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Perché l’Europa non può più dipendere dalle terre rare cinesi



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Pechino controlla estrazione, raffinazione e magneti, trasformando la filiera delle terre rare in una leva geopolitica. Le restrizioni all’export possono fermare industria, transizione energetica e difesa. Servono scorte, acquisti congiunti, riciclo e forniture alternative

Pubblicato il 10 feb 2026

Tommaso Diddi

analista Hermes Bay

Luisa Franchina

Presidente Associazione Italiana esperti in Infrastrutture Critiche



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La questione delle terre rare è diventata centrale nel dibattito sulla sicurezza strategica europea, configurandosi come una delle dipendenze più critiche da risolvere nell’attuale scenario geopolitico frammentato.

La dipendenza europea dalle terre rare: una vulnerabilità sistemica

L’Europa si trova oggi ad affrontare una delle dipendenze strategiche più complesse da risolvere nel panorama geopolitico contemporaneo: quella dalle terre rare cinesi. Questi elementi chimici, nonostante il nome fuorviante che ne suggerisce la scarsità, sono diventati cruciali per lo sviluppo di tecnologie strategiche che spaziano dalle turbine eoliche ai veicoli elettrici, fino ai sistemi d’arma avanzati.

La questione assume contorni particolarmente critici nell’ambito della cybersecurity e della sicurezza nazionale, poiché la dipendenza da un unico fornitore per materiali essenziali alla produzione di componenti elettronici e sistemi di difesa rappresenta una vulnerabilità sistemica difficilmente trascurabile.

Il dominio cinese sulla filiera globale

La posizione dominante di Pechino poggia su numeri inequivocabili: il paese asiatico controlla il settanta per cento dell’estrazione mondiale di terre rare, oltre il novanta per cento della raffinazione e nove decimi della produzione di magneti permanenti derivati da questi materiali.

Tale supremazia non è frutto del caso, ma di una strategia industriale di lungo periodo che ha portato al consolidamento del settore in poche aziende nazionali e all’implementazione di un sistema di tracciamento capace di monitorare ogni tonnellata di terre rare estratta e lavorata. Si tratta di un controllo verticale della filiera che garantisce a Pechino una leva geopolitica senza precedenti.

L’esposizione critica del Vecchio Continente

L’Europa risulta particolarmente esposta in questo scenario. A differenza degli Stati Uniti, che dispongono di maggiori giacimenti sfruttabili, il Vecchio Continente importa quantitativi di materiali critici superiori a qualsiasi altro attore internazionale, fatta eccezione per il Giappone. La Germania, cuore industriale europeo, è il maggiore importatore mondiale di magneti permanenti, componenti indispensabili per motori elettrici e generatori.

Funzionari europei hanno definito questa esposizione come un rischio non distante nel tempo e soprattutto non tollerabile per la sicurezza economica e strategica dell’Unione.

La crisi del 2024: restrizioni cinesi e ricatti commerciali

La dinamica si è inasprita nell’estate del 2024, quando Washington ha cercato di coinvolgere partner europei, in particolare l’azienda olandese ASML, leader mondiale nella produzione di macchinari per la litografia avanzata, nell’inasprimento dei controlli alle esportazioni verso la Cina di tecnologie ad alto contenuto strategico. La risposta di Pechino non si è fatta attendere: restrizioni immediate sulle spedizioni di terre rare verso l’Europa.

Le imprese europee si sono trovate costrette a divulgare segreti commerciali per ottenere le licenze di importazione necessarie alla continuità produttiva. Secondo analisti dell’Istituto dell’Unione Europea per gli Studi sulla Sicurezza, nel 2025 la Cina ha appreso di poter perturbare le industrie europee a costi contenuti, un precedente inquietante che potrebbe ripetersi.

Una tregua temporanea di dodici mesi è stata siglata in ottobre, ma la fragilità dell’accordo è emersa già a gennaio 2026, quando Pechino ha nuovamente inasprito le esportazioni verso il Giappone in seguito a dichiarazioni del suo leader su Taiwan.

Stati Uniti in vantaggio nella corsa alle alternative

La corsa globale per assicurarsi forniture alternative di terre rare vede gli Stati Uniti in posizione di vantaggio. Washington sta distribuendo ingenti risorse finanziarie sia sui progetti di estrazione e raffinazione sia sui paesi ospitanti, con un approccio che agli europei appare caotico ma che è coordinato centralmente.

