Il 10 aprile 2026 Invitalia ha pubblicato il bando del Fondo Nazionale Connettività. Le domande vanno presentate entro l’11 maggio. Meno di un mese. Dietro alle formalità del bando si comprendono molti degli errori commessi nel tempo dalla politica nello sviluppo della connettività nel nostro Paese.
Il Fondo Nazionale Connettività mette in campo oltre 712 milioni di euro ripartiti su sette lotti geografici nazionali, ciascuno corrispondente a una macro-area del Paese.
Obiettivo coprire 1,8 milioni di civici restati scoperti dai ritardi dei piani pubblici banda ultra larga.
Il lotto più consistente in termini economici è quello che copre Friuli-Venezia Giulia, Trentino-Alto Adige e Veneto, con 135,8 milioni di euro e 71.069 civici obbligatori da collegare: il numero più alto tra tutti i lotti. In totale, i civici “obbligatori” (quelli che i beneficiari devono collegare come condizione minima per accedere al contributo) sono 402.896 su tutto il territorio nazionale.
L’obiettivo è portare connettività ad almeno 1 Gbit/s in download e 200 Mbit/s in upload in ogni civico servito, misurati nelle ore di picco del traffico. Non si tratta di velocità di punta pubblicizzate dal marketing, ma di una prestazione che la rete deve essere in grado di garantire realmente quando il carico è più alto, una distinzione tutt’altro che irrilevante.
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Come funziona il Fondo nazionale connettività
Il contributo pubblico può coprire fino al 70% delle spese ammissibili, con il restante 30% che rimane a carico del soggetto beneficiario, che deve presentare un piano economico-finanziario credibile a supporto della propria offerta. I lavori devono essere completati entro il 30 giugno 2030. Invitalia gestirà la procedura come implementing partner, in continuità con quanto stabilito dall’accordo attuativo firmato a febbraio con il Dipartimento per la Trasformazione Digitale.
I sette lotti geografici seguono logiche di equilibrio territoriale: dalla Toscana divisa in due parti, alle aree del Nord-Est aggregate, fino al Mezzogiorno accorpato in un unico lotto che comprende Basilicata, Campania, Puglia, Calabria e Sicilia, con 107 milioni di euro e quasi 62.000 civici obbligatori. I concorrenti possono partecipare a uno, più o tutti i lotti, con l’obbligo di presentarsi sempre nella medesima forma, singola o associata, e con la stessa composizione societaria. Ciascuno potrà aggiudicarsi uno o più lotti, nei limiti del proprio fatturato globale complessivo nei migliori tre dei cinque anni precedenti. Il processo di aggiudicazione parte dal lotto di maggior valore, scorrendo in ordine decrescente: un meccanismo pensato per preservare la consistenza finanziaria dei beneficiari ed evitare sovra-aggiudicazioni che si traducono poi in inadempimenti. Il diavolo, però, sta sempre nei dettagli.
I numeri del Fondo nazionale connettività e dei civici ammissibili
Il bando lavora su due distinte mappature: circa 385.000 civici derivanti dalla ricognizione 2025 sui civici non collegati nell’ambito del Piano Italia a 1 Giga, e circa 1,3 milioni emersi dalla mappatura generale sullo stato delle reti fisse a banda ultralarga condotta da Infratel Italia nello stesso anno, per un totale di circa 1,75 milioni di indirizzi ammissibili all’intervento pubblico. I 402.896 civici “obbligatori” che il bando assegna per lotto sono, dunque, il minimo che ciascun beneficiario deve collegare per accedere al contributo, non il totale dei civici che si possono servire. Gli operatori sono perciò incentivati a offrire connettività anche ai civici “facoltativi” restanti, attingendo al bacino complessivo dei 1,75 milioni: più ne offrono, più punteggio ottengono nella valutazione ai fini dell’accesso al bando. Il sistema premia dunque chi si impegna su scala più ampia, pur garantendo una soglia minima certa per ogni lotto.
Le responsabilità industriali e politiche
Il secondo nodo, quello che sul piano sia politico sia economico risulta più difficile da giustificare, riguarda la posizione di Open Fiber nel nuovo scenario.
Chi paga i conti del fallimento del Piano Italia a 1 Giga?
