La guerra che gli Stati Uniti e Israele hanno avviato contro l’Iran il 28 febbraio 2026 può cambiare i termini del rapporto tra conflitto armato e infrastruttura digitale. Non si tratta soltanto di uno shock energetico, per quanto lo shock sia grave per produzione chip e training-inferenza AI, e per quanto probabilmente non ha spiegato tutti i suoi effetti.
C’è di più, per la prima volta nella storia, un conflitto armato ha coinvolto fisicamente i datacenter di un grande hyperscaler. Il primo marzo, droni iraniani hanno raggiunto due impianti di Amazon Web Services negli Emirati Arabi Uniti e danneggiato un terzo impianto in Bahrein. AWS ha confermato che gli attacchi hanno causato danni strutturali, interruzioni nell’erogazione di energia e, in alcuni casi, attivazione dei sistemi antincendio con ulteriori danni da acqua.
Due delle tre availability zone della regione ME-CENTRAL-1 sono andate offline, provocando disservizi a catena su soluzioni di pagamento, piattaforme logistiche, banche come Emirates NBD e Abu Dhabi Commercial Bank, e servizi enterprise come Snowflake. L’Iran ha dichiarato, attraverso i media di stato, di aver preso di mira la struttura in Bahrein per il ruolo di AWS nel supporto alle operazioni militari americane. Secondo Uptime Institute (l’organizzazione di riferimento mondiale per la classificazione e la certificazione dei datacenter), si tratta dei primi attacchi militari documentati contro l’infrastruttura di un cloud provider su scala globale.
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Datacenter e intelligenza artificiale come bersagli di guerra
Secondo Bloomberg anche Israele e gli Stati Uniti hanno colpito almeno due datacenter a Teheran, uno dei quali collegato ai Pasdaran. L’episodio ha reso concreto un rischio che fino a quel momento restava teorico: i datacenter, in quanto nodi dell’economia digitale e sempre più spesso anche dell’apparato militare, diventano obiettivi di guerra.
Sam Winter-Levy di Carnegie Endowment for International Peace (un think tank di Washington specializzato in politica estera), ha osservato che essendo molti i settori dell’economia che dipendono da queste strutture, diventa normale che esse diventino bersagli per l’avversario. Tanto che qualcuno inizia a sostenere che i datacenter dovrebbero essere protetti con sistemi di difesa aerea. Prima degli attacchi, il mercato dei datacenter negli Emirati era stimato in crescita da 3,29 miliardi di dollari nel 2026 a 7,7 miliardi entro il 2031, grazie anche agli investimenti annunciati da OpenAI e Microsoft. Il conflitto sta ovviamente mettendo in discussione le stime.
Lo Stretto di Hormuz e il nuovo shock energetico
E in tutto questo c’è anche una connessione su quel che sta accadendo nel settore dell’energia. Lo Stretto di Hormuz, largo circa 33 chilometri nel punto più stretto, è il passaggio obbligato per una quota rilevante del commercio mondiale di idrocarburi.
Secondo un rapporto dell’11 marzo 2026 del Congressional Research Service (l’ufficio di analisi e ricerca apartitico del Congresso degli Stati Uniti), dallo Stretto transita circa il 27 per cento del commercio marittimo globale di greggio e prodotti petroliferi. Poi ci casi di fonti come il gas naturale liquefatto del Qatar e degli Emirati dove il vincolo è ancora più stringente: la quasi totalità delle esportazioni passa da lì e non esistono rotte alternative equivalenti.
Il 4 marzo, infatti, gli iraniani hanno chiuso lo Stretto alle navi di Stati Uniti, Israele e dei loro alleati occidentali con attacchi via droni e missili. Il traffico di petroliere è crollato dapprima del settanta per cento, poi si è azzerato quasi completamente. Oltre centocinquanta navi si sono ancorate fuori dallo Stretto per evitare i rischi. L’Iran avrebbe inoltre rilasciato mine navali nel corridoio, rendendo ancora più difficile una riapertura rapida.
L’International Energy Agency ha stimato una caduta della produzione petrolifera mondiale di circa otto milioni di barili al giorno in marzo, definendolo uno degli shock di offerta più gravi mai registrati. Il Brent è passato dai circa settanta dollari al barile precedenti al conflitto a oltre centoventi dollari nei momenti di massima tensione, per poi ripiegare sopra i cento dollari senza mai tornare ai livelli precedenti. L’IEA ha deciso il rilascio di quattrocento milioni di barili dalle riserve strategiche dei paesi membri, ma le riserve possono tamponare il panico (anche dei mercati) ma non sostituire la funzione di un corridoio marittimo.
