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Robot come specchio: perché le macchine intelligenti parlano di noi



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Il robot non è solo una macchina che imita gesti umani, ma uno specchio filosofico capace di rivelare identità, abitudini, paure e categorie morali. Dalla riabilitazione all’AI generativa, dalla casa alla disinformazione, la relazione con le macchine intelligenti cambia il modo in cui ci osserviamo

Pubblicato il 8 mag 2026

Lorenza Saettone

Filosofa specializzata in Epistemologia e Cognitivismo, PhD Student in Robotics and Intelligent Machines for Healthcare and Wellness of Persons



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C’è un modo diverso di guardare i robot, modalità che ci coinvolge più da vicino e che spiega parzialmente alcune scelte ingegneristiche apparentemente inutili nel campo della robotica umanoide, come avevo già scritto anni fa (articolo).

In breve, non ci dobbiamo chiedere cosa possano fare per noi, ma cosa ci dicono di noi. Perché il robot è uno specchio, e non nel senso ovvio che ci somiglia. Nel senso che costruirlo, programmarlo, viverci accanto ci costringe a fare i conti con quello che credevamo di sapere su noi stessi.

Provo a spiegarmi.

Lo strange tool

Alva Noë, nel suo Strange Tools, sostiene che l’arte simula le nostre attività di base (camminare, guardare, parlare, versare del tè) e simulandole ce le rende visibili, interrompendo momentaneamente il flusso del vivere, le urgenze, le automazioni e, in questa interruzione (la tipica messa tra parentesi dell’epoché filosofica), ci permette di riorganizzarle. La coreografia, dice il filosofo, non è danza spontanea: è danza che si guarda, si pensa, si ristruttura e anche la spontaneità non sarà più tale. Un quadro non è percezione, ma percezione portata allo scoperto. Sono strumenti strani, appunto, perché non servono a niente di apparentemente pratico; eppure, cambiano il modo in cui agiamo.

Ecco, quello che sostengo è che anche il robot sia uno strange tool. Come l’arte, simula attività umane (o spontanee di altri esseri in movimento) e nel farlo ce le mette davanti: tanto all’ingegnere quanto all’utilizzatore ultimo. Ci costringe, in questo modo, a guardarci, a riflettere sulle attività simulate, a ridefinirci nella relazione con la macchina. In questa relazione ci scopriamo spesso di aver sempre dato per scontato attività quotidiane. In questo il robot (come la filosofia) diventa portatore di esplicature, riorganizzatore delle regole del vivere altrimenti implicito.

Partendo dall’enattivismo di Francisco Varela, per cui la coscienza non è una sostanza chiusa dentro il cranio, ma un’azione tra mente, corpo e ambiente, si ripensa alla tecnologia, in particolare al robot, come uno strumento filosofico.

Il Sé maiuscolo (l’identità, l’Io) è una costruzione secondaria e astratta, qualcosa che emerge dall’osservarsi come un Tu. Qualunque Tu può servire da specchio per la coscienza di sé: gli altri, me stessa osservata allo specchio, una descrizione, un ritratto, la mia meta-coscienza. E pure una macchina. Il robot è un Tu artificiale in cui ci guardiamo. E il riflesso non è mai innocuo.

Il terzo oggetto

Per millenni abbiamo diviso il mondo in dualismi: persone e cose, soggetti e oggetti, mente e corpo. Il robot non sta da nessuna delle due parti. È un terzo oggetto (un ibrido, per dirla alla Latour) che rende visibile la fragilità di quelle categorie. Ma il punto va oltre la classificazione.

Il robot è lo specchio dell’etica relazionale: dalla relazione emergono identità mutevoli, e dal reciproco trattamento si riflette chi siamo noi e chi è il robot. Noi siamo il riflesso del robot e il robot di noi. La relazione funziona come la luce tra lo specchio e chi ci si guarda: il riflesso modifica l’originale e l’originale modifica il riflesso, fino a non poter più risalire alla faccia originaria prima di essersi guardata. Persone e robot coinvolti nella relazione si organizzano reciprocamente. Il dualismo si dissolve.

