scenari educativi

Scuola italiana, è l’anno del dialogo e della collaborazione



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Nel 2026 la scuola italiana è chiamata a ritrovare dialogo e collaborazione, rileggendo l’eredità del PNSD e misurando l’impatto di PNRR e formazione DM 66/2023. Entrano ufficialmente le intelligenze artificiali, arrivano Nuove Indicazioni e cambia la maturità. Al centro: literacy, responsabilità e capacità critica

Pubblicato il 17 feb 2026

Daniela Di Donato

Docente di italiano (Liceo scientifico), PhD in Psicologia sociale, dello sviluppo e della Ricerca educativa presso Sapienza Università di Roma, esperta di metodologie didattiche, inclusione e uso delle tecnologie digitali a scuola.



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Il 2026 della scuola italiana si gioca su una parola chiave: dialogo. Dal “clima” evocato dal World Economic Forum alle scelte di politica educativa, il punto non è solo cosa imparare, ma come costruire un ecosistema capace di collaborazione, apertura al territorio e consapevolezza critica nell’era dell’intelligenza artificiale.

Il World Economic Forum e lo spirito di dialogo per l’educazione

Dal 19 al 23 gennaio 2026 si è tenuta l’Assemblea Annuale del World Economic Forum e il tema di quest’anno è stato: “Uno spirito di dialogo”. Sappiamo quanto sia importante l’orientamento che questo ente offre alla società civile attraverso i dati che raccoglie e quale ruolo strategico svolga spesso nelle decisioni politiche.

Il WEF è una organizzazione internazionale indipendente fondata nel 1971 e da sempre impegnata a migliorare la condizione del mondo, sulla scorta del convincimento che il progresso economico non è sostenibile senza lo sviluppo sociale, mentre lo sviluppo sociale senza il progresso economico non è verosimile. In un momento di crescente complessità e divisione, l’Assemblea Annuale del 2026 ha riunito leader del mondo imprenditoriale, governativo, accademico e della società civile per promuovere uno scambio aperto, approfondire la comprensione ed esplorare percorsi di cooperazione.

A Davos sono stati affrontati temi come la cooperazione in un mondo conteso, la scoperta di nuove fonti di crescita, l’investimento nelle persone, l’implementazione responsabile dell’innovazione e la costruzione della prosperità entro i limiti planetari. Perché questo evento dovrebbe riguardare anche il 2026 della scuola italiana? Perché sembrano allontanarsi di nuovo degli scenari educativi, indispensabili per ipotizzare sistemi e strategie atti a integrare le complessità, che ci stanno raggiungendo in ogni ambito, anche a scuola.

Il Piano Nazionale Scuola Digitale: un’eredità ancora attuale

Le analisi dei contesti sociali e la visione delle competenze utili per il XXI secolo del Wef sono state tra i documenti di riferimento anche del prodotto istituzionale più originale degli ultimi dieci anni: il Piano Nazionale Scuola Digitale.

Se dovessimo riprendere oggi la strada indicata dal Pnsd, considerando il Piano Scuola 4.0 come una sua protuberanza, ci renderemmo conto di quanto sia ancora attuale, ma anche disatteso: nel 2015 aveva anticipato il bisogno che avrebbe avuto la scuola di costruire un vero ecosistema educativo, ha definito le azioni da realizzare e una innovazione sostenibile, nel tentativo di guidare molte scelte di politica educativa, ma non tutte lo sono state.

La scuola osmotica: dialogo con l’esterno e apprendimento consapevole

Uno degli sforzi maggiori per la scuola sarà quello di trasformarsi in una esperienza osmotica e iperdialogica: da una parte contribuire ad aprire prospettive diverse da quelle già note e soprattutto mutevoli, dialogare con l’esterno (territorio, famiglie, istituzioni, altri contesti oltre l’aula), ascoltare la società e i suoi movimenti con maggiore attenzione, dall’altra potenziare la dimensione di interiorizzazione e di condivisione di ogni esperienza educativa. Insomma, più che preoccuparsi di che cosa si impara concentrarsi su come lo si impara, con l’obiettivo esplicito di far crescere consapevolezza, capacità critica e literacy, in ogni campo.

Il bilancio della formazione: tra entusiasmo e disorientamento

Abbiamo da qualche mese concluso il grande piano di formazione del DM 66/2023 e c’è un clima di frugale smarrimento: pochi rumori innovativi, didattica tiepida in aula, mancanza di coraggio, qualche stanchezza. In alcuni casi la promessa di un digitale consapevole, di una condivisione di pratiche, di una progettazione che andasse oltre la quotidianità sembra già il passato, in altri si manifesta il tentativo di immaginare un cambiamento sostenibile, che non sempre trova corrispondenza in tutte le aule di ogni territorio.

Le quattro sfide del 2026 per la scuola italiana

Che cosa ci aspetta intanto in questo 2026?

Verifica dell’impatto del PNRR sulla didattica

Una verifica di quello che il PNRR ha portato nei nostri ambienti educativi: che cosa ha funzionato di più dell’impianto formativo di questi due anni e che cosa è davvero arrivato in aula? “E qualcosa rimane, tra le pagine chiare e le pagine scure” cantava De Gregori: che cosa è rimasto di questo tsunami di corsi, sopra e sotto il banco?

