AI e identità

La sanità del futuro, i robot e la paura di diventare inutili



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La riflessione sul futuro digitale della sanità intreccia burocrazia, robotica, lavoro e identità. Tra garanzie scientifiche, rischio di sostituzione, ruolo della scuola e responsabilità umana, emerge la necessità di mantenere l’uomo come fine ultimo della tecnologia

Pubblicato il 14 mag 2026

Lorenza Saettone

Filosofa specializzata in Epistemologia e Cognitivismo, PhD Student in Robotics and Intelligent Machines for Healthcare and Wellness of Persons



Massimizzare l’adozione dell’AI in sanità: verso un approccio strategico di lungo periodo; AI gen consulenza; superintelligenza; AI industria
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Per riflettere intorno al futuro digitale della sanità bisogna innanzitutto considerare il problema della lentezza burocratica. Inserire un’innovazione nella società, in particolare nell’ambito sanitario, è un processo lento.

Sanità digitale e lentezza burocratica

Per vagliare la bontà di una tecnologia vengono richieste molte più evidenze del normale. Sono necessarie dimostrazioni piuttosto nette circa l’efficacia e, soprattutto, circa la non nocività dei prodotti.

Prima di validare una novità tecnologica possono passare anni, tra moduli, test, approvazioni a vari livelli, tanto che, alla fine, quando l’innovazione viene avallata, si tratta sempre di una tecnologia vecchia. Alleggerire l’iter potrebbe essere più benefico? È più giusto approvare celermente le innovazioni, perché le tecnologie non siano da subito strumenti già invecchiati, pronti per essere sostituiti? Oppure è meglio avere maggiori garanzie, sfruttando la lentezza burocratica, così da impedire che si inseriscano strumenti pericolosi, poco controllati?

La Costituzione italiana fu pensata proprio perché l’iter parlamentare fosse un processo lento. È la garanzia contro ogni possibile deriva autoritaria. Analogamente la complessità del percorso sanitario nel vaglio di strumenti e medicinali è un modo per impedire che sfuggano effetti collaterali inintenzionali. La scienza, soprattutto quando coinvolge le vite umane, richiede prove molto più forti intorno alla validità delle sue scoperte.

Nel metodo scientifico l’evidenza è sempre un fattore di probabilità, mai di certezza. Perché l’errore diventi qualcosa di trascurabile (e la falsificazione sia solo una possibilità remota) è necessario ripetere il test tante volte, da tanti ricercatori, con un puntuale controllo delle variabili, il che significa, a livello burocratico, timbri, moduli, uffici, approvazioni.

Robotica e paura della sostituzione

Un’altra preoccupazione che circonda la robotica riguarda la possibilità di essere sostituiti. Norbert Wiener, il padre della cibernetica, ipotizzò che la tecnologia sarebbe stata causa di un altissimo tasso di disoccupazione. In realtà questa possibilità non riguarderebbe ogni strato della popolazione. Chi riveste ruoli di rilievo conserverà il suo posto di lavoro. Addirittura si apriranno nuove posizioni legate alla tecnologia, dalla programmazione alla filosofia stessa. Perché, allora, tanta agitazione?

Alla base, forse, c’è l’ambiguità che circonda il termine “lavoro”. Nel dire comune, spesso, vengono separati i mestieri mentali da quelli fisici, associando solo a questi ultimi il termine “lavoro”. Al ragazzo che ha poca voglia di proseguire gli studi viene spesso consigliato di “andare a lavorare”. Pertanto, se si accetta come significato di “lavoro” quello di “bassa manovalanza”, allora è vero che i robot ci sostituiranno. Tutte le mansioni poco qualificate e ripetitive, tutte le pratiche faticose verranno automatizzate dalle macchine. Solo in questo senso la tecnologia ci ruberà il lavoro, sostituendosi alla fatica e alla routine delle attività alienanti. Ciò deve preoccuparci?

Tecnologia e lavoro tra società e adattamento

Già nel passato si sono verificati episodi di vagabondaggio e inoccupazione, ma nel lungo periodo gli equilibri si sono sempre riassestati. Se la società è sana sa sempre reinventarsi. Gli esempi che ci offre la storia dimostrano che l’essere umano si è sempre adattato alle nuove esigenze. Quando una struttura sociale non è più adeguata alle nuove necessità, viene smantellata dalle azioni degli stessi individui. Un ordinamento è creduto valido se gli individui, con le loro azioni, lo mantengono tale. Il sistema è stabile finché i singoli hanno un’utilità ad agire come se esso fosse davvero necessario e imprescindibile. Quando, però, non si crede più che una certa pratica abbia valore, la struttura sociale viene stravolta. Tutto è in mano alle singole azioni personali.