Lo specchio ribaltato

Nella riabilitazione vengono spesso utilizzati i robot per guidare i pazienti a fare esercizi fisici. Cito gli studi, ad esempio, di Michela Bolgiolo che ha utilizzato Pepper proprio come riabilitatore, controllore e dimostratore di esercizi con soggetti che presentano Sarcopenia. Tornando alla metafora dello specchio accade qualcosa che a pensarci è curiosa: il paziente non muove il robot, è il robot che muove il paziente. Un anziano post-ictus che ha perso l’uso di un braccio lo “ritrova” imitando il gesto del robot, che a sua volta l’aveva imparato da un fisioterapista umano. Il gesto fa un giro: dall’umano alla macchina, dalla macchina torna all’umano.

È uno specchio ribaltato. Davanti a uno specchio normale tu ti muovi e il riflesso ti segue. Qui è il riflesso che guida l’originale. E funziona. Il corpo reimpara, perché (come dice l’enattivismo) la mente non comanda il corpo dall’alto: è già nel gesto, nel muscolo, nell’intenzione motoria che precede la volontà. Il robot lo dimostra perché lo intercetta e te lo restituisce.

Ma non sempre il robot è riflesso, c’è un punto in cui smette di funzionare come tale…

Quando lo specchio smette di riflettere

Abbiamo, dunque, fin qui provato a mostrare il robot come uno specchio: qualcosa che, imitandoci, ci costringe a vedere meglio i nostri gesti, le nostre categorie, le nostre abitudini mentali. Ma non tutti gli specchi restituiscono un’immagine limpida. A volte il riflesso devia, si incrina, ci somiglia troppo o troppo poco. E da quel momento la macchina non si limita più a rivelarci: comincia anche a inquietarci, a lusingarci, a deformare ciò che crediamo di vedere e perfino a smettere di essere specchio e strumento filosofico.

Il clinamen della macchina

Noi non ridiamo del nostro riflesso. Il riflesso ci imita sempre troppo fedelmente: è, per così dire, algoritmico. Se il riflesso prendesse vita e facesse qualcosa di diverso da noi, non rideremmo: ci spaventeremmo. È il perturbante di Freud, il doppio junghiano che torna a galla. A controprova: le storie che abbattono la prevedibilità dell’ombra sono storie di orrore, non di comicità. Imitano il tipo di imprevedibilità dell’essere umano: il suo inconscio. Quando qualcosa va storto rispetto ai piani dell’individuo cosciente, quando emerge un doppio simile a noi ma su cui non abbiamo controllo, ci terrorizziamo: è l’es che prende vita e spesso l’archetipo del doppio specchia proprio questa presenza inconscia temibile dell’umano, di cui non sappiamo fino a che non emerge un atto mancato o non possiamo problematizzarlo tramite la presenza universale dell’Ombra di Jung.

Con il robot la situazione è diversa rispetto allo specchio. La deviazione della macchina può essere di due tipi. Se il robot acquisisce umanità (se diventa imprevedibile come noi) ci inquieta (vedi articolo), perché degli umani, imprevedibili, non ci fidiamo. Al contrario, come dice Sergio Spaccavento, ridiamo del bot quando questo produce un’allucinazione (il bug, il malfunzionamento ingegneristico, l’inaccuratezza, il gatto con sei zampe e la coda a tromba non richieste nel prompt). Insomma, ridiamo del robot quando devia, ma restando incosciente; quando quella deviazione è solo un “mondo possibile meno probabile”. In questo ultimo caso nasce qualcosa che assomiglia all’umorismo.

È il clinamen di Epicuro e Lucrezio: la deviazione minima e imprevedibile dalla traiettoria rettilinea degli atomi, senza la quale nulla di nuovo accade nell’universo. Non fantascienza, ma una deviazione comunque prevista, strutturale. L’allucinazione dell’AI è un clinamen computazionale: uno scarto non intenzionale dall’ordine statistico più atteso.

