Investimenti record, boom della domanda globale di banda larga e giganti del tech che si confermano come protagonisti indiscussi del mercato. Il 2026 si presenta come un anno di svolta per il settore dei cavi sottomarini, con un ciclo di nuovi progetti senza precedenti: circa quaranta nuovi sistemi di cavi in fase di completamento o attivazione, per un valore complessivo che si stima possa superare i 6 miliardi di dollari nell’anno e oltre 14 miliardi nel triennio 2025-2027.
Il rapporto State of the Network 2026 di TeleGeography, l’agenzia di ricerca che dal 1989 monitora il mercato globale delle telecomunicazioni, fotografa un settore in piena trasformazione: investimenti ai livelli più alti dal boom di internet del 2000-2001 e nuovi attori che ridisegnano la proprietà delle reti.
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La svolta del settore: la pipeline post-pandemia arriva a maturazione
Ci sono momenti nella storia di un’industria in cui l’ago della bilancia si sposta in modo netto. Per i cavi sottomarini in fibra ottica quel momento è arrivato. Negli ultimi nove anni gli investimenti si sono attestati intorno ai due miliardi annui, ma ora la curva è salita bruscamente, risultato di una pipeline di progetti che si è gonfiata negli anni della pandemia e che arriva a maturazione, trainata soprattutto dall’attivismo di Google, Meta e altri grandi hyperscalers americani.
La domanda globale di banda si è triplicata in quattro anni
Una crescita sostenuta dall’incremento della domanda internazionale di banda, che nel periodo 2020-2024 si è triplicata, passando da circa 2.100 Tbps a oltre 6.400 Tbps, con un tasso di crescita composto annuo del 32%. La velocità di crescita è leggermente rallentata, dal 45% annuo del 2020 al 29% del 2024, ma l’accumulo assoluto rimane imponente. I dati del 2025 hanno segnato un ulteriore aumento del 23%, portando la banda globale a un totale di 1.835 Terabit per secondo. L’Africa, partendo da condizioni svantaggiate, è il continente che ha registrato l’incremento più significativo con un tasso composto del 38% tra il 2021 e il 2025, seguita dal Medio Oriente con il 27%.
Transpacifico in testa: ecco dove si concentrano gli investimenti 2025-2027
La lettura per aree geografiche degli investimenti e dei progetti offre spunti interessanti: nel triennio 2022-2024 le rotte intra-asiatiche hanno ricevuto il volume maggiore di investimenti con circa 1,2 miliardi di dollari in nuovi cavi, mentre le rotte latinoamericane sono quelle che hanno attirato meno interesse da parte degli operatori, con circa 200 milioni di dollari. Guardando al futuro, da qui al 2027 il quadro cambia radicalmente. Il corridoio transpacifico sarà di gran lunga quello al centro dell’attenzione, con oltre tre miliardi di dollari in nuovi sistemi.
Seguono le rotte intra-asiatiche, poi l’asse Europa-Asia, la regione dell’Oceania (storicamente poco servita) e l’Atlantico. Persino l’America Latina, penalizzata negli anni precedenti, vedrà una crescita significativa rispetto al triennio precedente.
Dal consorzio telefonico al gigante tech: chi decide dove posare i cavi
In questa corsa senza freni, uno dei principali elementi che emerge dall’analisi è il consolidamento del potere degli hyperscalers. Per decenni, i cavi sottomarini sono stati il territorio dei grandi operatori di telecomunicazione: AT&T, BT, France Telecom o i consorzi internazionali che mettevano in comune capitali e rischi per posare sistemi da centinaia di milioni di dollari. Quel mondo non esiste più, o meglio convive con una realtà completamente diversa.
Nel 2024 le reti dei cosiddetti content and cloud provider – Google, Meta, Microsoft e Amazon – hanno assorbito quasi tre quarti di tutta la domanda di banda internazionale a livello globale. Sulle grandi rotte transoceaniche la quota supera l’80%. Solo dieci anni prima, nel 2016, erano i provider tradizionali a fare la parte del leone. Il rovesciamento è avvenuto in pochissimo tempo e appare irreversibile.
Google e Meta annunciano progetti faraonici per cingere il globo di fibra
Questo cambiamento non è solo una statistica di traffico: ha trasformato chi decide dove costruire i cavi, con quali caratteristiche tecniche, e soprattutto chi li possiede. La conseguenza è una concentrazione del potere infrastrutturale nelle mani delle Big Tech statunitensi che dominano il mercato anche con progetti faraonici, impensabili fino a qualche anno fa per livello di investimenti e complessità di realizzazione.
Google ha annunciato la Pacific Connect Initiative, un sistema articolato di cavi che attraverserà l’oceano Pacifico con un investimento superiore al miliardo di dollari. Meta ha presentato il Project Waterworth, un ambizioso sistema di oltre 50mila chilometri per cingere il globo con dorsali digitali che raggiungono Africa, America Latina e Asia.
Perché i prezzi non crollano nonostante il boom di nuova capacità
A fronte di un boom di investimenti e di un numero record di nuovi sistemi, ci si aspetterebbe un crollo dei prezzi per l’accesso alla capacità internazionale. La realtà è più articolata e la spiegazione rivela molto sulla struttura del mercato. TeleGeography registra un calo medio dell’11% annuo per le connessioni a 100 Gbps sulle principali rotte globali tra il 2021 e il 2024. Una tendenza al ribasso, ma non quel crollo dei prezzi che alcuni analisti si attendevano.
Anche dove nuovi cavi arrivano, i prezzi non scendono come in un mercato tradizionale, perché una parte crescente dei nuovi sistemi non è destinata al mercato wholesale. Molti hyperscalers costruiscono cavi per proprio “uso interno”: ottimizzazione dei data center, ridondanza, gestione dinamica del traffico AI tra infrastrutture distribuite. Tendono a non immettere quella capacità sul mercato wholesale, ma spesso la cedono selettivamente tramite accordi riservati a lungo termine. Il risultato è che la capacità di banda, pur crescendo in valore assoluto, non diventa necessariamente più accessibile per tutti.
I cavi seguono i data center: la nuova logica energetica delle reti
Il report di TeleGeography sottolinea anche che il ruolo predominante degli hyperscalers sta trasformando la logica di progettazione delle reti, sempre più basata su collegamenti tra data center, che a loro volta vengono distribuiti in base alla disponibilità di energia. La conseguenza è che i cavi sottomarini collegano data center tra loro, in una rete globale dove la banda serve a portare capacità di calcolo dove c’è energia a basso costo.
Questa dinamica ha implicazioni dirette per la distribuzione geografica degli investimenti: le aree con abbondanza di energia a basso prezzo, disponibilità di rinnovabili o climi adatti al raffreddamento naturale diventano potenziali hub non solo per l’espansione dei data center, ma anche per la realizzazione di punti di atterraggio per nuovi cavi in fibra ottica.
La mappa digitale si ridisegna: chi non offre energia rischia di restare alla periferia
In questo contesto uno dei probabili effetti sarà l’emergere di nuovi centri digitali in aree geografiche che fino a ieri erano considerate periferiche. Il risultato di questa logica circolare — dove atterrano cavi, crescono data center; dove crescono data center, arrivano nuovi cavi — sarà una mappa digitale globale più distribuita e policentrica rispetto a quella attuale. I nuovi hub emergeranno dove la combinazione di energia, infrastrutture e governance sarà più favorevole agli investitori e i Paesi che non saranno in grado di offrire queste condizioni rischieranno di ritrovarsi a essere solo un punto di transito.












