La cortina di silicio è la nuova frontiera della competizione globale: non una barriera fisica, ma una frattura invisibile che divide il mondo in blocchi tecnologici contrapposti.
La provenienza di un microchip vale quanto — e spesso più — delle sue specifiche tecniche, ridisegnando i confini della sovranità nazionale a partire dall’infinitamente piccolo.
Indice degli argomenti
La fine della neutralità del silicio
Per oltre trent’anni, l’architettura dell’economia digitale globale si è fondata su un assioma non scritto: la neutralità del silicio. In questo paradigma, un microprocessore era considerato un’entità puramente funzionale, un esecutore agnostico di istruzioni logiche, il cui valore era determinato esclusivamente da metriche quantitative: frequenza di clock, densità di transistor, consumo energetico e, soprattutto, costo per unità. La provenienza geografica di un chip, il passaporto della fonderia che lo aveva inciso o del laboratorio che lo aveva validato, era relegata a una nota a piè di pagina logistica, subordinata agli imperativi dell’efficienza just-in-time. Questa era di innocenza tecnologica, o forse di negligenza strategica, è giunta a una conclusione definitiva e traumatica.
La cortina di silicio e la nuova geopolitica tecnologica
Oggi, il mondo assiste alla discesa inesorabile di una “cortina di silicio”, una barriera geopolitica, tecnica e ideologica che sta fratturando l’ecosistema tecnologico globale in sfere d’influenza distinte e sempre più incompatibili. Non siamo più di fronte a una semplice competizione commerciale o a una guerra di dazi; stiamo vivendo una ridefinizione radicale del concetto di sicurezza nazionale, dove la sovranità non è più delimitata solo da confini fisici o spazi aerei, ma dalla purezza microscopica della supply chain che alimenta le nostre infrastrutture critiche, i sistemi d’arma e l’economia dei dati.
Hardware come agente politico attivo
Nell’attuale contesto di guerra ibrida e competizione tra grandi potenze, le specifiche tecniche di un dispositivo sono diventate secondarie rispetto alla sua catena di custodia. L’hardware non è più un substrato inerte; è un potenziale agente politico attivo. Un drone non è solo un dispositivo di ripresa, ma un nodo di intelligence; un inverter solare non è solo un gestore di energia, ma un potenziale interruttore di blackout; un acceleratore AI non è solo uno strumento di calcolo, ma un vettore di manipolazione cognitiva.
L’ascesa del techno-nazionalismo e il CHIPS Act
Il 2024 e il 2025 hanno segnato il punto di non ritorno nel processo di disaccoppiamento tra le economie tecnologiche degli Stati Uniti e della Repubblica Popolare Cinese. Quella che era iniziata come una disputa commerciale si è trasformata in una corsa agli armamenti per il controllo dei colli di bottiglia tecnologici. La strategia statunitense, evolutasi attraverso le amministrazioni e cristallizzata nel CHIPS and Science Act, ha abbandonato la dottrina del libero mercato a favore di un interventismo statale mirato.
L’obiettivo primario di Washington è stato quello di congelare il progresso tecnologico cinese, in particolare nel calcolo ad alte prestazioni e nell’intelligenza artificiale, impedendo l’accesso ai nodi di processo più avanzati (sotto i 14nm e, successivamente, sotto i 7nm e 3nm) e agli strumenti di litografia ultravioletta estrema necessari per produrli.
La gerarchia globale dell’accesso tecnologico
Questo ha portato a una classificazione del mondo in tre livelli di accesso, una gerarchia che definisce la nuova geografia del potere:
- Il cerchio della fiducia: alleati stretti come Regno Unito, Giappone, Paesi Bassi e Corea del Sud, che godono di un accesso quasi illimitato alle tecnologie di progettazione e fabbricazione USA, a patto di allineare i propri controlli sulle esportazioni.
- La zona grigia: oltre 100 nazioni che affrontano quote rigorose e richiedono accordi complessi per garantire l’uso finale dei chip, monitorate per evitare triangolazioni verso i paesi proibiti.