Delle dieci iniziative governative lanciate tra il 2025 e il 2026, quattro sono sponsorizzate dagli americani e solo una dall’Europa: l’impianto di raffinazione e riciclo Carester nel sud-ovest della Francia. Gli Stati Uniti hanno inoltre concluso una serie di accordi di investimento con Australia, Malaysia e Arabia Saudita, mentre i progetti europei, concentrati prevalentemente in Africa, vengono considerati da esperti del settore come opzioni che fino a pochi anni fa non sarebbero state considerate di primo livello.

Il Giappone e la lezione del 2010

Anche il Giappone ha accumulato un vantaggio temporale significativo. Tokyo ha avviato la propria strategia di diversificazione già nel 2010, dopo che la Cina aveva limitato le sue esportazioni di terre rare. Il paese nipponico dispone oggi di un’agenzia unificata per l’approvvigionamento di minerali, di un dialogo consolidato con il settore privato e di un’industria domestica di magneti pronta a processare il materiale importato.

ResourceEU: la risposta europea alla sfida

Il tre dicembre l’Unione Europea ha presentato la strategia ResourceEU per coordinare gli sforzi degli stati membri e promuovere acquisti congiunti e costituzione di scorte strategiche.

È prevista per quest’anno l’istituzione del Centro Europeo per le Materie Prime Critiche, sul modello dell’equivalente giapponese, che dovrebbe fungere da quartier generale operativo.

Le risorse finanziarie rimangono tuttavia limitate: l’Unione sta raccogliendo tre miliardi di euro da investire nelle catene di approvvigionamento e nel riciclo delle trentaquattro tipologie di minerali classificati come critici, di cui solo due categorie comprendono terre rare. Il primo progetto a ricevere finanziamenti è localizzato in Groenlandia, mentre il fondo tedesco per gli investimenti nelle risorse sosterrà appena tre iniziative.

Il club degli acquirenti e le resistenze europee

L’amministrazione americana sta spingendo per la creazione di un club di acquirenti all’interno del G7, con l’obiettivo di stabilire prezzi minimi che impediscano ai concorrenti cinesi di far fallire nuovi progetti attraverso politiche di dumping. L’Europa riconosce la necessità di un sostegno dal lato della domanda, ma appare riluttante ad aderire a schemi proposti da Washington.

L’approccio europeo punta invece a valorizzare i propri punti di forza: un mercato ampio e competitivo con regole stabili. Analisi di mercato suggeriscono che la domanda europea di ossidi chiave di terre rare potrebbe risultare doppia o tripla rispetto a quella americana entro il 2030, a seconda dell’elemento considerato, e un quinto dei magneti mondiali sarà destinato all’Europa. Obiettivi industriali per l’approvvigionamento al di fuori della Cina, combinati con acquisiti congiunti e scorte a livello comunitario, dovrebbero creare domanda garantita a prezzi competitivi per la prossima generazione di progetti estrattivi.

L’approccio europeo agli investimenti nei paesi produttori

Un ulteriore vantaggio europeo risiede nell’approccio agli investimenti nei paesi produttori. Mentre Stati Uniti e Cina tendono a subordinare gli investimenti a concessioni politiche, l’Europa si concentra sull’obiettivo materiale dell’approvvigionamento.

I progetti europei tipicamente assegnano più contratti ad aziende locali rispetto a quelli cinesi e integrano programmi di aiuto a beneficio delle popolazioni. La maggior parte dei governi europei è favorevole allo sviluppo di industrie estrattive altrove, purché l’output sia garantito all’Europa. I recenti accordi di libero scambio che riducono i dazi sui materiali lavorati si inseriscono in questa logica.

Una partita di lungo periodo tra urgenza e risorse limitate

L’Europa sta conducendo una partita di lungo periodo, ma necessita di accelerare i tempi e impegnare maggiori risorse finanziarie. La posta in gioco non riguarda solo la competitività industriale, ma la sicurezza strategica complessiva in un contesto geopolitico sempre frammentato, dove il controllo delle catene di approvvigionamento di materiali critici costituisce uno strumento di pressione politica.

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