Il Brent ha chiuso la settimana del 14 marzo a 103,14 dollari al barile. I prezzi del gas naturale in Europa sono aumentati di oltre il sessanta per cento. Il QatarEnergy ha fermato la produzione di Gnl nel complesso di Ras Laffan già il 2 marzo, dopo un attacco con droni iraniani, e ha dichiarato la forza maggiore sui contratti il 4 marzo. L’Arabia Saudita ha deviato parte delle esportazioni di greggio verso il porto di Yanbu sul Mar Rosso attraverso l’oleodotto Est-Ovest, ma la capacità di queste infrastrutture alternative non è sufficiente a compensare i volumi dello Stretto, con un deficit stimato di circa dodici milioni di barili al giorno.
La rotta del Mar Rosso, inoltre, resta esposta alla minaccia degli Houthi. Christian Bueger, professore di relazioni internazionali all’Università di Copenhagen ed esperto di sicurezza marittima, ha dichiarato che l’Europa si deve preparare ad una crisi energetica grave se lo Stretto non venisse riaperto presto.
Datacenter e intelligenza artificiale tra elettricità e costi
Per i datacenter usati sia per training sia per inferenza dell’AI (creazione output) la connessione tra crisi e conto dell’energia elettrica è diretta, anche là dove i server non consumano una goccia di petrolio. In molti mercati, sia europei che asiatici, il prezzo finale dell’elettricità è ancora determinato dal costo marginale della generazione a gas.
Taiwan inoltre utilizza gas naturale per l’energia, per alimentare le sue fabbriche, di gran lunga le più importanti per produrre chip per AI.
L’IEA, nel rapporto Electricity 2026, ha rilevato che il prezzo medio all’ingrosso dell’elettricità nell’Unione europea nel 2025 è salito a circa 95 dollari per megawattora, con un aumento del dieci per cento rispetto all’anno precedente, in linea con l’incremento del nove per cento del prezzo del gas al Ttf olandese (il mercato virtuale di scambio del gas naturale in Europa). L’Electricity Mid-Year Update 2025 della stessa IEA aveva già documentato che nella prima metà del 2025 i prezzi all’ingrosso nell’UE erano circa il trenta per cento più alti rispetto allo stesso periodo del 2024, con il gas circa il 20% più caro.
In Germania, dove le centrali a gas e a carbone fissano spesso il prezzo marginale, i prezzi all’ingrosso nella prima metà del 2025 sono saliti del 37%, portandosi appena sotto i cento dollari per megawattora. Nel Regno Unito l’aumento è stato del quaranta per cento, con una media appena sotto i 115 dollari per megawattora, in un sistema dove il gas copre circa il trenta per cento della generazione. Ember, nel European Electricity Review 2026, ha calcolato che l’aumento della generazione a gas nell’UE nel 2025 ha portato la bolletta europea per l’importazione di gas destinato al settore elettrico a trentadue miliardi di euro, il sedici per cento in più rispetto all’anno prima. Ora, su questo scenario già teso, si innesta lo shock del Golfo.
I datacenter globali hanno consumato circa 415 terawattora di elettricità nel 2024, pari a circa l’1,5 per cento del consumo mondiale, secondo la IEA. Il rapporto Energy and Ai della stessa agenzia prevede che questo consumo raddoppi entro il 2030, raggiungendo circa 945 terawattora, con una crescita annua del quindici per cento. Solo negli Stati Uniti, i datacenter hanno assorbito circa 180 terawattora nel 2024, e la IEA prevede che entro il 2030 consumeranno più elettricità di tutta l’industria manifatturiera ad alta intensità energetica americana messa insieme, inclusi alluminio, acciaio, cemento e chimica.
Il gas naturale alimenta oggi il ventisei per cento dell’elettricità consumata dai datacenter a livello globale e il suo ruolo è destinato a crescere: la IEA stima un incremento di 175 terawattora della generazione a gas per alimentare datacenter entro il 2035. Negli Stati Uniti, il Global Energy Monitor ha documentato che le proposte di nuovi impianti a gas sono triplicate nel 2025 rispetto all’anno precedente, in larga parte proprio per alimentare datacenter con generazione dedicata.