- Gli esclusi: Cina, Russia, Iran e altri avversari strategici, che sono stati efficacemente tagliati fuori dall’accesso legale ai chip AI di fascia alta e agli strumenti EDA avanzati.
La risposta asimmetrica della Cina: supply chain parallela e weaponizzazione delle risorse
Pechino non ha subito passivamente questo assedio. La risposta cinese è stata guidata da una necessità esistenziale di sopravvivenza, che ha portato all’adozione di una strategia di ridondanza biforcata. Questo approccio implica la costruzione di una supply chain parallela e sovrana, libera da tecnologie occidentali, anche a costo di accettare enormi inefficienze economiche nel breve termine.
I dati indicano che la Cina ha imposto mandati interni che richiedono l’uso di equipaggiamento domestico fino al 50% nelle nuove linee di produzione di semiconduttori. Sebbene questo equipaggiamento sia spesso generazioni indietro rispetto a quello fornito da giganti come ASML o Applied Materials, la strategia privilegia la resilienza sulla resa. Inoltre, la Cina ha iniziato a sfruttare la sua posizione dominante a monte della catena di approvvigionamento, imponendo controlli sulle esportazioni di gallio e germanio nel dicembre 2024, materiali critici per la produzione di chip a radiofrequenza e optoelettronica avanzata. Questa mossa rappresenta una weaponizzazione delle risorse naturali, un chiaro segnale che la cortina di silicio ha due lati armati.
La rendita di sovranità e il campo minato di NVIDIA
Un aspetto cruciale e spesso trascurato di questa dinamica è l’imposizione da parte degli Stati Uniti di quella che gli analisti definiscono “rendita di sovranità”. Attraverso tasse mirate (come il 25% sui chip AI ad alte prestazioni destinati alla Cina) e requisiti di ispezione onerosi, gli USA non stanno solo bloccando l’accesso, ma stanno estraendo valore economico e strategico dal loro controllo sui colli di bottiglia della proprietà intellettuale.
Questo meccanismo trasforma l’accesso alla tecnologia in una leva di potere coercitivo. Le aziende occidentali, come NVIDIA o AMD, si trovano costrette a navigare in un campo minato normativo, sviluppando prodotti specifici per il mercato cinese (come i chip H20) che sono deliberatamente depotenziati per rispettare le soglie di performance imposte dal Dipartimento del Commercio, salvo poi vedere anche questi prodotti soggetti a nuove restrizioni o disincentivati dalle autorità cinesi stesse.
Anatomia della minaccia hardware: trojan, chip e illusioni di fiducia
La frattura geopolitica ha reso evidente che la fiducia non può più essere assunta per default. Tuttavia, la minaccia non è limitata alla negazione dell’accesso; è intrinseca alla natura stessa dell’hardware moderno. Per decenni, la cybersecurity si è concentrata sulla protezione del software, assumendo l’hardware come una radice di fiducia immutabile. La ricerca tecnica recente dimostra che questa è un’illusione pericolosa.
Hardware trojan: invisibili per design, letali per missione
Un hardware trojan è una modifica malevola, intenzionale e furtiva a un circuito integrato, inserita durante le fasi di progettazione o fabbricazione. A differenza di un bug software, che è un errore accidentale, un HT è progettato per rimanere invisibile ai test standard e attivarsi solo in condizioni operative specifiche per eseguire un’azione dannosa, come disabilitare il chip, ridurre le prestazioni o esfiltrare chiavi crittografiche.
La rilevazione degli HT è notoriamente difficile. Un moderno SoC può contenere miliardi di transistor; un trojan può essere costituito da poche dozzine di gate logici, occupando un’area inferiore allo 0,01% del die, rendendolo invisibile all’ispezione visiva standard e mimetizzato nel rumore di fondo delle variazioni di processo durante l’analisi dei canali laterali (consumo energetico o emissioni elettromagnetiche).
