Il dibattito sull’intelligenza artificiale e la crisi antropologica che essa porta con sé tende spesso a concentrarsi sugli strumenti — gli algoritmi, i modelli linguistici, i rischi di controllo — trascurando una domanda più radicale: che cosa stiamo perdendo come esseri umani? È a questa domanda che proviamo a rispondere partendo da un luogo inaspettato: la parabola evangelica dei talenti.
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La parabola dei talenti come bussola per l’era digitale
Tutti conoscono, credo, le parole rivolte da Gesù a coloro che non sono stati capaci di far fruttare i talenti ricevuti: “A chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza, ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha”. Enigmatiche e dure quanto si vuole, queste parole esortano a non perdere mai di vista ciò che nella vita conta per davvero, quindi a coltivare la saggezza che ci consente di fare il nostro meglio nelle situazioni più diverse, ad avere fiducia, a tenere la mente sveglia di fronte alla realtà, tanto più questa è complessa, a non accontentarsi e, soprattutto, ad avere fede: la prospettiva che ne illumina il senso più vero e più profondo.
Laicamente parlando, potremmo leggere la parabola come un’importante apertura di credito nei confronti della nostra intelligenza e della nostra responsabilità: vigilate, ma non abbiate paura, aprite i vostri cuori e le vostre menti, utilizzate al meglio i talenti che avete, moltiplicateli, altrimenti, oltre a non cogliere le opportunità che la vita vi offre, perderete anche quelli, farete insomma la fine del servo timoroso che, anziché preoccuparsi di far fruttare la moneta che ha ricevuto, la sotterra per non correre rischi e restituirla intatta al padrone.
Tre sfide antropologiche che precedono l’intelligenza artificiale
Credo che le parole di questa parabola evangelica potrebbero illuminare come poche altre anche le sfide con le quali intelligenza artificiale, big data, ambienti digitali ci costringono oggi a fare i conti. Soprattutto ci esortano a guardare queste sfide con realismo, preoccupati certo di alcuni possibili sviluppi, ma non paralizzati dalla paura.
A maggior ragione se pensiamo che almeno tre sfide sulle quali vorrei richiamare brevemente l’attenzione erano sul campo ben prima che arrivassero il digitale e l’intelligenza artificiale. Questi ultimi le hanno soltanto, diciamo così, radicalizzate, ma in questo modo potrebbero aver anche affinato la consapevolezza dell’urgenza antropologica che esse nascondono. Sto parlando del progressivo impoverimento del linguaggio, la progressiva distruzione della realtà, la progressiva distruzione della verità.
L’impoverimento del linguaggio: da Steiner a ChatGPT
Già nel 1975, più di cinquant’anni fa, nel suo famoso libro Dopo Babele, George Steiner metteva in guardia dai rischi di un crescente impoverimento del linguaggio. Non aveva la più pallida idea di quanto il divario nelle competenze linguistiche, uno dei divari socialmente più discriminanti, si sarebbe potuto accentuare con l’avvento dei social e di ChatGPT.
Pare, ad esempio, che il 30% degli italiani non sappiano scrivere né comprendere un testo di bassa complessità. Lo spessore semantico del loro linguaggio naturale assomiglia sempre di più a quello dei segnali stradali. Ebbene, in questo contesto, ChatGPT potrebbe certo rappresentare un aiuto; ma in realtà a giovarsi veramente di questa meraviglia sono soprattutto coloro che hanno buona dimestichezza con il linguaggio naturale; chi questa dimestichezza non ce l’ha può soltanto illudersi di compensarla grazie a ChatGPT, senza accorgersi di indebolirla ulteriormente. Come dicevo, “A chi ha sarà dato e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha”.
La distruzione della realtà nell’era ibrida del virtuale
Vengo brevemente alla seconda sfida. Se diamo uno sguardo anche superficiale alla cultura del secolo scorso, riscontriamo un crescente fastidio nei confronti della realtà. Lo riscontriamo nell’arte, nella scienza e nella filosofia. È un po’ come se il famoso diavoletto di Cartesio, quello che faceva apparire la realtà come un inganno, avesse avuto la meglio. Si pensi alla famosa cultura del sospetto, quella che Paul Ricoeur fa risalire a Marx, Nietzsche e Freud, ma si pensi anche al cubismo di un Picasso, oppure allo sviluppo della tecnologia, grazie alla quale l’uomo si sente sempre più “padrone” e la realtà gli resiste sempre di meno, riducendosi a semplice “gioco linguistico“. Il reale diventa insomma l’immagine che ce ne facciamo, perde consistenza in sé e si identifica con le sue riproduzioni.
L’avvento della rete ha dato a questa tendenza la spinta decisiva. Come ha mostrato Adriano Fabris nel suo bel libro La filosofia nell’epoca dell’intelligenza artificiale, ormai chi più chi meno siamo tutti immersi in uno spazio ibrido fatto di reale e virtuale, online e offline, che però, proprio perché il reale si identifica ormai con l’immagine che ne abbiamo, finisce per determinare una sorta di indifferenza tra i due livelli. Di qui anche una certa tendenza a confondere l’umano con l’artificiale.
Post-verità e guerra civile del discorso pubblico
Complementare alla distruzione della realtà, e siamo alla terza sfida, c’è la distruzione della verità. Altro tema non certo nato oggi, ma assai urticante già ai tempi di Platone e della sofistica. Sta di fatto che nella seconda metà del secolo scorso il pensiero cosiddetto post-moderno lo ha relegato tra le anticaglie, e una decina d’anni fa l’Oxford Dictionary ha proclamato solennemente la parola Post-Truth come parola dell’anno. Non la faccio troppo lunga, ma a darle il colpo di grazia ci hanno pensato i social e tutto ciò che appartiene al virtuale. Sono arrivati i “fatti alternativi” come strumento di propaganda politica sempre più diffuso, un discorso vale l’altro e il dibattito pubblico si trasforma in quella che Giacomo Leopardi duecento anni fa definì “una pura e continua guerra senza tregua, senza trattati e senza speranza di quartiere”; una “guerra civile condotta con altri mezzi”, avrebbe detto MacIntyre. Per non dire degli inquietanti scenari che si profilano con l’uso dell’intelligenza artificiale a fini di controllo politico.
Ritrovare il senso: la sfida è antropologica, non tecnologica
Urge insomma una scossa antropologica. Si parla molto di etica dell’intelligenza artificiale. Ma se perdiamo il senso della realtà e della verità, anche l’etica va a farsi benedire. Come dice Gomes Davila, uno dei più grandi scrittori d’aforismi del secolo scorso, “I permessi sono risibili quando i significati si annullano”. L’alternativa alla realtà e alla verità è dunque l’assoluto non senso, la cui esperienza è fatta oggi, non dai filosofi che allegramente lo teorizzano, ma da quelle persone, specialmente i giovani, che tragicamente lo subiscono, e insieme sentono un gran desiderio uscirne fuori, forse perché non si rassegnano a prenderlo per l’ultima parola. Di questo non senso non possiamo incolpare il digitale e l’intelligenza artificiale. Ricominciamo a pensare seriamente a noi stessi e il resto, anche questa è una citazione evangelica, ci verrà dato in sovrappiù.