In questo contesto, l’impennata dei prezzi del gas provocata dalla chiusura dello Stretto di Hormuz si traduce in bollette più pesanti per gli operatori di datacenter in Europa e in Asia, un grave danno senza che un solo missile abbia colpito fisicamente un impianto. Per i carichi di intelligenza artificiale, che sono i più energivori, il problema è duplice: aumenta il costo operativo dei workload già in produzione e peggiora l’equazione economica dei nuovi campus, in particolare quelli che non dispongono di contratti di fornitura a lungo termine o di generazione on-site.
Diesel, rete e continuità operativa
La resilienza dei datacenter dipende anche dai sistemi di emergenza. Quando la rete elettrica cade, entrano in funzione gruppi elettrogeni alimentati quasi sempre a diesel.
Il blackout che ha colpito la penisola iberica il 28 aprile 2025 ha offerto un esempio concreto di questo rischio, come ha raccontato Catherine Jestin, Executive Vice President Digital di Airbus, in quella occasione il datacenter principale dell’azienda a Madrid, parte del Campus Futura per l’aerospazio e la difesa, ha rischiato per poche ore lo spegnimento perché i fornitori di diesel erano sommersi dalle richieste e non riuscivano a consegnare in tempo. Airbus ha ammesso di essersi scoperta meno preparata di quanto credesse. L’episodio illustra quanto il diesel di backup sia un punto di vulnerabilità non solo tecnica ma logistica.
In un contesto di guerra, la fragilità si aggrava su più fronti. Il Congressional Research Service nello stesso rapporto dell’11 marzo ha osservato che le polizze assicurative sul rischio di guerra delle navi in transito nella regione del Golfo prevedono una clausola di cancellazione a 72 ore a discrezione dell’assicuratore in caso di conflitto, e che gli assicuratori hanno effettivamente ricalibrato il rischio, portando i premi a livelli quattro o cinque volte superiori rispetto a quelli precedenti al conflitto. Lo stesso rapporto segnala che i vettori oceanici stanno deviando le navi anche dalla rotta del Mar Rosso e del Canale di Suez, optando per il percorso molto più lungo attorno al Capo di Buona Speranza, nell’aspettativa che i ribelli Houthi sostenuti dall’Iran possano attaccare le navi nel Mar Rosso.
Per i datacenter il problema si manifesta nella catena del diesel di emergenza: carburante più caro, trasporto più lento, consegne meno prevedibili. Lo stesso settore marittimo ha reagito con scetticismo all’annuncio del presidente Trump del 3 marzo, che ha incaricato la U.S. International Development Finance Corporation di offrire assicurazione sul rischio politico al commercio marittimo nel Golfo, osservando che non è il costo dell’assicurazione a fermare le navi, ma il timore degli attacchi e la protezione degli equipaggi.
Tutto questo non significa che i datacenter siano prossimi al blackout. Significa però che la continuità operativa costa di più e che i margini di sicurezza si riducono. Uptime Institute, nel suo Annual Outage Analysis 2025, ha osservato che per il quarto anno consecutivo la frequenza e la gravità complessiva delle interruzioni nei datacenter sono in calo, ma ha avvertito che i rischi esterni stanno crescendo: vincoli sulla rete elettrica, eventi meteorologici estremi, guasti dei fornitori di rete e problemi nelle catene di fornitura globali sono tutti fattori che gli operatori non controllano direttamente. La crescente domanda di capacità per l’intelligenza artificiale sta mettendo sotto pressione le architetture esistenti, soprattutto sul fronte dell’alimentazione e del raffreddamento, e l’Uptime Institute ha rilevato che i tempi di autonomia in caso di interruzione si stanno riducendo.
Datacenter e intelligenza artificiale davanti al fronte cyber
Il conflitto ha aperto un fronte digitale parallelo a quello cinetico. Palo Alto Networks Unit 42 ((la divisione di threat intelligence di Palo Alto Networks), nel brief pubblicato all’inizio di marzo 2026, ha documentato un’escalation delle operazioni cyber condotte da attori allineati con l’Iran, molti dei quali legati alla struttura denominata Electronic Operations Room, costituita il 28 febbraio 2026.
Il generale Paul Nakasone, ex direttore della NSA e del Cyber Command, ha definito l’Iran una potenza ostile molto capace nel dominio cyber. Inoltre, gli attacchi cyber potenziati dall’intelligenza artificiale non sono ancora stati testati su larga scala e che la capacità delle infrastrutture critiche di difendersi da attacchi di tipo nuovo resta un’incognita. Per i datacenter il pericolo non è soltanto l’attacco diretto alla server farm, ma l’attacco alla rete elettrica che la alimenta, al gestore dell’acqua necessaria per il raffreddamento, al fornitore di telecomunicazioni o al sistema di gestione industriale del sito. La guerra aumenta la probabilità di incidenti indiretti che possono provocare interruzioni, failover costosi e degrado del servizio. Si tratta di rischi già noti, ma l’intensità ad essere del tutto nuova: adesso è significativa.