HAMLOCK: quando hardware e AI si fondono in un attacco ibrido
Uno degli sviluppi più allarmanti nella ricerca sulla sicurezza hardware è l’emergere di attacchi ibridi come HAMLOCK (HArdware-Model LOgically Combined attacK). Questa tecnica rappresenta un salto di qualità nella sofisticazione degli attacchi alla supply chain dell’intelligenza artificiale.
In un attacco HAMLOCK, la logica malevola non risiede interamente nell’hardware o nel software, ma è distribuita tra i due:
- Lato software (modello AI): l’attaccante inserisce una backdoor nel modello di rete neurale (es. tramite poisoning dei dati di addestramento). Tuttavia, a differenza dei classici attacchi backdoor che cambiano direttamente l’output (es. classificare uno stop come un limite di velocità), il modello modificato altera solo i pesi in modo che, alla presenza di un trigger, un numero molto ristretto di neuroni specifici mostri un valore di attivazione anomalo o un pattern di bit specifico nell’esponente. Il modello, testato su hardware pulito, si comporta normalmente e mantiene un’alta accuratezza, eludendo i controlli software.
- Lato hardware (trojan): un minuscolo circuito trojan è inserito nell’acceleratore hardware. Questo circuito non ha bisogno di comprendere l’intero modello o l’immagine; monitora semplicemente il bus dati per lo specifico pattern di attivazione dei neuroni trigger.
- L’attacco combinato: quando il trojan hardware rileva il segnale segreto dal software (attivazione dei neuroni target), inietta un errore nell’output finale (es. invertendo un bit di classificazione) o manipola la memoria.
Questo approccio rende il trojan hardware estremamente difficile da rilevare perché la sua logica è semplice e il suo consumo energetico trascurabile, mentre il modello software appare benigno agli strumenti di analisi algoritmica. È la sinergia tra i due domini a creare la vulnerabilità, dimostrando che in una supply chain frammentata, anche componenti verificati individualmente possono diventare armi se combinati.
Chicken bits: le backdoor nascoste nei chip moderni
Un’altra categoria critica di vulnerabilità risiede nelle funzionalità non documentate, spesso indicate nel gergo ingegneristico come “chicken bits”. Si tratta di registri di configurazione o bit di controllo inseriti dai progettisti del chip per scopi legittimi, come il debug post-produzione, il test di fabbrica o la disabilitazione di blocchi difettosi per migliorare la resa.
Teoricamente, queste funzionalità dovrebbero essere disabilitate o bloccate permanentemente prima che il chip lasci la fabbrica. Tuttavia, la realtà della produzione di massa e la necessità di diagnosticare guasti sul campo spesso portano i produttori a lasciarle attive, proteggendole solo attraverso l’oscurità.
Il rischio emerge quando un attore ostile, magari con accesso privilegiato alla documentazione interna del produttore (ottenuta tramite spionaggio o insider), scopre come attivare questi bit. Le conseguenze possono essere devastanti:
- Bypass della sicurezza: un chicken bit potrebbe disabilitare la memory protection unit permettendo a un malware di scrivere in aree di memoria riservate al kernel o al firmware di avvio.
- Accesso privilegiato: alcuni bit possono riattivare interfacce di debug JTAG chiuse, fornendo un controllo totale sul processore, inclusa la capacità di fermare l’esecuzione, ispezionare registri e scaricare chiavi crittografiche.
- Kill switch logico: la disabilitazione non autorizzata di circuiti di clock o di alimentazione tramite registri non documentati può rendere il dispositivo permanentemente inutilizzabile.
La persistenza di queste vulnerabilità, classificate dal NIST come rischi critici per la catena di approvvigionamento, evidenzia come la complessità stessa dei moderni SoC sia diventata una superficie di attacco.
Droni DJI e IoT: il hardware compromesso nella guerra reale
L’hardware compromesso non è solo un problema teorico di laboratorio; è una realtà operativa che si manifesta in dispositivi fisici distribuiti su scala globale. La guerra in Ucraina e le tensioni nell’Indo-Pacifico hanno trasformato oggetti di uso comune in asset strategici.