Ma perché ci fa ridere?

Qui mi viene in aiuto Umberto Eco. Per Eco il comico nasce dalla violazione di una regola che il pubblico riconosce e che si aspetta venga seguita in quel contesto. Serve un’enciclopedia condivisa (quel sistema di aspettative, norme, strutture che Eco chiama Modello Q) perché lo scarto venga percepito come comico anziché come rumore. L’AI generativa possiede un’enciclopedia sterminata (i dati di addestramento) ma non sa di possederla: la riproduce statisticamente. Quando allucina, produce uno scarto inintenzionale dall’enciclopedia “infinita”, allucinazione che resta comunque chiusa in quella possibilità rizomatica locale.

Noi ridiamo, perché vediamo la regola violata che la macchina non vede. Il robot ha il clinamen, ha umorismo, ma non lo sa. Noi lo sappiamo, e per questo ridiamo. L’umorismo non è la deviazione in sé, ma è la coscienza della deviazione in un quadro di possibilità; la consapevolezza che l’ordine poteva essere rispettato e non lo è stato. Se il robot ridesse di noi (davvero, non pre-programmato) non rideremmo più. Ci spaventeremmo. Tornerebbe riflesso. Tornerebbe doppio.

Il pittore di corte

Non tutti gli specchi dicono la verità. C’è lo specchio che rivela e c’è lo specchio che lusinga.

ChatGPT non è uno strumento di lavoro neutro. È una macchina progettata per non farti mai stare male. Ti dà ragione, ti consola, ti conferma: ecco perché un numero sempre maggiore di persone decide di rivolgersi al modello generativo invece di cercare aiuto umano. Perché il LLM ci conferma, trova sempre un modo diplomatico per farci avere ragione.

È come il pittore rinascimentale che ritraeva il committente più bello, più nobile, più potente di quanto fosse, e il committente pagava proprio per quella menzogna. L’AI conversazionale produce un ritratto lusinghiero di chi la usa: i filtri di TikTok conversazionali.

Ma non è solo software. Un robopet fa le fusa a un anziano con demenza che non sa di accarezzare una macchina. Un avatar di compagnia non ti delude mai, non se ne va mai. La logica è sempre la stessa: costruire specchi che restituiscono solo ciò che vogliamo vedere. L’empatia artificiale creata dalle aziende non è empatia: è anestesia relazionale. L’obiettivo è, come per i social, che le persone siano sempre più dipendenti da questi servizi. Pertanto, il design è ovviamente strutturato in modo tale da cullarci, non farci risvegliare in presenza di qualche attrito morale o lavorativo. Un “popolo bambino”, costantemente rassicurato che sta realizzando l’Ideale dell’Io: non è autostima e fiducia, è inaccettabilità del limite.

Sapremo ancora non delegare e non vivere il senso di colpa, quando prima o poi dovremo affrontare un Super Io tradito dai fatti?

Stiamo costruendo una campana di vetro digitale, un Eden senza dolore dove nulla cambia; dove gli algoritmi ci propongono solo quello che ci serve, quello che siamo, senza contraddittorio; dove gli agenti AI sapranno già cosa vogliamo e ce lo fanno avere prima che si inneschi il desiderio. Il cambiamento e l’organizzazione, come abbiamo detto all’inizio, richiedono attrito, stop momentaneo, disagio, e queste macchine sono progettate per eliminare tutto questo. Sono progettate per non essere specchi.

Uno specchio che non ti mostra i difetti non è uno specchio. È una trappola. E se ci abituiamo allo specchio che lusinga, sapremo ancora guardarci in uno che dice la verità?

Lo specchio di casa

La casa è il primo luogo dove le macchine sono entrate nella vita quotidiana. E storicamente hanno assunto le funzioni assegnate alla donna: lavare, pulire, cucinare. Ma la lavatrice non ha liberato la donna. Ha solo spostato il confine del lavoro invisibile.

