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Cloud europeo, i rischi della dipendenza dagli hyperscaler extra-UE



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La sovranità digitale sta diventando una priorità concreta per imprese e pubbliche amministrazioni europee. Tra cloud ibrido, open source e investimenti su competenze e ricerca, la sfida è ridurre le dipendenze esterne e costruire un modello più equilibrato, resiliente e sostenibile

Pubblicato il 2 apr 2026

Giulio Covassi

CEO di Kiratech e KrateoPlatformOps



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Che il mercato europeo del cloud oggi sia dominato per oltre il 70% da hyperscaler extra-UE non è più una notizia, mentre che la sovranità digitale stia rapidamente passando da miraggio politico a priorità operativa per imprese e pubbliche amministrazioni, lo è senz’altro.

La posta in gioco non è soltanto la localizzazione del dato, ma la capacità di esercitare un controllo bilanciato con i grandi player ed equilibrato su infrastrutture, piattaforme e modelli di costo in un contesto nel quale all’idea della competizione si sta assommando positivamente quella della collaborazione; ne è un esempio capofila la Declaration for European Digital Sovereignty siglata dall’Italia insieme ad altri Paesi europei a Berlino lo scorso novembre.

Sovranità digitale tra fondi europei e strategia industriale

Il rafforzamento della sovranità digitale si inserisce in un perimetro di iniziative continentali come IPCEI Infrastrutture e Servizi Cloud (CIS) e dei programmi di finanziamento alla ricerca e innovazione promossi dall’Unione Europea, tra cui Horizon Europe. IPCEI CIS, in particolare, include non solo una mole importante di finanziamenti (autorizzati circa 1,2 mld a livello europeo fino al 2031, e 450 mln a livello italiano) ma anche una sfida di direzione che si vuole avvantaggiare immettendo risorse e stimolando programmi di ricerca specifici.

Dunque, un’iniziativa europea-nazionale (in Italia il MIMIT è soggetto attuatore) che mira a costruire il primo ecosistema per l’elaborazione dati interoperabile e totalmente accessibile, il continuum multiprovider cloud to edge, attraverso un sostegno trasversale a innovazione e transizione digitale.

In questo quadro, investire in architetture interoperabili e nello sviluppo di competenze interne – dal platform engineering al FinOps – diventa un fattore abilitante non solo per l’accesso a fondi pubblici, ma anche per la costruzione di un vantaggio competitivo sostenibile.

Open source e cloud-native per una sovranità digitale più concreta

Determinante, in questa transizione, è l’adozione di tecnologie open source e di modelli cloud-native basati sulla containerizzazione delle applicazioni. Piattaforme come Docker e sistemi di orchestrazione quali Kubernetes permettono infatti di disaccoppiare il software dall’infrastruttura sottostante, abilitando la portabilità dei workload tra ambienti on-premise, cloud pubblici e provider europei alternativi.

Questa è una prospettiva che apre a una riformulazione di modello di governance del dato, con soluzioni mix&match al 50-50, che ne garantirebbero un’attuazione equilibrata. Ne derivano nuove opzioni strategiche, dalla cloud repatriation, riportando localmente workload critici oggi ospitati da player internazionali, al disaster recovery multi-provider, fino all’ottimizzazione dinamica dei costi operativi.

Regole, tempi europei e rischio di dipendenza nel mercato cloud

Sebbene si parli di una zona di incontro tra tecnologie la cui caratteristica superficiale è l’impalpabilità, l’elemento geografico sta sempre più recuperando una sua necessaria zona di applicazione, dovuta al fatto che l’aspetto normativo e legislativo rispondano a emisferi più frammentari e diversificati di quelli del virtuale come spazio aperto.

Di qui, la nostra tradizione normativa italiana ed europea, fanno sì che uno sbilanciamento così forte nel mercato cloud metta a rischio in primis diritti e in secondo luogo affievolisca l’attrattività industriale e finanziaria; e in tal senso non è un caso che i mercati stiano cominciando a prezzare la dipendenza digitale. Indubbiamente, un problema che interessa in senso stretto la frammentarietà legislativa europea, la cui natura sovranazionale è un elemento sì di forza ma anche sinonimo di lentezza e rigidità.

Ad ora, la media complessiva per vari atti europei è stata di oltre due anni dal primo testo alla pubblicazione (da uno studio Clifford Chance, How Long is the EU Legislative Process). Tempistiche che sono fuori dal tempo, se si tiene conto della rapidità con la quale si mutano gli scenari in materia di innovazione.

Cloud ibrido e sovranità digitale come risposta pragmatica

In questo scenario, il paradigma del cloud ibrido si potrebbe consolidare come risposta pragmatica alla crescente esigenza di autonomia.

La separazione tra workload critici, tenendo conto anche di quelli soggetti a vincoli stringenti come il GDPR e NIS2, e carichi meno sensibili consente alle organizzazioni di mantenere il presidio sui dati strategici, riducendo al contempo l’esposizione a normative extraterritoriali e ai rischi di vendor lock-in. Una scelta che assume rilievo anche alla luce degli aumenti, in alcuni casi significativi, dei costi di licensing associati a stack proprietari.

La “soluzione” open source favorisce anche un’evoluzione culturale e organizzativa, la cui importanza è sovente dimenticata. La partecipazione a community, la condivisione di best practice e la possibilità di contribuire attivamente allo sviluppo di progetti critici rafforzano le competenze interne e riducono la dipendenza da roadmap imposte dall’esterno dando avvio a spirali positive per un intero sistema, qualunque esso sia. In un contesto in cui la resilienza digitale è diventata un fattore competitivo e geopolitico, il connubio tra cloud ibrido e open source si configura non solo come scelta tecnica, ma come opzione strategica orientata a garantire controllo, trasparenza e sostenibilità nel tempo.

Formazione, ricerca e competenze per la sovranità digitale

L’aspetto della formazione e la creazione di un know-how è un elemento di medio-lungo termine imprescindibile quando si parla di sovranità; sviluppare e mantenere internamente le tecnologie valorizza il territorio, rafforza le competenze e aiuta a ridurre la dipendenza da software esterni, ponendosi in una relazione di alleanza e di accrescimento reciproco. Nel Piano Triennale della Ricerca 2026-2028, appena pubblicato dal MUR, vengono stanziati 1,2 mld di euro; segnale incoraggiante soprattutto per l’attenzione dedicata al comparto innovativo e tecnologico. La cooperazione scientifica europea, attraverso strumenti e iniziative come l’European Research Area (ERA) rappresenta un ulteriore passaggio di natura scientifica mirato alla costituzione di un mercato unico della ricerca e dell’innovazione tecnologica: lo Schengen delle idee. Sul piano nazionale, ad esempio, si possono favorire o implementare i già esistenti centri di competenza nazionali cosicché lavorino su progetti open source, contribuendo alla creazione di valore economico e occupazionale; in stretta collaborazione con le realtà accademiche del territorio.

Sovranità digitale come evoluzione del modello cloud

Lungi dal rappresentare un’alternativa ideologica al cloud globale, la sovranità digitale si configura così come un’evoluzione: un modello architetturale orientato alla capacità di adattamento in un’economia data-driven.

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