A distanza di cinque giorni l’uno dall’altro, i due premi più visibili dell’industria dell’intrattenimento hanno fatto ciò che i legislatori faticano ancora a fare: stabilire regole operative sull’uso dell’intelligenza artificiale generativa nel lavoro creativo. Il 2 maggio 2026 l’Academy of Motion Picture Arts and Sciences ha annunciato le nuove norme di ammissibilità per i 99esimi Oscar con disposizioni specifiche su AI e recitazione. Il 7 maggio la Golden Globe Foundation ha risposto con le proprie linee guida per l’84ª edizione dei Golden Globes.
Non si tratta di semplici aggiornamenti tecnici ai regolamenti dei premi. Siamo di fronte a due modelli regolativi distinti applicati allo stesso problema, come gestire l’AI generativa nel lavoro creativo, le scelte riflettono logiche istituzionali, giuridiche e politiche profondamente diverse. In un momento in cui il dibattito europeo sull’AI Act si concentra sulla classificazione del rischio e sulla trasparenza, Hollywood sta costruendo, per via privata, un laboratorio normativo che merita attenzione ben oltre i confini dell’industria cinematografica.
Indice degli argomenti
La linea degli Oscar: il principio binario
L’Academy ha scelto un approccio che potremmo definire binario. Le nuove regole stabiliscono due paletti netti. Per le categorie di recitazione, solo i ruoli demonstrably performed by humans with their consent, dimostrabilmente interpretati da esseri umani con il loro consenso, saranno considerati ammissibili. Per le categorie di sceneggiatura, i copioni devono essere human-authored, cioè scritti da persone. L’Academy si riserva inoltre il diritto di richiedere informazioni aggiuntive sulla natura dell’uso dell’AI e sull’autorialità umana in qualsiasi fase del processo di valutazione.
La presidente dell’Academy, Lynette Howell Taylor, ha sintetizzato la filosofia in una frase: Humans have to be at the center of the creative process. Il messaggio è chiaro, l’AI non è vietata nella produzione cinematografica nel suo complesso, ma nelle due categorie che toccano il cuore dell’autorialità, recitazione e scrittura, la soglia è alta e il criterio è sostanzialmente esclusivo.
C’è tuttavia un dettaglio rivelatore. Quando i giornalisti hanno chiesto se la performance generata dall’AI di Val Kilmer nel film As Deep as the Grave sarebbe stata ammissibile agli Oscar, la risposta dell’Academy è stata: “We will review that on a case-by-case basis.” Il principio binario, dunque, ha già una zona grigia incorporata.
La linea dei Golden Globes: il principio di proporzionalità
I Golden Globes hanno scelto un approccio diverso, che potremmo definire proporzionale. La formula cardine recita: “The use of artificial intelligence (AI), including generative AI, does not automatically disqualify a work from consideration, provided that human creative direction, artistic judgment, and authorship remain primary throughout the production process.” L’AI non esclude automaticamente un’opera, a condizione che la direzione creativa umana, il giudizio artistico e l’autorialità restino primari durante l’intero processo produttivo.
Il perimetro dei Golden Globes è inoltre più ampio di quello degli Oscar: copre non solo i film per il grande schermo, ma anche serie TV, film per la televisione e, novità di quest’anno, podcast, una categoria il cui inserimento segnala la consapevolezza che l’AI generativa sta trasformando tutti i formati narrativi, non solo il cinema.
Per le categorie di recitazione, la regola specifica che le performance candidate devono derivare primarily from the work of the credited performer e che submissions in which a performance is substantially generated or created by artificial intelligence are not eligible. Dunque, la linea rossa esiste anche qui: gli attori sintetici non sono ammessi. Ma il linguaggio è diverso dagli Oscar. Dove l’Academy dice dimostrabilmente interpretato da umani, i Globes dicono principalmente derivante dal lavoro dell’interprete accreditato. La differenza tra dimostrabilmente e principalmente è sottile ma significativa: il primo richiede una prova, il secondo ammette una gradazione.
Per le categorie non attoriali, regia, scrittura, composizione, animazione, le opere restano ammissibili provided that the core creative contributions in the relevant craft originate primarily from credited human individuals, and that any use of AI or generative tools serves a supporting or enhancing role rather than substituting for that human creative authorship. Qui l’AI è esplicitamente ammessa come strumento di supporto, purché non sostituisca l’autorialità umana. Si tratta della codificazione di un principio di proporzionalità, ciò che conta non è se l’AI è stata usata, ma quanto e come.
