la protesta

Se l’UE cede sulle regole digitali per coccolare Trump



Indirizzo copiato

Si apre un nuovo dialogo tra Bruxelles e Washington sulle regole digitali DSA e DMA. La società civile teme che l’apertura di un canale dedicato con gli Stati Uniti indebolisca autonomia europea, enforcement e credibilità politica dell’Unione

Pubblicato il 9 apr 2026

Tania Orrù

Data Protection, Compliance & Digital Governance Advisor



regole UE USA
AI Questions Icon
Chiedi all'AI
Riassumi questo articolo
Approfondisci con altre fonti

Il primo aprile 2026 la Commissione europea ha confermato di stare discutendo con gli Stati Uniti l’apertura di un nuovo dialogo su tecnologie e mercati digitali, presentato come uno strumento per rafforzare la cooperazione e “chiarire malintesi”.

Se l’UE cede sulle regole digitali per fare un favore agli USA

Una mossa che è passata inosservata a molti. Tradotto: gli Usa continuano a premono contro le regole europee sulle piattaforme e la Ue sempre più sempre disposta a cedere.

Un nuovo approccio che ha provocato la reazione della società civile e delle organizzazioni per i diritti digitali.

Nel mirino ci sono le tre norme pilastro per la regolazione digitale.

Il Digital Markets Act che è in vigore dal 1° novembre 2022 ed è applicabile dal 2 maggio 2023; il Digital Services Act è applicabile dal 17 febbraio 2024; l’AI Act è entrato in vigore il 1° agosto 2024, con applicazione progressiva delle sue disposizioni.

Il punto qui è chi decide davvero come queste regole vengono applicate e con quale grado di autonomia politica.

La dichiarazione No Privileged US Access To Europe’s Tech Law Oversight

Se Bruxelles apre un canale riservato con gli Stati Uniti su DSA, DMA, AI Act e GDPR proprio mentre Washington alza il livello dello scontro contro queste regole, il rischio è quello di una pressione esterna sull’applicazione del diritto europeo.

Di qui la protesta.

La dichiarazione No Privileged US Access To Europe’s Tech Law Oversight è stata sottoscritta da un ampio gruppo di organizzazioni europee della società civile, tra cui membri della rete EDRi, ed è costruita precisamente attorno al fatto politico emerso il giorno prima: la conferma pubblica, da parte della Commissione, dell’intenzione di avviare un dialogo con gli Stati Uniti su tecnologie e mercati digitali. Nel testo, le organizzazioni sostengono che concedere a Washington un accesso privilegiato all’oversight europeo sulle leggi tecnologiche sarebbe non solo un errore politico, ma anche qualcosa di “legally questionable”, perché offrirebbe nuove occasioni di influenza a soggetti già fortissimi sul piano economico e diplomatico.

Con questo intervento collettivo si chiede alla Commissione europea di fermarsi rispetto all’idea di aprire un nuovo canale con il governo statunitense sull’applicazione delle leggi digitali europee. Il motivo è che questa iniziativa finirebbe per mettere in discussione autonomia normativa, stato di diritto e capacità dell’Unione di far rispettare le proprie regole secondo criteri propri.

La visione e la posizione espressa nel documento è lucida e concisa e rappresenta la presa d’atto di un clima politico già mutato.

La stessa dichiarazione richiama il fatto che il 1° aprile 2026 la Commissione ha confermato pubblicamente l’intenzione di aprire un dialogo per rafforzare la cooperazione su tecnologie e mercati digitali e per chiarire i malintesi, mentre dagli Stati Uniti arrivano prese di posizione sempre più aggressive contro l’impianto regolatorio europeo. In altre parole: il “dialogo” contestato non è un’ipotesi teorica evocata dalla società civile, ma una prospettiva già ammessa dalla Commissione stessa.

La cooperazione tra alleati su standard tecnici, sicurezza delle reti o ricerca è un tema legittimo e di buon senso; diverso è aprire un canale politico su norme che l’Unione ha già approvato, che sono in vigore e che dovrebbero essere applicate dalle autorità europee senza condizionamenti esterni.

