra gli altri, i noti contributi del filosofo Herbert Marcuse e dello psicoanalista Erich Fromm. Ne ha scritto più volte Pier Paolo Pasolini.
Secondo Pierre Bourdieu, utilizzare merci costose è un modo tipico delle persone abbienti di ribadire la loro superiorità. L’autore forse più noto per aver lavorato intorno a questi concetti è però probabilmente Jean Baudrillard e lo possiamo facilmente capire dai titoli di due fra i suoi libri: “Il sistema degli oggetti” e “La società dei consumi“.
Si tratta di pubblicazioni evidentemente datate ma che già preconizzavano lo sviluppo degli eventi nel mondo contemporaneo.
Vediamo in questa dinamica consumistica un simulacro della realtà, una sorta di sua simulazione; lo si coglie per esempio nel film “Matrix” dei fratelli Wachowski che citava esplicitamente il libro di Baudrillard “Simulacra and Simulation” in una sua scena. L’oggetto non conta più per il suo valore d’uso e neppure per il suo valore di scambio ma piuttosto per il valore di segno di riconoscimento che giunge ad assumere; per esempio, possedere un’automobile di lusso implica acquisire un particolare carisma spendibile nelle relazioni sociali.
L’acquisto online e lo sfruttamento dei rider
L’acquisto online è dunque divenuto una prassi comune del nostro mondo. Si trova qualunque oggetto sui motori di ricerca; molte persone comprano sui siti dei principali centri commerciali e ricevono le merci al proprio domicilio; contattando piattaforme come Glovo ci si fa portare a casa il cibo per la cena da parte di lavoratori, di solito extracomunitari, estremamente sfruttati nel loro ruolo di rider.
Il boom delle vendite di dispositivi digitali: i dati del mercato
Gli oggetti digitali stessi diventano un emblema di quanto viene pubblicizzato e distribuito nella società dei consumi. Conoscono un trend positivo in questi ultimissimi anni: nel 2023, secondo Anitec Assinform, sono stati venduti il 2,3% di dispositivi digitali più dell’anno precedente con IA e cloud computing come principali elementi di traino.
Un recente articolo del 16 ottobre 2025, pubblicato qui a firma di Domenico Aliperto, indica come Idc e Gartner abbiano rilevato un incremento di vendite nel trimestre luglio – settembre 2025 del 2,6% per gli smartphone e di un 8,2% per i computer. Trovaprezzi.it, dopo aver riscontrato un calo del 6,4% di vendite probabilmente dovuto a un effetto rimbalzo dopo l’enorme upgrade dei digital device negli anni dell’emergenza sanitaria pandemica, sottolinea un interesse per la tecnologia mobile nel 2024 addirittura del 35% in più rispetto al 2023. Abbiamo dunque dei dati che, pur con delle lievi differenze, convergono tutti verso un significativo incremento degli acquisti di oggetti digitali.
Status symbol digitali e la FOMO delle nuove generazioni
Gli oggetti digitali si dimostrano allora al cuore dell’attuale sistema dei consumi sia sul versante del costituire uno strumento adatto ad approvvigionarsi di numerosi beni sia perché divengono oggetti anelati e bramati in quanto tali.
Diventa uno status symbol possedere una nuova smart TV, l’abbonamento a Netflix, l’ennesimo gioco della PlayStation o l’ultimo prototipo di iPhone mentre, in particolar modo nelle generazioni più giovani, si avverte la cosiddetta FOMO (Fear Of Missing Out) quando si rimane sprovvisti di oggetti digitali che vanno di moda. Non parliamo poi del trovarsi improvvisamente senza connessione e dell’ansia inquieta che ne consegue.
La pulsione freudiana: tra corpo e psiche
La compulsione allo shopping incrementa in una forma smodata, parossistica la dinamica dell’umana pulsione.
La pulsione costituisce per Freud un concetto fondamentale; egli scriveva che ogni scienza ha dei concetti fondanti e, per la psicoanalisi, tale concetto è proprio quello di pulsione. Si tratta di una questione, che va differenziata dall’istinto animale, volta a designare una spinta verso il soddisfacimento. Deriva dal verbo latino pellere, che vuol dire precisamente spingere.
Questa spinta verso il soddisfacimento pulsionale presenta una fonte, appunto una spinta, un oggetto e una meta. La fonte è avvertita a livello corporeo, negli orifizi pulsionali: con la fame e la sete a livello orale, con lo stimolo a livello anale, con l’eccitazione a livello genitale. La spinta consiste in una tensione; è la parte centrale della pulsione, sempre al limite fra il piano somatico e quello psichico, e risente di influssi ambientali, linguistici, culturali, situazionali.
