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Vulnerabilità in vetrina: cosa spinge la GenZ a esporsi online



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Nei social della Generazione Z raccontarsi è un modo per capirsi e sentirsi visti. L’oversharing non è solo poca attenzione alla privacy: è spinto da piattaforme e engagement. Può creare vicinanza e appartenenza, ma anche dipendenza dalla validazione, ansia e confini emotivi fragili

Pubblicato il 12 feb 2026

Chiara Cilardo

Psicologa psicoterapeuta, esperta in psicologia digitale



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Nella Generazione Z, i social media non sono utilizzati solo per costruire un’immagine di sé, ma anche per condividere emozioni, conflitti e frammenti di vita quotidiana quasi in tempo reale.

Oversharing nella Generazione Z: che cos’è e perché emerge

I social media funzionano così come spazi identitari, relazionali ed emotivi, in cui il confine tra pubblico e privato risulta sempre più poroso (Kulal, 2025). In questo assetto, l’oversharing indica la condivisione eccessiva o poco contestualizzata di informazioni personali, emotive o intime in ambienti digitali pubblici o semi-pubblici. L’oversharing non si esaurisce in una semplice “disattenzione” rispetto alla privacy, ma riflette un cambiamento più profondo nelle modalità con cui l’esperienza viene narrata, elaborata e resa socialmente significativa.

La facilità tecnica di pubblicazione, insieme alle logiche di engagement delle piattaforme, agisce sulla soglia dell’autodisvelamento, rendendo ordinarie forme di esposizione che nei contesti comunicativi tradizionali sarebbero state impensabili (Susilo et al., 2025).

Dall’esperienza vissuta all’esperienza condivisa: una memoria in pubblico

Il racconto di sé online diventa una pratica di esternalizzazione dell’esperienza, in cui emozioni, conflitti e vissuti vengono depositati nello spazio digitale. I social media operano così come archivi dinamici di memoria autobiografica, costantemente aggiornati e sottoposti allo sguardo dell’audience.

Nella Gen Z, cresciuta in un ecosistema comunicativo digitale, la distinzione tra esperienza vissuta ed esperienza condivisa appare strutturalmente indebolita (Kulal, 2025).

Oversharing nella Generazione Z come regolazione emotiva

Più che un comportamento disfunzionale, l’oversharing può essere letto come una strategia di regolazione emotiva, in cui la risposta dell’ambiente sociale digitale svolge una funzione di contenimento.

Per molti della Generazione Z, i social, in particolare Instagram e TikTok, funzionano come uno spazio di espressione emotiva e relazionale, in cui vengono condivisi difficoltà e momenti di vulnerabilità, ma anche stati d’animo, relazioni e aspetti della quotidianità (Ginting, 2025).

In questo scambio, la risposta dell’audience — like, commenti, messaggi privati — diventa parte integrante dell’elaborazione del vissuto: l’emozione non viene solo espressa, ma si costruisce nella relazione.

Feedback sociale e “pensiero distribuito”

Dal punto di vista cognitivo, l’oversharing può essere letto come una forma di pensiero distribuito, in cui parte del lavoro di comprensione dell’esperienza viene affidato all’esterno. Rendere pubblica una vicenda significa darle una forma narrativa e sottoporla a un feedback sociale che contribuisce a orientarne il senso.

Questo meccanismo assume un peso particolare nelle fasi di vita segnate da incertezza identitaria e da una forte sensibilità al giudizio altrui, come l’adolescenza e la prima età adulta.

L’oversharing introduce una regolazione emotiva esternalizzata che non è priva di ambivalenze. Accanto a forme di connessione e appartenenza, possono emergere dipendenza dalla validazione esterna, ansia sociale e difficoltà nel mantenere confini emotivi stabili (Vidani & Jaiswal, 2024). In questi casi, il senso dell’esperienza tende a essere definito più dalle reazioni dell’audience che dal processo interno di elaborazione.

Cultura digitale, literacy e normalizzazione dell’oversharing

Nella cultura digitale della Generazione Z, l’oversharing tende a essere normalizzato come pratica comunicativa. La condivisione di contenuti personali è letta come segnale di vicinanza emotiva e accessibilità relazionale.