Elio, bromo e forniture critiche
Ma l’effetto della guerra sulla filiera dell’intelligenza artificiale non passa soltanto dall’energia. La chiusura dello Stretto di Hormuz sta mettendo a rischio la fornitura di materiali essenziali per la produzione di semiconduttori. Il caso più rilevante è quello dell’elio. Questo gas, utilizzato per raffreddare i wafer di silicio durante la fabbricazione dei chip e nei processi di litografia, non ha sostituti.
Il Qatar, attraverso il complesso di Ras Laffan operato da QatarEnergy, produce circa il trentotto per cento dell’offerta mondiale di elio, come sottoprodotto del gas naturale liquefatto. Con il fermo produttivo dichiarato il 2 marzo e la chiusura dello Stretto, questa quota è uscita dal mercato. Di fatto oltre il venticinque per cento della fornitura mondiale di elio è stata tagliata dalla chiusura dello Stretto, inoltre allo stato è difficile immaginare ad una interruzione per un periodo inferiore a due o tre mesi, e quindi il ritorno alla normalità della catena di approvvigionamento potrebbe avvenire dopo quattro-sei mesi dall’inizio dell’interruzione.
La Corea del Sud, che nel 2025 ha importato il 64,7 per cento del proprio elio dal Qatar è particolarmente esposta. Samsung e SK Hynix (di fatto il primo e il secondo secondo produttore al mondo di chip per memorie) hanno dichiarato di avere scorte diversificate, ma gli analisti stimano che le riserve dei produttori coreani possano durare circa sei mesi, dopodiché la produzione di chip di memoria, compresi quelli HBM (High Bandwidth Memory) che sono memorie Dram3D ad altissime prestazioni, indispensabili per l’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale, potrebbe subire un rallentamento.
Il bromo, utilizzato nella formazione dei circuiti, presenta un rischio analogo: circa due terzi della produzione mondiale proviene da Israele e Giordania, entrambi paesi coinvolti o contigui al conflitto. Il Ministero del commercio sudcoreano sta cercando di capire gli effetti del conflitto sulla domanda e offerta di quattordici materiali e tipi di attrezzature per semiconduttori. Quindi se per adesso l’impatto della guerra è limitato, il prolungamento del conflitto potrebbe tradursi in prezzi più alti dei chip e in ritardi nelle consegne. Il combinato disposto di costi energetici più elevati e possibili difficoltà di approvvigionamento delle componenti colpisce la filiera dell’intelligenza artificiale su entrambi i versanti, quello dell’alimentazione dei datacenter e quello della produzione dell’hardware che vi è installato.
Una fragilità ormai visibile
Nel breve periodo, la guerra non sta spegnendo internet né fermando l’intelligenza artificiale. Sta però alzando il costo e il rischio di ogni operazione digitale che dipende da energia continua, reti stabili e catene di fornitura prevedibili.
Il passaggio critico è questo: più i sistemi di intelligenza artificiale diventano centrali per banche, ospedali, industria e pubblica amministrazione, più il loro fabbisogno energetico e la loro dipendenza da infrastrutture fisiche concentrate trasformano una crisi geopolitica lontana in un problema operativo diretto per l’economia digitale. Per i grandi hyperscaler la risposta probabile è un’accelerazione degli investimenti in generazione dedicata, contratti di acquisto di energia a lungo termine, batterie e microgrid, oltre a una diversificazione geografica dei siti verso mercati elettrici meno esposti al gas.
Per gli operatori più piccoli e per le imprese che acquistano capacità cloud, l’effetto sarà più diretto: prezzi dell’hosting in aumento, minore disponibilità di potenza per nuovi carichi di intelligenza artificiale e maggiore cautela nei piani di espansione. Il conflitto ha reso evidente una fragilità che era nota in teoria ma che nessuno aveva ancora visto in azione su questa scala. I datacenter possono essere colpiti da droni e missili, le filiere dei semiconduttori possono essere interrotte dalla chiusura di uno stretto, e il prezzo dell’elettricità in Europa può salire perché una nave non riesce a passare da una all’altra parte del mondo. La questione ormai non è se le infrastrutture digitali siano esposte ai rischi geopolitici, ma con quanta urgenza governi e industria intendano occuparsene.