Il bando non pone limiti soggettivi alla partecipazione: chiunque abbia i requisiti di fatturato, l’iscrizione al ROC e le autorizzazioni necessarie può candidarsi. Ma c’è un problema: una parte molto rilevante del fallimento che ha reso necessario questo bando è direttamente attribuibile a Open Fiber. Perché questo bando non nasce dal nulla, nasce dal parziale fallimento del Piano Italia a 1 Giga. Piano che aveva un obiettivo preciso: collegare in fibra oltre tre milioni di civici entro il 30 giugno 2026. Di quei civici, circa 707.000 non sono stati collegati nei termini previsti, e sono questi (nella gran parte) a popolare il bacino di intervento del nuovo bando. Chi ha prodotto questi inadempimenti? In misura determinante, Open Fiber, che ha mancato gli obiettivi, ma può presentarsi al via del nuovo bando come concorrente a pieno titolo, candidandosi a ricevere nuovi fondi pubblici per collegare, tra gli altri, gli stessi civici che avrebbe dovuto collegare con i fondi pubblici precedenti.
Il bando ci dice anche che Infratel Italia è stata rimossa dal ruolo di soggetto attuatore e sostituita da Invitalia. Forse sarebbe stato giuridicamente complicato escludere Open Fiber per via diretta. Ma sarebbe stato possibile costruire un sistema di requisiti reputazionali, o di pesi nella valutazione, che tenesse conto della storia recente. Non è stato fatto. E questa assenza è una scelta, non una dimenticanza.
Fondo nazionale connettività e neutralità tecnologica
Il bando prevede, in pieno rispetto della neutralità tecnologica imposta dagli orientamenti europei sugli aiuti di Stato a favore delle reti a banda larga, che i beneficiari possano scegliere di collegare i civici con soluzioni wireless anziché con la fibra ottica. Per chi opta per questa strada il bando richiede una documentazione tecnica molto dettagliata: il numero di stazioni radio base, le frequenze utilizzate, la capacità di canale per settore, le simulazioni radioelettriche, il dimensionamento del backhaul. Non è una strada che si percorre alla leggera, e il capitolato tecnico mette paletti chiari sulle prestazioni minime da garantire.
Il problema è un altro, e riguarda la coerenza con il quadro normativo europeo che si sta costruendo in parallelo. Il Digital Networks Act (la proposta di regolamento presentata dalla Commissione il 21 gennaio 2026) introduce piani nazionali obbligatori di switch-off del rame, con la dismissione da completare tra il 2030 e il 2035: lo switch-off del rame per decreto è una scelta sbagliata, e lo è per ragioni concrete. Le tecnologie misto rame non sono obsolete in senso assoluto: in molte aree continuano a erogare un servizio funzionante, e spegnerle per via normativa anche quando esiste un’alternativa significa comprimere la libertà delle imprese senza nessuna giustificazione concreta e reale. Ed è proprio qui che si manifesta la contraddizione più acuta. Da una parte il DNA prevede lo switch-off del rame, dall’altro lato lo Stato, con fondi pubblici del PNRR, realizza reti wireless che sono meno performanti delle soluzioni misto rame. Inoltre, quando tra una decina d’anni lo switch-off dovesse entrare a regime e il rame venisse spento, quelle aree si troverebbero senza il rame, senza la fibra, e con un’infrastruttura wireless costruita anni prima, nel frattempo invecchiata, soggetta a congestione man mano che gli utenti aumentano, e strutturalmente incapace di offrire le stesse garanzie di capacità, latenza e affidabilità di una connessione misto rame. Le reti wireless condividono la banda tra gli utenti, risentono delle condizioni atmosferiche e degli ostacoli fisici, e la capacità nominale dichiarata in un’offerta di gara potrebbe non corrispondere più a quella disponibile cinque o dieci anni dopo.
Tempi stretti per il Fondo nazionale connettività
C’è anche un tema di pressione temporale che merita di essere nominato esplicitamente. Le offerte devono essere presentate entro l’11 maggio: meno di un mese dalla pubblicazione del bando. È un lasso di tempo estremamente compresso per preparare una proposta tecnica che include la progettazione della rete civico per civico (si pensi alle relazioni tecniche dettagliate su architettura, dimensionamento, scalabilità, piano di manutenzione) e un piano economico-finanziario credibile, sostenibile e asseverato. Il bando consente che le spese di progettazione sostenute a partire dalla sua pubblicazione siano ammissibili al rimborso, il che implica che gli operatori hanno iniziato a lavorarci prima ancora che il testo fosse formalmente disponibile, presumibilmente quindi durante o dopo la consultazione pubblica. Restano però tempi serrati per chiunque non fosse già pronto, e serratissimi per eventuali nuovi entranti privi di un’eredità progettuale preesistente.