Si tratterebbe di un canale che nasce mentre Washington attacca il DSA e il DMA come strumenti ostili verso le Big Tech e mentre Donald Trump lega apertamente la regolazione digitale europea alla minaccia di ritorsioni commerciali. In un contesto simile, il “dialogo” rischia di essere il possibile ingresso di una pressione straniera dentro il cuore dell’enforcement europeo.

La pressione americana su regole UE e la risposta della società civile

Nel medesimo quadro si deve leggere anche la recente visita in Ungheria del vicepresidente statunitense JD Vance, arrivato a Budapest a pochi giorni dal voto per sostenere Viktor Orbán e attaccare apertamente Bruxelles. Diversi resoconti internazionali hanno descritto quel viaggio come un intervento politico eccezionalmente esplicito a favore del governo ungherese, accompagnato da accuse americane di ingerenza rivolte proprio all’Unione europea.

Vance ha accusato l’Unione europea di interferire nel processo democratico ungherese, arrivando però a intervenire egli stesso in modo diretto nella campagna elettorale a favore del governo in carica.

Mentre Washington critica le regole europee e ne contesta l’applicazione, entra anche nello spazio politico interno dell’Unione sostenendo leader apertamente ostili a Bruxelles.

È difficile non vedere, in questa sovrapposizione, un segnale coerente con quanto denunciato dalla società civile: la pressione riguarda le norme e, con loro, l’intero equilibrio europeo che quelle norme cercano di sostenere.

La rete EDRi e le iniziative della società civile sulla regolazione digitale

Nel corso degli anni EDRi ha svolto un ruolo di coordinamento tra società civile e istituzioni europee, diventando uno dei principali interlocutori nel dibattito su GDPR, DSA, DMA e AI Act.

Negli ultimi anni ha inoltre promosso diverse iniziative analoghe. Nel novembre 2025, insieme alla campagna People vs Big Tech e ad altre organizzazioni, ha sostenuto una presa di posizione di ampia coalizione contro il cosiddetto Digital Omnibus, denunciando il rischio di un indebolimento delle principali normative europee su dati, piattaforme e intelligenza artificiale. Nel 2024, una coalizione di 41 organizzazioni della società civile ha chiesto maggiore trasparenza e un coinvolgimento più strutturato del pubblico nell’elaborazione e nell’attuazione delle politiche tecnologiche. Più recentemente, il 6 febbraio 2026, EDRi ha pubblicato una dichiarazione di solidarietà verso membri e alleati sottoposti a pressioni per il loro lavoro sulla regolazione delle piattaforme e sull’applicazione del DSA.

Il documento del 2 aprile si colloca quindi all’interno di una linea di intervento ormai consolidata, centrata sulla difesa dell’impianto normativo europeo e sull’attenzione alle modalità con cui queste regole vengono applicate.

Perché il dialogo UE-USA su DSA e DMA pesa sull’enforcement

La stagione in cui Bruxelles doveva ancora decidere se dotarsi di strumenti seri contro il potere delle piattaforme è ormai finita da tempo.

Il Digital Services Act è legge dell’Unione ed è applicabile dal febbraio 2024; il Digital Markets Act è in vigore e la Commissione è il soggetto che ne assicura l’applicazione centrale; il GDPR resta il cardine della protezione dei dati e l’AI Act è entrato nel diritto dell’Unione come primo grande intervento organico sull’intelligenza artificiale. Non stiamo parlando di bozze, orientamenti o linee guida ma di diritto positivo europeo.

È ormai assodato che l’Europa possa legiferare; influenzare però il modo in cui quelle norme verranno lette, dosate, rallentate, ammorbidite, piegate in sede applicativa, è un terreno molto delicato. Mentre la legge si approva in pubblico, l’enforcement, molto spesso, si consuma in interlocuzioni tecniche, richieste di chiarimenti, procedure di compliance, scambi riservati, impegni correttivi, incontri con funzionari e uffici legali delle imprese.