DJI e la sovranità operativa dei droni
Il settore dei droni commerciali UAS offre l’esempio più vivido della politicizzazione dell’hardware. DJI, l’azienda cinese che domina il mercato globale, è diventata il fulcro di un dibattito sulla sicurezza nazionale. Nonostante i tentativi dell’azienda di rassicurare i mercati occidentali attraverso white paper sulla sicurezza e funzionalità come la local data mode, i governi occidentali rimangono profondamente scettici.
Le preoccupazioni non riguardano solo la qualità costruttiva, ma la sovranità operativa del dispositivo:
Dipendenza dal firmware: anche se i dati non vengono trasmessi attivamente, il funzionamento del drone dipende da firmware proprietario opaco. Un aggiornamento forzato potrebbe introdurre restrizioni di volo (geofencing dinamico) che impediscono al drone di decollare in aree di conflitto specifiche, trasformando una flotta di ricognizione in un ammasso di plastica inerte.
Esfiltrazione di telemetria: le leggi cinesi sulla sicurezza nazionale (es. la Legge sull’Intelligence Nazionale del 2017) obbligano le aziende a cooperare con i servizi di intelligence. Ricercatori hanno identificato vulnerabilità nei protocolli di comunicazione che potrebbero permettere l’intercettazione dei flussi video o dei dati di posizione del pilota, aggirando la crittografia dichiarata.
Analisi forense: l’analisi tecnica di droni catturati in scenari di guerra ha rivelato l’uso di componenti occidentali mescolati a chip proprietari cinesi, creando un ibrido difficile da sanificare completamente.
Volt Typhoon e il pre-posizionamento IoT nelle infrastrutture critiche
Mentre i droni sono visibili, la minaccia più pervasiva è invisibile: l’industrial internet of things. Sensori, attuatori, telecamere IP e router industriali costituiscono il sistema nervoso delle infrastrutture critiche. La prevalenza di componenti a basso costo di produzione asiatica in questi dispositivi ha introdotto rischi sistemici.
Le agenzie di intelligence occidentali, tra cui CISA e NSA, hanno documentato campagne come Volt Typhoon, in cui attori statali cinesi hanno compromesso router SOHO e dispositivi edge (spesso vecchi o non patchati) per creare botnet massive (come la botnet KV). A differenza del cybercrimine tradizionale motivato dal profitto, l’obiettivo qui è il pre-posizionamento.
Questi dispositivi compromessi non vengono utilizzati immediatamente per attacchi distruttivi. Vengono mantenuti come teste di ponte silenti all’interno delle reti energetiche, idriche e logistiche statunitensi ed europee. In caso di crisi geopolitica (ad esempio, un’escalation su Taiwan), questi accessi potrebbero essere attivati simultaneamente per interrompere le comunicazioni o sabotare i sistemi di controllo. La ricerca mostra che molti dispositivi IoT industriali mancano di funzionalità di sicurezza basilari come il secure boot o la firma del firmware, rendendo l’iniezione di codice malevolo persistente banalmente semplice per un attaccante sofisticato.
Il costo della sicurezza: Trusted Foundry, Chips Act europeo e il dilemma del premium
Di fronte a queste minacce, la risposta istintiva è il reshoring o il friend-shoring della produzione. Tuttavia, questa strategia si scontra con una brutale realtà economica: la sicurezza ha un prezzo, e quel prezzo è un premium strutturale che il mercato non è sempre disposto a pagare.
Il programma Trusted Foundry del Dipartimento della Guerra USA rappresenta il tentativo di garantire una fornitura sicura di microelettronica per sistemi d’arma e intelligence. Tuttavia, i dati economici rivelano un divario insostenibile per le applicazioni commerciali.
Produrre un wafer in una Trusted Foundry accreditata negli USA comporta costi significativamente superiori rispetto a una foundry commerciale in Asia (es. TSMC a Taiwan o Samsung in Corea). Le stime indicano un premium del 30-40% o superiore. Questo differenziale è guidato da vari fattori:
Mancanza di economie di scala: il Dipartimento della Guerra USA consuma meno dell’1% del mercato globale dei semiconduttori. Senza i volumi dell’elettronica di consumo (smartphone, PC), le Trusted Foundries non possono ammortizzare gli enormi costi fissi degli impianti moderni.
