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Workveillance: quando il lavoro è sempre sotto controllo digitale



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Il monitoraggio digitale del lavoro ha reso ordinaria la sorveglianza continua. La workveillance ridefinisce il rapporto tra controllo e autonomia, incidendo sul benessere dei lavoratori e sulla costruzione dell’identità professionale attraverso metriche automatizzate

Pubblicato il 11 feb 2026

Chiara Cilardo

Psicologa psicoterapeuta, esperta in psicologia digitale



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La workveillance, la sorveglianza digitale non più occasionale, ma integrata nella quotidianità professionale, sta ridefinendo il rapporto tra lavoratori, organizzazioni e tecnologia.

Workveillance: quando il controllo diventa digitale e continuo

Oggi, di fatto, il lavoro non è soltanto svolto: è osservato, registrato e tradotto in dati. La diffusione di strumenti digitali in grado di monitorare produttività, comunicazioni interne, tempi di attività e performance ha reso il controllo una dimensione ordinaria dell’esperienza lavorativa.

Questo insieme di pratiche viene ricondotto al termine workveillance, una crasi tra work e surveillance che indica un mutamento qualitativo nel rapporto tra tecnologie organizzative e costruzione della soggettività lavorativa.

La sorveglianza sul lavoro non è certo una novità; ciò che cambia non è la presenza del controllo in sé, quanto le modalità attraverso cui esso viene esercitato: dalle forme localizzate e visibili si passa a sistemi di monitoraggio più estesi e continui, in cui il luogo di lavoro non coincide più con uno spazio fisico delimitato né con un tempo chiaramente definito: il controllo si estende oltre l’orario di lavoro, oltre l’ufficio, talvolta oltre la distinzione tra sfera professionale e privata (Mettler, 2024).

La diffusione dello smart working durante e dopo la pandemia ha accelerato questa trasformazione, rendendo socialmente accettabili pratiche di monitoraggio che in precedenza avrebbero suscitato maggiore resistenza. La promessa implicita di questi strumenti è quella di garantire efficienza, trasparenza e accountability; il loro effetto collaterale, però, riguarda la ristrutturazione profonda del rapporto tra autonomia e controllo, fiducia e sospetto, responsabilità e sorveglianza.

Dalla sorveglianza visibile al controllo informazionale

Per cogliere la portata del workveillance è utile collocarlo in una storia più ampia delle forme di controllo organizzativo. Nelle prime configurazioni industriali, la sorveglianza sul lavoro era circoscritta: il controllo diretto da parte dei supervisori, l’organizzazione degli spazi produttivi e la netta separazione tra chi esegue e chi vigila.

Con la progressiva informatizzazione degli uffici, il controllo si è spostato dalla presenza fisica alla registrazione dei flussi informativi, dando origine ai sistemi di monitoraggio, già oggetto di dibattito etico a partire dagli anni Ottanta (Mettler, 2024). Ma oggi il monitoraggio del lavoro assume una funzione diversa rispetto al passato. I dati prodotti dall’attività lavorativa vengono integrati in sistemi capaci di elaborarli in modo continuo, generando valutazioni, previsioni e indicazioni operative. Il controllo tende così a esercitarsi meno attraverso l’osservazione diretta e più attraverso dispositivi che orientano e regolano i comportamenti.

La semplice possibilità di essere osservati da superiori, colleghi o dall’organizzazione nel suo complesso è sufficiente a produrre forme di autocontrollo e di regolazione anticipata del comportamento, anche quando la sorveglianza non è costante né direttamente esercitata.

Allo stesso tempo, il workveillance digitale non si configura sempre come un controllo imposto dall’esterno: la produzione dei dati che rendono il lavoro osservabile avviene spesso attraverso pratiche ordinarie come l’uso di strumenti collaborativi e piattaforme digitali, alle quali i lavoratori partecipano attivamente (Rahat & Nadeem, 2025).