La dichiarazione della società civile coglie con precisione questo passaggio e lo denuncia per quello che è, cioè il tentativo di ottenere un accesso privilegiato alla zona in cui il diritto prende davvero corpo, non certo uno scambio di idee in un confronto accademico. È proprio nell’enforcement che una norma resta viva oppure viene svuotata; che si decide se il DSA sarà una disciplina capace di incidere sulle piattaforme oppure una cornice piena di promesse e povera di effetti. Ed è sempre lì che si decide se il DMA può alterare la condotta dei gatekeeper oppure trasformarsi nell’ennesimo grande testo europeo destinato a infrangersi contro tempi lunghi, compromessi opachi e pazienza infinita concessa ai colossi digitali.

Le regole europee difendono un’idea di spazio pubblico

Un altro merito del documento del 2 aprile è quello di rimettere insieme ciò che troppo spesso viene separato. DSA, DMA, AI Act e GDPR non sono infatti quattro pratiche amministrative da smistare in uffici diversi, bensì quattro parti di una stessa scelta politica europea, cioè sottrarre una quota di potere alle piattaforme private e ricondurla dentro un quadro di regole pubbliche, diritti e controlli.

Il DSA interviene sulla responsabilità delle piattaforme, sulla trasparenza, sull’accesso ai dati per la ricerca, sui rischi legati alla disinformazione e alla manipolazione del dibattito pubblico. Il DMA interviene sul potere economico dei gatekeeper, con l’obiettivo dichiarato di rendere i mercati digitali più equi e più aperti. Il GDPR ha affermato che i dati personali non sono una materia prima di cui le imprese possano disporre senza limiti. L’AI Act, pur con tutti gli interrogativi sulla sua attuazione futura, tenta di mettere un argine all’idea che l’innovazione basti da sola a giustificare qualunque uso dell’intelligenza artificiale.

Queste regole, oltre che a correggere il mercato, servono a proteggere il discorso pubblico, la libertà di scelta degli utenti, la contendibilità degli ecosistemi digitali, la possibilità per i cittadini europei di non essere trattati come pura materia “estraibile”.

Il diritto tecnologico europeo non può essere liquidato come un capriccio regolatorio, perché è il tentativo, anche se ancora incompleto, di dire che il continente non accetta di lasciare a poche imprese statunitensi la disciplina di fatti che riguardano informazione, concorrenza, dati, accesso e perfino condizioni della discussione democratica.

Le organizzazioni firmatarie scelgono un lessico netto, quasi duro, per parlare di punti fondamentali quali sovranità, stato di diritto, indipendenza: quando il tema è chi abbia il diritto di applicare norme europee sul territorio europeo nei confronti di imprese che operano nel mercato europeo, il linguaggio non può che essere diretto.

È impossibile non notare come negli ultimi mesi anche la parola “semplificazione” sia diventata il passepartout con cui Bruxelles prova a rendere accettabile qualcosa che somiglia di più ad un arretramento.

Si dichiara di voler tagliare burocrazia, velocizzare procedure, aiutare la competitività europea, tutti punti importanti e necessari; il problema nasce però quando la semplificazione smette di colpire gli adempimenti inutili, per iniziare a modificare le regole che limitano il potere delle piattaforme. La Commissione, del resto, ha già presentato nel 2025 un pacchetto di semplificazione digitale che ha riaperto il dibattito sul rischio di un indebolimento delle tutele esistenti.

In quel momento siamo davanti a una scelta politica, vale a dire ridurre la capacità dell’Unione di far valere DSA, DMA, AI Act e GDPR proprio mentre le grandi imprese digitali chiedono meno controlli e più margine.

La società civile mette anche questo sul tavolo, senza girarci intorno: dietro il linguaggio rassicurante della semplificazione può passare un indebolimento silenzioso dell’enforcement, senza voto pubblico e senza che nessuno si assuma la responsabilità di dichiararlo apertamente.

Regole europee, Big Tech e tenuta istituzionale

C’è poi una parte del documento che merita attenzione perché mette il dito in una contraddizione assai poco discussa.