Costi di conformità: la gestione di personale con nulla osta di sicurezza (security clearance), la segregazione fisica e logica delle reti e i requisiti di tracciabilità della supply chain aggiungono oneri operativi pesanti.
Obsolescenza tecnologica: molte Trusted Foundries operano su nodi di processo legacy (es. 90nm, 45nm, 28nm). Sebbene adeguati a missili o radar esistenti, questi nodi sono insufficienti per le moderne applicazioni AI e di guerra elettronica che richiedono chip a 5nm o 3nm.
Questo crea un dilemma strategico: per accedere alle prestazioni necessarie per competere nell’AI, le difese occidentali devono spesso ricorrere a fonderie commerciali (spesso a Taiwan, zona a rischio geopolitico), accettando un livello di rischio sulla supply chain che il programma Trusted Foundry mirava a eliminare.
L’Unione Europea si trova in una posizione ancora più vulnerabile. Il Chips Act europeo ambisce a raddoppiare la quota di mercato globale dell’UE al 20% entro il 2030, promuovendo la sovranità digitale. Tuttavia, le analisi del settore e i report della Corte dei conti Europea dipingono un quadro di sfide sistemiche.
Mancanza di hardware sovereignty: l’Europa eccelle nella ricerca (istituti come IMEC) e nei macchinari di produzione (ASML detiene il monopolio de facto della litografia EUV), ma manca quasi totalmente di capacità produttiva industriale nei nodi avanzati (sotto i 7nm) e nel design di processori ad alte prestazioni.
La trappola delle PMI: le PMI europee, spina dorsale dell’innovazione nel design, faticano ad accedere ai benefici del Chips Act. I costi per accedere alle linee pilota o alle fonderie avanzate rimangono proibitivi, e la burocrazia per i finanziamenti è complessa. Senza un ecosistema di supporto robusto, molte start-up europee di chip finiscono per essere acquisite da giganti USA o asiatici, perpetuando la dipendenza tecnologica.
Dipendenza critica: oltre il 90% dei dati europei risiede su infrastrutture cloud statunitensi, e l’infrastruttura 5G dipende ancora in parte da componenti legacy cinesi o da supply chain asiatiche vulnerabili. La sovranità europea rischia di rimanere un concetto normativo (GDPR, AI Act) senza il sottostante controllo fisico dell’hardware necessario per applicarla.
Infrastrutture critiche a rischio cinetico: dalla smart grid a NotPetya
La discussione sulla sicurezza hardware non riguarda solo lo spionaggio industriale o la perdita di proprietà intellettuale. Nelle infrastrutture critiche, il rischio diventa cinetico: danni fisici, perdita di vite umane e destabilizzazione sociale.
L’integrazione massiccia di fonti rinnovabili e di tecnologie smart grid ha aumentato esponenzialmente la superficie di attacco della rete elettrica. Gli inverter fotovoltaici, essenziali per convertire l’energia solare in corrente compatibile con la rete, sono spesso gestiti e aggiornati da remoto dai produttori.
La ricerca indica che se un attore ostile riuscisse a disattivare simultaneamente una percentuale significativa degli inverter solari in una rete nazionale attraverso un kill switch hardware o firmware, potrebbe causare una perdita improvvisa di generazione tale da destabilizzare la frequenza di rete. A differenza di un guasto locale, questo tipo di attacco sincronizzato potrebbe innescare un collasso a cascata che le protezioni tradizionali della rete non sono progettate per gestire.
L’esperienza dell’attacco NotPetya nel 2017 ha dimostrato come un malware possa paralizzare ospedali, porti e aziende logistiche a livello globale. Tuttavia, NotPetya era un attacco software. Un attacco basato su hardware compromesso sarebbe molto più difficile da recuperare. Mentre un computer infetto può essere riformattato, un dispositivo hardware con un trojan nel silicio o nel firmware di basso livello spesso deve essere fisicamente sostituito. In uno scenario di crisi, la sostituzione di migliaia di controller industriali potrebbe richiedere mesi, lasciando le infrastrutture critiche paralizzate per un periodo prolungato, con conseguenze umanitarie ed economiche devastanti.