Autonomia, motivazione e benessere: gli effetti psicologici della workveillance

Il workveillance incide sul vissuto soggettivo dei lavoratori, in particolare sul senso di autonomia, sulla motivazione e sul benessere psicologico. La percezione di essere costantemente monitorati tende a ridurre il margine di autodeterminazione e a ridefinire le relazioni di fiducia all’interno delle organizzazioni, soprattutto quando il controllo si estende oltre quanto strettamente necessario alla valutazione della performance (Mettler, 2024).

Il controllo algoritmico contribuisce a ridefinire il valore del lavoro attraverso metriche osservabili e comparabili, riducendo la complessità dell’esperienza lavorativa a indicatori quantitativi.

Quando il riconoscimento professionale viene mediato da parametri automatizzati, il margine di agency individuale tende a ridursi, con ricadute sul coinvolgimento e sul senso attribuito al proprio operato (Rahat & Nadeem, 2025).

La gestione continua dell’immagine professionale in funzione di possibili valutazioni lavorative comporta un carico emotivo aggiuntivo che si intreccia con condizioni più ampie di sovrastimolazione informativa e cognitiva.

L’esposizione continua a flussi informativi ridondanti e frammentati, caratteristica dell’ecosistema digitale, può generare stati di sovrastimolazione e di perdita di senso che si riflettono anche nella sfera lavorativa (Bhowmik, 2025). Così, la workveillance non opera come un fattore isolato, ma tende ad amplificare dinamiche già presenti, incidendo sulla qualità dell’esperienza soggettiva del lavoro.

Identità professionale e soggettività nell’era del controllo digitale

Oltre agli effetti sul benessere individuale, il workveillance apre questioni più ampie legate alla costruzione dell’identità professionale e alle relazioni di potere all’interno delle organizzazioni. In particolare, l’impiego di modelli psicologici e comportamentali nei sistemi di monitoraggio tende a ricondurre la soggettività a configurazioni osservabili e prevedibili, privilegiate perché più facilmente misurabili e gestibili (Krystallis & Sarla, 2024).

Il lavoratore tende così a essere rappresentato attraverso schemi comportamentali osservabili piuttosto che nella sua dimensione intenzionale e relazionale. Applicata al contesto organizzativo, questa impostazione incentiva una progressiva esternalizzazione dei criteri di valutazione e di autoregolazione.

L’identità professionale non si costruisce più soltanto attraverso il riconoscimento intersoggettivo e l’esperienza condivisa, ma viene sempre più mediata da sistemi tecnologici che contribuiscono a definire ciò che è considerato rilevante, produttivo o desiderabile. Il rischio è quello di una standardizzazione delle traiettorie professionali e di una perdita di pluralità nei modi di essere e di lavorare.

Questa massiva digitalizzazione modifica le modalità attraverso cui il lavoro viene osservato, valutato e regolato. L’automazione del controllo sposta progressivamente l’equilibrio dalle relazioni e dagli accordi impliciti verso criteri tecnici che incorporano specifiche scelte di valore. Il workveillance non elimina la dimensione del controllo nel lavoro, ma ne modifica la profondità e la pervasività, rendendo necessario un uso più consapevole delle sue applicazioni.


Bibliografia

Bhowmik, T. (2025). Endless scrolling through social media and work boredom: a dynamic spillover of information overload. Organization Management Journal, 22(1), 38-47.

Krystallis, C., & Sarla, N. (2024). From the technology of behaviour to surveillance capitalism: Psychology as a means of control in the digital era. Annual Review of Critical Psychology, 18, 243-269.

Mettler, T. (2024). The connected workplace: Characteristics and social consequences of work surveillance in the age of datification, sensorization, and artificial intelligence. Journal of Information Technology, 39(3), 547-567.

Rahat, H., & Nadeem, S. (2025). Social media as a workplace panopticon: The development and validation of social media monitoring by workplace contacts scale. PloS one, 20(3), e0319429.

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