Le piattaforme non sono escluse dall’interlocuzione con le autorità europee, in quanto le norme prevedono già procedure, incontri, scambi continui e occasioni in cui gli operatori regolati possono esporre le proprie posizioni, produrre documenti, cercare soluzioni di conformità, interagire con la Commissione.

Nel caso del DMA, la Commissione chiarisce nei propri materiali ufficiali di essere il soggetto che interpreta e fa applicare il regolamento, e descrive espressamente un’attività continua di regulatory dialogue con i gatekeeper, con procedimenti di specificazione, consultazioni e valutazioni di compliance. La stessa società civile osserva che, mentre per le imprese esistono già molti canali di interlocuzione, il pubblico ha uno spazio assai più limitato; e sul DMA una parte rilevante del lavoro continua a svolgersi dietro porte chiuse.

Ci si chiede dunque perché si voglia creare un ulteriore canale nei confronti del governo del Paese da cui provengono quasi tutti i grandi destinatari delle norme digitali europee. La società civile dichiara di non comprendere in che modo un nuovo “dialogo” con Washington aumenterebbe la qualità dell’enforcement europeo, quale vuoto andrebbe a colmare e quale interesse pubblico europeo proteggerebbe più di quanto già facciano le procedure esistenti.

Sinora non si sono rintracciate risposte convincenti a questi dubbi e la dichiarazione rovescia il quadro: siamo davanti a un “eccesso di accesso” da parte di soggetti già forti. Con un’aggravante: mentre i grandi operatori privati hanno molti canali per far valere le proprie ragioni, il pubblico dispone di spazi assai più ridotti.

Bruxelles ama raccontarsi come il luogo del diritto contro l’arbitrio delle piattaforme e talvolta lo è davvero; tuttavia, quando la fase applicativa si svolge in stanze alle quali i cittadini non hanno accesso, e nelle quali i giganti regolati conservano una presenza continua e ben organizzata, il problema non è soltanto esterno. Riguarda anche il modo in cui l’Unione concepisce la legittimazione del proprio potere regolatorio.

Il profilo giuridico che Bruxelles farebbe bene a non sottovalutare

Le organizzazioni firmatarie dicono che un accesso privilegiato degli Stati Uniti all’oversight europeo sarebbe anche “legally questionable”, un’espressione sobria ma con un significato pesante.

Quando si entra nel terreno dell’enforcement, diventano centrali imparzialità, indipendenza, correttezza procedurale, parità di trattamento. Se un governo straniero acquisisce un canale specifico e dedicato per incidere, direttamente o indirettamente, sul modo in cui la Commissione interpreta e applica norme che colpiscono imprese di quel medesimo Paese, il problema, oltre che di opportunità politica, è anche di tenuta istituzionale.

Nel diritto dell’Unione, l’indipendenza delle autorità è una garanzia sostanziale, in quanto serve a evitare che la forza economica o diplomatica dei destinatari della norma si trasformi in un correttivo informale della norma stessa. Per questa ragione l’idea di aprire un “dialogo” con Washington sull’applicazione di DSA, DMA, AI Act e GDPR non può essere liquidata come un semplice gesto di distensione. Se fosse così sarebbe inutile; se invece producesse degli effetti, occorrerebbe chiedersi su quali basi, con quale trasparenza e con quali limiti.

Al momento la Commissione non ha offerto spiegazioni tali da fugare il sospetto che la scelta nasca soprattutto dall’esigenza di contenere il conflitto politico con gli Stati Uniti. Certo è che placare un alleato irritato non è un criterio giuridico, né può diventare il metro con cui si misura il rigore dell’enforcement europeo.

Dietro la cortesia diplomatica si intravede una richiesta di indulgenza

Nel linguaggio pubblico di Bruxelles, “clarify misunderstandings” suona rassicurante e fa sembrare che la tensione dipenda quasi da un difetto comunicativo e che il problema sia il fatto che Washington non avrebbe ben compreso il DSA o il DMA. Questa lettura trasforma un conflitto politico in un equivoco, quando invece da mesi si accumulano critiche ben precise, campagne politiche, audizioni americane contro il DSA e minacce tariffarie che difficilmente si possono ridurre a un malinteso semantico.