Mostrarsi vulnerabili, raccontare difficoltà o esplicitare stati emotivi complessi diventa così un modo per risultare comprensibili e riconoscibili all’interno delle norme implicite delle piattaforme (Ginting, 2025).

Questa normalizzazione è rafforzata dalle architetture delle piattaforme stesse, che premiano i contenuti emotivamente carichi in termini di visibilità e interazione. Le funzionalità di like, commenti e condivisione orientano la comunicazione verso l’engagement, riducendo lo spazio per una riflessione preventiva sulle conseguenze della disclosure (Susilo et al., 2025). Il confine tra condivisione consapevole e oversharing tende così a sfumare.

Privacy frammentata e illusione del controllo

Il livello di information literacy incide direttamente sulle pratiche di condivisione: le competenze tecniche, da sole, non garantiscono la capacità di valutare il peso informativo, simbolico e temporale dei contenuti condivisi (Ginting, 2025).

Ne deriva una gestione frammentata della privacy: la sensazione di poter controllare chi vede cosa, attraverso impostazioni e scelte mirate, non corrisponde alla reale esposizione dei contenuti condivisi.

La cultura dell’oversharing nasce proprio da questa tensione: il bisogno di esprimere emozioni e vissuti convive con confini fragili, messi ulteriormente alla prova da una memoria digitale persistente e facilmente ricontestualizzabile. Contenuti condivisi per rispondere a un’emozione contingente possono così riemergere nel tempo in contesti diversi, generando conseguenze inattese sul piano relazionale, identitario o professionale.

Oversharing: implicazioni psicologiche ed educative

L’oversharing nella Generazione Z non può essere letto soltanto come un comportamento problematico o come il segnale di una scarsa prudenza individuale. Rimanda piuttosto a trasformazioni più ampie nel modo in cui si costruisce il sé, si regolano le emozioni e si negozia il rapporto tra esperienza personale e sguardo pubblico.

Guardare all’oversharing come a una pratica adattiva consente di superare letture riduttive, senza ignorare i rischi che emergono quando la regolazione emotiva si affida in modo prevalente allo sguardo digitale.

Sul piano psicologico, la questione riguarda la possibilità di sostenere forme di regolazione emotiva che non dipendano dalla risposta dell’audience digitale. Sul piano educativo, questo implica ripensare la digital literacy come uno spazio che non si esaurisce nelle competenze tecniche, ma che includa una riflessione sui confini, sull’etica della condivisione e sulla consapevolezza emotiva (Ginting, 2025; Susilo et al., 2025).

Diventa allora necessario distinguere tra spazio di espressione e spazio di elaborazione. Non ogni esperienza richiede una condivisione immediata: alcune hanno bisogno di tempi e contesti protetti per poter essere comprese. Restituire valore al non-condiviso, al pensiero interno e alla possibilità di trattenere fa parte di una cultura digitale più riflessiva.

Nella Generazione Z, l’oversharing può essere letto come una pratica di esternalizzazione della memoria emotiva, in cui i social media partecipano ai processi di elaborazione dell’esperienza. Considerare questa dinamica consente di andare oltre letture semplificanti e di affrontare il fenomeno tenendo insieme dimensioni psicologiche, logiche tecnologiche e implicazioni educative.


Bibliografia

Ginting, L. S. D. B. (2025). Information literacy and Gen Z oversharing on Instagram. Indonesian Research Journal in Education| IRJE|, 9(02), 694-707.
Kulal, M. A. (2025). How Social Media Shapes Gen Z Communication: Insights for Basic Educational Development. TsuRAYA: Jurnal Pendidikan Guru Madrasah Ibtidaiyah dan Pendidikan Dasar, 1(1), 34-48.
Susilo, M. E., Prayudi, P., & Florestiyanto, M. Y. (2025). Oversharing Behavior in Gen Z on Social Media. In SHS Web of Conferences (Vol. 212, p. 04022). EDP Sciences.
Vidani, J., & Jaiswal, P. (2024). A Comparative Study on Social Media’s Positive and Negative Effects on Gen Z. Available at SSRN 4848123.

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