Mentre a Roma si attende pazientemente l’approvazione della legge quadro sui data center – ferma da mesi alla Camera – nel resto del mondo startup e grandi aziende stanno già esplorando soluzioni radicalmente nuove, arrivando persino a immaginare infrastrutture di calcolo in orbita.
Secondo diverse fonti, importanti player industriali come NVIDIA, Google, Blue Origin e SpaceX avrebbero già avviato studi e sperimentazioni, fiutando le opportunità di un mercato potenzialmente enorme. A questi si affiancano programmi istituzionali e iniziative pubbliche che stanno costruendo le basi tecnologiche per il data processing spaziale.
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Data center in orbita: i programmi già in campo
Tra questi, lo studio ASCEND, finanziato dall’Unione europea e guidato da Thales Alenia Space, che esplora i possibili benefici ambientali dei data center in orbita. Sul fronte operativo, l’European Space Agency ha già avviato missioni come Φ-sat, mentre la NASA ha dispiegato sulla Stazione Spaziale Internazionale lo Spaceborne Computer-2, dimostrando la fattibilità di sistemi avanzati di elaborazione dati in orbita.
Anche la Cina si muove in questa direzione con il progetto Three-Body Computing Constellation, che punta a realizzare una vera e propria rete di calcolo satellitare.
Perché lo spazio: sostenibilità e vincoli dei data center terrestri
Queste iniziative mirano a rispondere alle principali criticità dei data center terrestri: l’elevato consumo di acqua per il raffreddamento, l’enorme fabbisogno energetico e l’occupazione di suolo, spesso in competizione con altri usi strategici, inclusa la produzione di energia. Si tratta di fattori che incidono in modo crescente sui costi di realizzazione e alimentano le preoccupazioni sulla sostenibilità ambientale, soprattutto alla luce della domanda infrastrutturale esplosa con il boom dell’intelligenza artificiale.
Preoccupazioni che trovano ampio sostegno nell’opinione pubblica, sensibile agli impatti concreti della creazione di nuovi data center.
Vantaggi potenziali dei data center in orbita
In questo contesto, i data center spaziali appaiono sempre meno come una suggestione futuristica e sempre più come un settore di sviluppo industriale concreto. Lo spazio, infatti, offre vantaggi strutturali rilevanti, su tutti l’azzeramento del consumo di suolo e l’accesso costante a una fonte energetica, quella solare, pulita e stabile.
Elementi che, almeno in prospettiva, potrebbero rendere queste infrastrutture più sostenibili, resilienti e potenzialmente anche più convenienti dal punto di vista economico.
Opportunità: dall’infrastruttura terrestre all’in-space computing
I data center in orbita non serviranno però soltanto a supportare servizi terrestri. Una parte crescente della loro utilità sarà legata alla possibilità di portare capacità computazionale direttamente nello spazio, rendendo più efficienti e reattivi anche i servizi satellitari stessi.
L’elaborazione in-space consentirà infatti di processare i dati direttamente in orbita, prima di inviarli a terra, permettendo di filtrare, comprimere e rielaborare le informazioni, e quindi di trasmettere solo i dati realmente rilevanti, con un impatto positivo su carico di download, latenza e consumo di banda.
Un vantaggio cruciale per applicazioni come l’osservazione della Terra, le comunicazioni satellitari avanzate e i sistemi di sorveglianza e monitoraggio in tempo reale.
Data center in orbita e Luna: lo scenario del prossimo decennio
Potenzialità che diventano ancora più evidenti se guardiamo ai piani con cui nel prossimo decennio si intende rafforzare la presenza umana sulla Luna. In uno scenario di basi permanenti e attività scientifiche continuative, i data center cislunari e lunari sembrano destinati a diventare infrastrutture quasi indispensabili, quantomeno per l’elaborazione dei dati di ricerca e per garantire comunicazioni affidabili e a bassa latenza nelle tratte Luna-Terra e Luna-Luna.
Più in generale, se lo spazio si popolerà di satelliti e infrastrutture capaci di svolgere operazioni space-to-space, anche la generazione di dati direttamente nello spazio è destinata ad aumentare, rendendo sempre più necessarie capacità di storage ed elaborazione in-space e spostando il cloud sopra le nuvole.
Le sfide dello spazio: costi, calore, manutenzione
Quello fin qui descritto è un panorama affascinante, ma che presenta ancora diverse sfide tecnologiche e industriali, soprattutto per quanto riguarda le infrastrutture di grandi dimensioni, nell’ordine dei gigawatt di potenza.
I costi di lancio rappresentano ancora uno degli ostacoli principali: i data center spaziali richiederebbero l’invio in orbita di componentistica complessa e voluminosissima. E sebbene i costi stiano diminuendo grazie allo sviluppo di razzi riutilizzabili da parte di aziende come SpaceX e Blue Origin, i payload restano inevitabilmente molto impegnativi.