In realtà gli Stati Uniti contestano l’impianto europeo perché colpisce interessi economici e politici molto rilevanti, quasi tutti statunitensi. Chiamare tutto questo “misunderstanding” svolge però una funzione precisa, cioè abbassare il livello di guardia europeo, trasformare una pressione intenzionale in una divergenza fra partner, portare il conflitto fuori dal terreno del diritto e dentro quello della gestione diplomatica.

Così, al posto di chiedere di cancellare la norma, si domanda piuttosto di applicarla con “equilibrio”, “proporzionalità”, “pragmatismo”, “attenzione al contesto internazionale”. Si utilizza cioè il lessico con cui spesso si prepara il ridimensionamento di una regola senza assumersene apertamente la responsabilità politica.

Che cosa implica il dialogo UE-USA su DSA e DMA per Bruxelles

Bruxelles ama la postura del legislatore forte e produce testi ampi, ambiziosi, capaci di incidere nel dibattito mondiale. Il cosiddetto “Brussels effect”, del resto, si è costruito facendo dell’Unione un centro di gravità normativa anche per soggetti che non si trovano nel suo territorio. L’autorità di un legislatore si misura però, alla fine, valutando se viene applicato davvero ciò che si scrive, oppure si usa il diritto europeo come moneta di scambio quando la pressione sale.

Se l’Unione apre un canale riservato proprio mentre Washington alza la voce e difende i propri campioni digitali, manda un messaggio chiaro: il testo della legge non è l’ultima parola e l’enforcement europeo può essere riportato nell’orbita della trattativa politica. Dice poi ai cittadini che la durezza delle norme vale finché non costa troppo sul piano geopolitico.

La società civile sta avvertendo che questa “resa” sarebbe un errore grave e difficile da mascherare, perché andrebbe a colpire il punto più sensibile della credibilità europea: la distanza tra la solennità delle sue dichiarazioni pubbliche e la concretezza delle sue decisioni quando entrano in gioco i rapporti di forza.

La società civile chiede più trasparenza e coraggio a Bruxelles

La conclusione del documento del 2 aprile è lineare: fermare il progetto di nuovo dialogo con il governo statunitense e rafforzare invece l’applicazione delle norme già esistenti, aumentando la trasparenza. Una richiesta ragionevole e lucida, che costringe la Commissione a scegliere se stare dalla parte del proprio ruolo oppure dalla parte della propria prudenza.

Ciò che si chiede a Bruxelles è più trasparenza e più rigore.

Più trasparenza significa spiegare meglio i criteri con cui si conducono le indagini, rendere più leggibili le interlocuzioni che incidono sui percorsi di conformità, aprire l’enforcement al controllo pubblico, evitare che il diritto europeo venga riscritto di fatto in sedi accessibili solo a governi potenti e uffici legali ben retribuiti.

Più rigore significa non trattare DSA, DMA, AI Act e GDPR come simboli da esibire inizialmente e strumenti da attenuare poi, non appena diventano scomodi.

L’Europa ha naturalmente tutto il diritto di dialogare con gli Stati Uniti, ma non ha alcun dovere di concedere loro un corridoio preferenziale sull’applicazione del diritto dell’Unione. Su questo punto la società civile europea ha colto il bersaglio con una formula che Bruxelles dovrebbe prendere sul serio: no privileged access.

Nessuna ostilità verso l’alleato americano, ma la difesa del rispetto verso il diritto europeo.

Se l’autonomia normativa viene negoziata nel momento dell’enforcement si perde una dose di fermezza politica e, soprattutto, parte dell’idea stessa di Europa come ordinamento capace di valere anche davanti ai più forti.

guest

0 Commenti
Più recenti
Più votati
Inline Feedback
Vedi tutti i commenti

Articoli correlati

0
Lascia un commento, la tua opinione conta.x