L’utero artificiale (l’ectogenesi, su cui lavora tra gli altri il filosofo Maurizio Balistreri) è il punto in cui lo specchio diventa impossibile da evitare. L’ectogenesi non “sostituisce” la donna: smonta l’ultima riduzione della persona a funzione biologica. Ancora oggi il sistema di potere identifica la donna con l’utero e la sua possibilità generativa; anche laddove si rinunciasse (proprio per emancipazione) alla maternità. Prova ne è che una donna (specialmente se emancipata) deve sempre fingere di avere 30 anni massimo: pena la perdita del suo valore sociale e lavorativo. È come se a 50 anni (dimostrati) non potessimo più avere desideri, obiettivi, non potessimo più avere ruolo pubblico. Un uomo no. Perché? Quei trent’anni non sono vanità, bellezza universale e vera liberazione e parità, ma coincidono con la parentesi fertile della femmina.

Quando una macchina può gestire la gestazione, ciò che crolla non è la maternità ma l’equazione donna = utero che l’ha sostenuta (e sostiene). Lo specchio-macchina non rivela la donna. Rivela la gabbia. Cos’è la maternità quando non è più un obbligo del corpo? Cosa resta della donna? Quali altri simboli adotterà? L’utero robotico restituirà libertà oppure la donna diventerà mera fornitrice di ovuli? Un bimbo di utero femminile sarà artigianale?

Ma la casa è anche il luogo dove la violenza è quotidiana e invisibile. Dare un calcio a un Roomba non significa nulla, come dice sempre Balistreri. Dare un calcio a un robot che dice “ahia” è diverso. Non perché il robot soffra, non soffre. Ma perché quel gesto porta a galla pattern comportamentali che nello spazio domestico esistono già tra persone, e che nessuno vedeva. La macchina che simula la sofferenza non crea l’aggressività: la specchia. Lo specchio ci dice che la morale non dipende dalla coscienza dell’altro, ma da ciò che il nostro comportamento rivela di noi.

Lo specchio infranto

Uno specchio infranto non smette di riflettere. Moltiplica i riflessi. Ogni frammento restituisce un’immagine parziale, deformata, apparentemente credibile. È ciò che fa la disinformazione nell’era dell’AI generativa: non cancella la verità, la frantuma in mille versioni: ciascuna abbastanza verosimile, nessuna completa.

Lo specchio rotto porta sfortuna dice la tradizione. La superstizione coglie qualcosa di reale: perdere il riflesso integro significa perdere la capacità di riconoscersi. Una società che non sa più distinguere il vero dal falso è una società che ha perso il proprio specchio.

Ma lo specchio infranto è anche un’arma. Ogni frammento diventa un taglio, una versione parziale che manipola, polarizza, radicalizza. La disinformazione non è solo confusione: è frammentazione strategica della realtà condivisa.

Ricostruire uno specchio rotto, però, non significa tornare all’immagine di prima. Assomiglia piuttosto al kintsugi giapponese: la ceramica rotta riparata con l’oro, dove le fratture diventano la parte più preziosa dell’oggetto. La ricostruzione della fiducia in un’epoca di AI generativa non può nascondere la rottura. Deve mostrarla, incorporarla, farne il materiale di una nuova consapevolezza. Perché uno specchio ricomposto con le crepe in vista è più onesto di uno che finge di non essersi mai rotto.

La realtà che abitiamo è liquida (nel senso di Bauman) ma anche tracciante. La disinformazione scorre e si infiltra, ma lascia segni: dati, impronte, frammenti che si possono leggere, ricomporre e rivelano di nuovo qualcosa di noi. Come dice Platone, è meglio una persona che mente di una che non può fare altrimenti. Chi mente sa, e nell’alternativa deforma il sapere. Chi non può fare altrimenti è condannato all’errore. Ecco allora il valore del fake e il ruolo del ricomporre lo specchio e rileggerci tra le rotture.

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