Anche il raffreddamento nello spazio pone sfide ingegneristiche rilevanti. L’assenza di atmosfera risolve alcune delle criticità terrestri, ma lascia il campo a nuove sfide legate alla dissipazione del calore, su cui sono allo studio diverse soluzioni tecnologiche ancora in fase sperimentale.
A questi problemi si aggiungono quelli dell’assemblaggio e della manutenzione in orbita: la realizzazione di strutture gigawatt-scale da assemblare e far funzionare nello spazio appare oggi complessa, trattandosi di impianti delicati e multicomponente.
Esistono poi ulteriori sfide tecniche: dalla necessità di garantire un’adeguata resistenza alle radiazioni, alla riduzione della latenza – almeno per i casi in cui i dati siano destinati alla Terra e non utilizzati esclusivamente nello spazio.
GDPR e AI Act: il capitolo governance dei dati in orbita
Infine, si apre un capitolo cruciale, soprattutto per realtà come l’Unione europea: quello della data governance. Dovremo rispondere a domande tutt’altro che marginali. I dati elaborati o immagazzinati nello spazio potranno essere considerati compliant al GDPR come se fossero conservati in territorio europeo? Come si applicherà l’AI Act se la computazione avverrà in orbita?
La governance spaziale è già oggi estremamente complessa, e l’emergere dei data center spaziali aggiungerà un ulteriore livello di complessità normativa e regolatoria, che l’Europa dovrà affrontare con visione strategica e tempestività.
L’Italia può giocare una partita sui data center in orbita
Tuttavia, nonostante le difficoltà di natura tecnica, normativa ed economica – e nonostante oggi non sia ancora certo che i data center spaziali siano pienamente economically viable – molti esperti concordano sul fatto che diventeranno una realtà. Gli investimenti avviati dai grandi player suggeriscono che le principali barriere tecnologiche verranno progressivamente superate, come già accaduto in altri settori ad alta intensità di innovazione.
In questo contesto, l’Italia – che può vantare un ecosistema di imprese e un patrimonio di know-how di primo livello nel settore spaziale, in particolare nella filiera satellitare – non può non cogliere l’opportunità di essere parte attiva di questa trasformazione del mondo digitale.
Allo stesso tempo, anche l’Unione europea deve farsi trovare pronta, integrando lo sviluppo dei futuri data center spaziali all’interno di programmi strategici come IRIS², preparandosi sul piano regolatorio e sciogliendo per tempo nodi cruciali, come l’interpretazione del concetto di territorio europeo nello spazio ai fini dello storage e del trattamento dei dati.
L’obiettivo dovrebbe essere la costruzione di un vero sovereign cloud–edge continuum, capace di estendersi oltre l’atmosfera terrestre.
Dall’ordine del giorno al coordinamento europeo sugli standard
Proprio perché il compito del legislatore non è solo quello di intervenire sulle situazioni esistenti, ma anche di anticipare le evoluzioni future per evitare di farsi trovare impreparati, ho presentato un ordine del giorno alla proposta di legge sui data center attualmente in esame alla Camera.
L’obiettivo è impegnare il Governo a monitorare costantemente le evoluzioni tecnologiche nel settore, con particolare riferimento allo sviluppo e all’impiego di data center in orbita terrestre bassa (LEO) e sulla superficie lunare; a mantenere un framework normativo flessibile e aperto all’innovazione; e a promuovere, anche in sede europea e internazionale, il coordinamento normativo per l’adozione di standard condivisi che consentano lo sviluppo di data center orbitali e lunari in sicurezza, nel rispetto delle normative in materia di spazio, ambiente e protezione dei dati.
La proposta ESPI e i prossimi passi per l’Europa
La digitalizzazione dello spazio è una sfida che l’Italia non può affrontare da sola, ma nella quale può ambire a svolgere un ruolo di guida nelle politiche spaziali europee. In questa direzione va anche il recente report dell’European Space Policy Institute, che propone, tra le altre cose, di dotare l’Unione di un’infrastruttura spaziale sovrana capace di garantire compliance al GDPR e resilienza strategica; di definire una roadmap entro il 2026 con obiettivi chiari per testbed e dimostratori; di creare un consorzio europeo che integri industria spaziale, telecomunicazioni e cloud provider; di investire in tecnologie critiche come la robotica orbitale, i sistemi di raffreddamento avanzati e la propulsione elettrica; e di sviluppare un framework normativo specifico per la gestione dei dati in orbita.
Il report suggerisce inoltre di rafforzare le sinergie con i programmi dell’European Space Agency, come ARTES e GSTP, e con iniziative europee strategiche come GAIA-X e IRIS².
L’Italia dispone delle competenze industriali, scientifiche e politiche per contribuire in modo decisivo a questa nuova frontiera. La sfida ora è trasformare questa capacità in una visione strategica condivisa, guidando l’Europa verso un universo digitale che non si fermi più ai confini dell’atmosfera terrestre.