I lavori devono essere completati entro il 30 giugno 2030. Quattro anni e due mesi dalla pubblicazione del bando per progettare, autorizzare, scavare o installare le antenne, collaudare e rendere operative centinaia di migliaia di civici distribuiti su tutto il territorio nazionale. È un impegno enorme, e la storia delle infrastrutture di rete italiane non suggerisce di prenderlo alla leggera. Il Piano BUL, partito nel 2015, doveva chiudersi nel 2020 e si trascina ancora. Il Piano Italia a 1 Giga, costruito con i vincoli rigidi del PNRR che avrebbero dovuto garantire la disciplina esecutiva, ha comunque accumulato ritardi tali da rendere necessario un intero nuovo programma per coprirne gli inadempimenti. I vincoli PNRR non lasciano questa volta nessuno spazio per proroghe o rinegoziazioni: la scadenza del 2030 è reale e inamovibile.
Cosa può funzionare (e cosa no) nel Fondo nazionale connettività
Sarebbe ingeneroso non riconoscere gli aspetti positivi. La struttura in lotti geografici è razionale e più gestibile rispetto a un intervento monolitico nazionale. I criteri di valutazione tecnica premiano la copertura estesa (più civici si offrono, più punti si ottengono) e le migliorie qualitative come la simmetria della connessione e i livelli di servizio wholesale. Il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa è appropriato in un contesto dove non si tratta di comprare qualcosa al prezzo più basso ma di selezionare il progetto industrialmente più solido. Il meccanismo di clawback affronta in modo più serio rispetto al passato il tema della generosità dei sussidi pubblici alle infrastrutture private. Il fatto che Invitalia, rispetto a Infratel, abbia una struttura più orientata all’erogazione diretta potrebbe rivelarsi un vantaggio nella fase di monitoraggio e controllo dell’esecuzione.
I rischi strutturali della nuova gara
Ma i rischi sono ugualmente concreti. La qualità della mappatura sottostante non è verificata in modo indipendente. Open Fiber entra nel bando senza aver “pagato un prezzo” proporzionale al proprio inadempimento. La neutralità tecnologica apre la strada a soluzioni wireless che potrebbero risultare inadeguate nel medio termine, sia per le prestazioni effettive sia per la coerenza con la traiettoria normativa europea. I tempi sono stretti. E, soprattutto, non c’è nessuna garanzia strutturale che questa volta le cose vadano diversamente rispetto ai precedenti.
Il sottosegretario Butti, nel comunicato stampa che accompagna il lancio del bando, ha dichiarato che il Governo ha “rimesso ordine, recuperando fondi e costruendo un modello efficace.” Parole che andrebbero lette tenendo a mente che i fondi “recuperati” sono in larga parte quelli che Open Fiber non è riuscita a spendere come contrattualmente previsto. L’affermazione secondo cui “negli ultimi tre anni abbiamo fatto passi da gigante per garantire connettività a cittadini e imprese, riducendo davvero i divari territoriali” è difficile da conciliare con l’esistenza di un bando che nasce proprio per coprire quasi mezzo milione di civici che avrebbero dovuto essere già collegati, però le buone intenzioni ci sono tutte.
Fondo nazionale connettività: il nodo dell’esecuzione
L’Italia ha uno storico consolidato nel costruire piani di connettività sulla carta impeccabili e nell’eseguirli in modo non sufficiente. Questo bando è, sulla carta, ben costruito, probabilmente meglio dei precedenti, con alcune innovazioni reali. Ma anche il Piano Italia a 1 Giga era, sulla carta, ben costruito. La differenza tra un piano e i suoi risultati dipende da chi lo esegue, da come reagisce la governance quando le cose si complicano, e da quanto quella governance ha la capacità e la volontà di far pagare davvero chi non rispetta gli impegni. Sui primi due punti si vedrà. Sul terzo, i precedenti non lasciano spazio all’ottimismo.