Non c’è una società indipendente in grado di plasmare gli individui che entrano a farne parte. Di questo approccio fu il massimo esponente Durkheim. Secondo il sociologo francese, il sistema precede gli individui. Questi ultimi, per vivere, devono conformarsi alle pratiche che ricevono in eredità. Per parlare chiunque deve imparare una semantica e una sintassi preesistenti, adattandosi a quelle regole. Allo stesso modo per vivere nella società ognuno deve accettare e riprodurre le norme generali che lo precedono. Se avessero ragione gli universalisti non si riuscirebbe a comprendere in che modo il sistema potrebbe mutare. Se la società è indipendente dalle singole volontà, come potremmo opporci ad essa? Se fosse così avremmo ragione di preoccuparci per gli effetti della tecnologia sul lavoro.

Assumendo, però, il punto di vista di Max Weber possiamo leggere la dinamica della storia come un susseguirsi di azioni individuali significative. In questa maniera possiamo tranquillizzarci per gli effetti della tecnologia sul futuro. Per accelerare la risposta nella creazione di nuove pratiche e nella riqualificazione personale, la scuola ha un compito primario. Gli educatori devono intervenire a monte, facendo orientamento ed evitando la dispersione scolastica. Gli alunni devono approcciarsi precocemente al coding e alla robotica, perché possano scoprire talenti e passioni inespressi.

Robotica e identità del lavoro

Altre ragioni per le quali abbiamo reticenza a inserire i robot nelle maglie sociali derivano dal nostro background culturale. Il lavoro, nella nostra società, riveste un preciso ruolo identitario. John Locke, rispondendo a Filmer, aveva fondato l’individualismo occidentale e il liberalismo proprio sul lavoro. Il possesso inalienabile del proprio corpo, della propria forza, del proprio ingegno giustificano la proprietà privata. Ogni essere umano nasce uguale, libero e proprietario di sé. Non vi è un Adamo a cui Dio avrebbe dato il possesso gerarchico degli altri esseri viventi e della natura.

Secondo Locke ogni soggetto, producendo, mischia la natura con l’individualità di cui è l’unico possessore. È grazie al fatto di essere proprietario di se stesso che ogni essere umano può appropriarsi, di diritto, dei prodotti del suo lavoro. Nei beni che ciascuno produce è contenuta parte della nostra vita. Il lavoro è la nostra individualità, e viceversa. La stessa società scaturisce dalla progressiva divisione del lavoro, dai diversi ruoli e dal grado di specializzazione delle varie attività. Pertanto, siamo disposti a cedere i nostri posti di rilievo, e quindi la nostra individualità, a un robot? Cosa succederebbe se non ci sentissimo più parte del processo produttivo? Quando i soggetti non avvertono più i legami sociali rischiano di entrare in una condizione di anomia. L’eccessiva parcellizzazione del lavoro può indurre un pericoloso sentimento di distacco dal processo complessivo, causando vuoto esistenziale.

Intelligenza artificiale e responsabilità umana

Quando ci dividiamo i compiti con un robot di chi sarebbero il lavoro, il processo e il prodotto? Riusciremmo a quantificare il nostro apporto e, quindi, il nostro valore? Delegando totalmente i compiti all’intelligenza artificiale e agli automi, potremmo essere trasformati in eterni passeggeri della carrozzina di kantiana memoria (una carrozzina automatizzata)? Perderemmo il senso di responsabilità derivante dall’uso autonomo e libero della ragione?

Sfruttando la produzione e i processi innescati dai robot e dal machine learning, finiremmo, forse, per provare un inestinguibile senso di inferiorità, inutilità e alienazione? In quel caso solo il libero sfogo dell’uomo-bestia potrebbe renderci dimentichi della nostra infermità. Potrebbe scomparire lo stadio dell’adultità, perseverando in una perenne crisi identitaria? Il vuoto esistenziale di cui saremmo affetti sarebbe quell’abisso che ci scruta, l’unico testimone del nostro fallimento?

Il telos umano della tecnologia

Per salvarci dal rischio di diventare inutilizzabili bisogna accantonare l’idea di causa latina, accogliendo, invece, la dottrina aristotelica delle quattro cause. Se accettiamo che il concetto di causa è ben più ampio della sola capacità di produrre un effetto, potremmo conservare un legame positivo con la produzione, senza cadere nell’anomia. In un post-emergenza ipotetico e quasi totalmente automatizzato, i robot sarebbero la causa efficiente, mentre la causa materiale sarebbe la materia grezza e l’energia da cui dipendono i mezzi. La causa formale potrà essere sostanziata sia dagli ingegneri sia dagli algoritmi non supervisionati dell’I.A. Tuttavia, la causa finale dovrà continuare a coincidere con gli esseri umani. Se manterremo la coscienza che il processo è finalizzato alla nostra specie, al nostro benessere, potremo conservare la percezione della nostra utilità. La consapevolezza di essere il telos della tecnologia è l’appiglio con cui salvarci dall’inutilizzabilità.

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