Verso il zero trust fisico: le conclusioni della cortina di silicio
La “Cortina di Silicio” non è una fase transitoria; è la nuova normalità dell’architettura tecnologica globale. La frattura tra il blocco occidentale e quello cinese sta costringendo governi e aziende a riconsiderare ogni aspetto del loro approvvigionamento tecnologico.
Le conclusioni di questa indicano che il modello di fiducia implicita nell’hardware è morto. Il futuro richiede un approccio zero trust esteso al livello fisico:
Origine come specifica tecnica: i capitolati d’appalto per infrastrutture critiche non devono più limitarsi a specifiche di performance, ma devono includere requisiti stringenti sulla provenienza della componentistica, fino al livello del die e del packaging.
Trasparenza radicale: è necessario spingere per l’adozione di software e hardware complete, che traccino l’origine di ogni chip e libreria IP utilizzata in un sistema critico.
Investimenti in hardware assurance: le organizzazioni devono investire in capacità di test indipendenti. Tecniche come l’analisi dei canali laterali, l’ispezione ottica automatizzata e l’uso di intelligenza artificiale per rilevare anomalie nel design dei chip diventeranno standard obbligatori per l’hardware sensibile.
In un mondo diviso, il passaporto del vostro hardware racconta una storia di alleanze, rischi e intenzioni latenti. Ignorare questa storia, concentrandosi solo sulle specifiche tecniche, non è più un’opzione: è un rischio esistenziale che nessuna nazione o azienda moderna può permettersi di correre.
Bibliografia
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The silicon curtain descends: geopolitical tensions reshape global semiconductor supply chains | FinancialContent
The silicon curtain: how geopolitics is splitting the global chip supply chain – YouTube https://www.youtube.com/watch?v=fBG8RHbbucY
The great chip divide: geopolitics fractures global semiconductor supply chains https://markets.financialcontent.com/stocks/article/tokenring-2025-10-20-the-great-chip-divide-geopolitics-fractures-global-semiconductor-supply-chains
Silicon curtain: is the US rebooting the Cold War? | Luke Hart https://www.lukehart.uk/insights/new-cold-war/
Silicon curtain descends: US-China tech rivalry forges a fragmented future for semiconductors| FinancialContent
Trojans in early design steps—an emerging threat – UPCommons https://upcommons.upc.edu/bitstreams/4d38d216-907b-4d15-8c53-76ad51ffa081/download
HAMLOCK: arXiv
https://arxiv.org/html/2510.19145v1
HAMLOCK: HArdware-Model LOgically Combined attacK – arXiv https://arxiv.org/html/2510.19145v2
CWE-1194: hardware design (4.19.1) – common weakness enumeration https://cwe.mitre.org/data/definitions/1194.html
CWE-1358: weaknesses in SEI ETF categories of security vulnerabilities in ICS (4.19.1) https://cwe.mitre.org/data/definitions/1358.html
Hardware security failure scenarios – NIST technical series publications https://nvlpubs.nist.gov/nistpubs/ir/2024/NIST.IR.8517.pdf
Hardware: a double-edged sword for security – USENIX https://www.usenix.org/sites/default/files/conference/protected-files/enigma2021_slides_fern.pdf
Categories of security vulnerabilities in ICS https://secureenergy.inl.gov/content/uploads/27/2024/12/SEI-ETF-NCSV-TPT-Categories-of-Security-Vulnerabilities-ICS-v1_03-09-22.pdf
Drone security white paper – trust venter – DJI United States
https://www.dji.com/trust-center/resource/white-paper
DJI security white paper: the truth about your data and drone privacy – YouTube https://www.youtube.com/watch?v=l05AnuVoVnI




