La meta è quella di giungere all’appagamento riducendo al minimo la tensione. L’oggetto è la parte più variabile della pulsione; nella forma corporea, nello stadio orale concerne il cibo e il niente della pulsione orale, nella fase anale l’oggetto anale, nella fase genitale parti del corpo altrui. L’oggetto è dunque la componente più volubile della pulsione.
L’oggetto plusgodere: da Marx a Lacan
E infatti oggetti dell’industria, della cultura, del consumo possono giungere ad acquisire pari dignità di quelli relativi agli orifizi corporei.
Ne abbiamo già scritto qui, in un articolo relativo a ciò che Lacan ha denominato l’oggetto plusgodere del 14 aprile 2022 traendo riferimento dal celebre concetto di plusvalore che caratterizza l’economia capitalistica secondo Karl Marx. Vediamo l’esempio dello shopping. Tradizionalmente lo shopping era un’attività tipica di ragazze e donne volte a dedicare il proprio tempo libero ai giri per negozi e agli acquisti di svariati oggetti con una particolare attenzione per i capi d’abbigliamento. La scrittrice Sophie Kinsella aveva dedicata una sua intera saga di successo all’amore per lo shopping; ne era stato tratto persino un film.
Shopping compulsivo: quando l’acquisto diventa dipendenza
Per shopping compulsivo si intende la spinta ad acquistare oggetti che non hanno un valore effettivo per quel soggetto; per esempio, nella nostra pratica clinica, abbiamo contezza di ragazze che acquistano ogni giorno degli oggetti traendo un grande piacere dal momento rilassante del vagare tranquillamente nelle vie centrali delle città, entrando nelle boutique di marchi commerciali di grido, salvo poi disinteressarsi molto rapidamente a quanto hanno acquistato.
Comprano nuovi vestiti salvo non vedersi mai bene con nessuno degli abiti indossati; sono volte ad approvvigionarsi di svariati orpelli che ripongono negli armadi avvolti da uno strato di polvere.
Regalare per comprare: un caso clinico emblematico
Nelle forme più estreme e più chiaramente problematiche, l’acquisto di un nuovo oggetto non è volto a possederlo ma a regalarlo. Una mia giovane paziente aveva la consuetudine di recarsi nelle vie dello shopping, nei giorni nei quali non veniva in seduta da me, per acquistare beni di consumo che poi regalava: biancheria intima per la sua migliore amica, un album musicale per il fidanzato, un nuovo gioco della Play Station per il fratellino.
Dipendenze senza sostanza: dal gioco d’azzardo allo shopping
Si tratta in pratica di una forma di dipendenza senza sostanza. Appare diversa da quella dovuta alla dipendenza da sostanze inebrianti come alcol e droghe ma accostabile a quella dal gioco d’azzardo, comune negli uomini, e appunto da Internet.
L’immagine femminile tra consumo e insoddisfazione
La costruzione di un’immagine femminile risulta spesso correlata con la disponibilità di oggetti di consumo da sfoggiare per mostrare eleganza, bellezza, per suscitare invidia: gli esempi più comuni sono quelli dell’ennesimo vestito e della serie infinita di paia di scarpe.
Tuttavia, spesso una donna non sa che farsene questi di oggetti di consumo salvo riporli in armadio senza indossarli mai se non addirittura cestinarli. Non a caso, provocatoriamente, Baudrillard parlava del nostro mondo non soltanto come della società dei consumi ma anche come della società della pattumiera.
Gli oggetti entrano in una dinamica socioeconomica che porta dalla frenesia dell’acquisto a un rapidissimo utilizzo fino al doversene disfare distruggendoli. La ripetizione di questo ciclo che va dalle compere alla celere distruzione degli oggetti di consumo non porta una donna a un effettivo godimento ma piuttosto a una mancanza di godimento insaziabile, insoddisfatta. Questa spinge alla ripetizione, spinge all’acquisto di nuovi beni nella vana speranza di trovare il soddisfacimento agognato e sempre incompleto.
Oggetti digitali: l’illusione di padroneggiare il mondo
Si staglia così la funzione di otturazione della strutturale mancanza umana tramite gli oggetti; otturazione che si dimostra però ogni volta effimera. I dispositivi digitali, venduti su larga scala, innalzati a una funzione spropositata, si rivelano particolarmente adatti a chiarire cosa sia una dipendenza senza sostanza. Si rivelano oggetti padroneggiabili e che offrono l’illusione di padroneggiare il mondo in una forma però purtroppo fasulla.


