L’ingresso ufficiale dell’intelligenza artificiale

L’ingresso ufficiale delle intelligenze artificiali a scuola. L’AI non è più una tecnologia di frontiera, lontana dal quotidiano, ma una forza inarrestabile che modella il nostro modo di scrivere, pensare, calcolare, immaginare, creare. Ridefinisce il mondo e come lo percepiamo. Le Linee guida sull’integrazione dell’AI a scuola sono sul tavolo ormai da quattro mesi: che cosa hanno elaborato gli istituti come piano d’azione? Come hanno interpretato il loro ruolo di deployer? Quanta AI è davvero finita esplicitamente nelle progettazioni delle discipline, soprattutto quelle umanistiche (latino, italiano, inglese…) e come? Alcune scuole hanno fatto ripartire grandi progetti collettivi: il Book in Progress del Brindisi di Majorana si è evoluto in “Book AI in progress. Personalized learning fo student“, l’IC3 di Modena potrebbe già fare un bilancio dei primi cinque anni di sperimentazione di un intero curriculum dedicato all’AI nel I ciclo, la rete di 55 scuole del Friuli Venezia Giulia coordinate dal Liceo Stellini di Udine sta consolidando le buone pratiche concordate già nel 2023. Come rendere visibili e far dialogare queste esperienze perché siano esempio e stimolo per tutte le altre scuole italiane?

Le nuove Indicazioni Nazionali per il primo ciclo

L’entrata in vigore delle Nuove Indicazioni Nazionali per il I ciclo, prevista per l’anno scolastico 2026/2027 ha passato tutti i tornelli previsti. Ora le scuole dovrebbero prepararsi a implementarle nelle progettazioni dei percorsi di apprendimento. Restano un po’ in sospeso alcune chiavi interpretative critiche, come una storia occidentalizzata, l’esclusione di percorsi interculturali d’avanguardia e qualche perplessità su una visione un po’ deterministica dell’apprendimento. In generale, sembra che la fiducia nei giovani e nei loro insegnanti vacilli, viste le puntualizzazioni estreme su aspetti prima lasciati alla scelta dei docenti. L’autonomia professionale e progettuale delle scuole potrebbe davvero soffrire nell’applicarle, senza una revisione critica e dei filtri ponderati.

Il ritorno della seconda prova all’esame di maturità

Il 2026 sarà anche l’anno del ritorno all’esame di maturità. Questa trasformazione dell’Esame di Stato ha comportato subito un irrigidimento posturale per chi partecipa all’esame: bocciatura automatica per chi decide di non partecipare attivamente all’orale, bonus merito più difficile da ottenere, che rende il “100” un traguardo per pochi. C’è il rischio di un ritorno a una didattica più nozionistica a scapito della creatività: si vira verso collegamenti ad una tesi, che colleghi le materie d’indirizzo con le competenze di cittadinanza e anche le competenze sviluppate grazie ai PCTO sono certificate dal docente tutor, con un loro peso sul voto d’esame.

Competizione globale e responsabilità nell’era digitale

Secondo il Global Risks Report 2026, basato su un sondaggio annuale condotto su oltre 1.300 leader globali e su consultazioni con esperti di rischi, stiamo passando ad una “era di competizione”. Gli sviluppi tecnologici e le nuove innovazioni stanno generando opportunità, con enormi potenziali benefici dalla salute all’istruzione, dall’agricoltura alle infrastrutture, ma comportano anche nuovi rischi in diversi settori, dai mercati del lavoro all’integrità delle informazioni ai sistemi d’arma autonomi. La disinformazione e la cyber-insicurezza si sono classificate rispettivamente al secondo e al sesto posto nelle prospettive biennali. Il 2026 potrebbe essere l’occasione per fare maggiore “esercizio di attenzione e di responsabilità“, come ha scritto recentemente Luciano Floridi, cioè imparare a distinguere ciò che è semplicemente disponibile da ciò che è rilevante, riconoscere il valore delle fonti, accettare che non tutto debba essere compreso immediatamente e che la qualità dell’informazione condizione direttamente la qualità delle decisioni che prendiamo.

L’incertezza come valore e il ruolo dell’educazione

Anche l’incertezza, dovrebbe tornare ad essere un valore, non una barriera. Tratto che ci connota come esseri umani, come ci ricorda sempre Paolo Benanti, sarebbe uno dei fattori da implementare nelle AI per esplicitare l’imperfettibilità delle scelte della macchine e renderle visibili (e soprattutto prevedibili) all’uomo. È in quello spazio condiviso tra macchina e umanità che si può aprire una riflessione, una pausa, un pensiero divergente.

Se sono le nostre esperienze a determinare la struttura del nostro cervello e renderlo unico, non sarebbe il caso di lavorare su questo, anche a scuola? Basterebbe ricordarci che metà della popolazione del nostro pianeta ha meno di trent’anni, per capire quanto l’educazione e tutti i sistemi di istruzione siano luoghi decisivi per il futuro.

Quali dovrebbero essere allora le competenze su cui puntare quest’anno? Forse una delle capacità cruciali sarà proprio non smettere di pensare e progettare ambienti in cui sia possibile sbagliare, revisionare, discutere e naturalmente dialogare.

Ritrovare l’umanità: arte, tempo e comunità

Occorrerebbe tornare ad esplorare e abitare territori che sentiamo più umani, come l’arte, il destino del mondo, le scelte personali e collettive che intendiamo sostenere come comunità umana e la dimensione del tempo. Guardando la donna che versa il latte nel dipinto di Vermeer esposto al Rijskmuseum, la cui immagine digitale è liberamente utilizzabile da chiunque (anzi, se volete potete chiedere di ricevere la versione ad altissima definizione, messa a disposizione dal museo del tutto gratuitamente), ci specchiamo nella sua umanità e ne vediamo i confini e la grandezza. La lattaia ispirò la poetessa Wisława Szymborska, che le dedicò queste parole, che dedico alla scuola per quest’anno:

“Finche’ quella donna del Rijksmuseum nel silenzio dipinto e in raccoglimento giorno dopo giorno versa il latte dalla brocca nella scodella, il Mondo non merita la fine del mondo”.

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