L’obbligo di disclosure: la vera convergenza
Il punto su cui Oscar e Golden Globes convergono senza ambiguità è la trasparenza. I Golden Globes richiedono che all submissions must include a disclosure describing any generative AI used anywhere in the production of the completed work, including if any AI alteration was made to a credited performer’s likeness or voice. L’Academy si riserva il diritto di richiedere informazioni analoghe.
Questo requisito è significativo ben oltre il perimetro dei premi cinematografici. L’obbligo di dichiarare l’uso dell’AI generativa nella produzione di un’opera creativa è strutturalmente analogo al principio di trasparenza codificato nell’AI Act europeo (Regolamento UE 2024/1689) per i contenuti generati o manipolati dall’AI. L’articolo 50 del Regolamento impone che i contenuti generati da sistemi di AI siano contrassegnati in modo tale da rendere riconoscibile la loro natura artificiale. Hollywood sta arrivando allo stesso principio per via autodisciplinare. Non una legge, ma un requisito di ammissibilità a un premio. La forma è diversa, la logica è identica.
Il Golden Globe Eligibility Committee si riserva inoltre il potere di richiedere materiali aggiuntivi per valutare il ruolo dell’AI nella creazione dell’opera, e la mancata risposta tempestiva può determinare l’inammissibilità. Un meccanismo di enforcement leggero ma concreto, che trasforma la disclosure da adempimento formale a condizione sostanziale.
Il caso Val Kilmer: il crash test delle nuove regole
Il banco di prova immediato per entrambi i sistemi è As Deep as the Grave, il film del regista Coerte Voorhees che utilizza l’AI generativa per creare una performance postuma di Val Kilmer nel ruolo di Father Fintan, un sacerdote cattolico e spiritualista nativo americano. Kilmer, scomparso nell’aprile 2025 a 65 anni dopo una lunga battaglia contro il cancro alla gola, era stato scritturato per il ruolo ma non era mai riuscito a presentarsi sul set a causa delle sue condizioni di salute.
Il film utilizza immagini del giovane Kilmer, molte fornite dalla famiglia, filmati dei suoi ultimi anni, per mostrare il personaggio in varie fasi della vita. La famiglia ha autorizzato l’uso della sua immagine, e i figli dell’attore hanno pubblicamente sostenuto il progetto. Il regista stesso ha evitato di definirla una performance di Val Kilmer, preferendo l’espressione Val Kilmer influenced this performance.
Sotto le regole degli Oscar, questa performance è in una zona d’ombra: non è dimostrabilmente interpretata da un essere umano, poiché Kilmer non ha mai girato una scena. Ma ha il consenso della famiglia e il regista non la presenta come una recitazione tradizionale. Sotto le regole dei Golden Globes, la questione è diversa: la performance è sostanzialmente generata dall’AI, il che la renderebbe inammissibile per le categorie di recitazione, ma il film nel suo complesso potrebbe essere ammissibile in altre categorie, purché la direzione creativa umana resti primaria.
Il caso Kilmer illumina una tensione che nessun regolamento ha ancora risolto: la differenza tra un’AI che sostituisce un attore vivente, dunque minaccia il suo lavoro, e un’AI che completa l’opera di un attore deceduto estendendo la sua eredità. Le nuove regole dei Globes affrontano questo specifico scenario con una disposizione aggiuntiva: non sono ammissibili performance generated through the unauthorized use of a performer’s digital likeness, voice replication, or biometric data. La parola chiave è unauthorized, se c’è autorizzazione, lo spazio interpretativo si apre.
Due filosofie regolatorie a confronto
Le differenze tra i due approcci possono essere ricondotte a tre dimensioni fondamentali.
La prima è il criterio di ammissibilità. L’Academy adotta un test di autenticità: la performance deve essere dimostrabilmente umana, la sceneggiatura deve essere scritta da umani. I Globes adottano un test di prevalenza: la componente umana deve essere primaria, ma l’AI può coesistere come strumento di supporto. Il primo approccio è concettualmente più semplice ma rischia di diventare rapidamente inapplicabile con l’evoluzione della tecnologia. Il secondo è più realistico ma sposta l’onere della valutazione caso per caso al comitato di ammissibilità.
La seconda dimensione è il perimetro. Gli Oscar regolano solo i film per il grande schermo. I Golden Globes coprono film, serie TV, produzioni televisive e podcast. In un ecosistema mediatico in cui i confini tra formati si dissolvono, in cui l’AI generativa sta già trasformando la produzione audio e il podcasting, il perimetro più ampio dei Globes appare più aderente alla realtà produttiva contemporanea.
La terza dimensione è il meccanismo di enforcement. L’Academy si riserva il diritto di richiedere informazioni; i Globes lo strutturano come un obbligo proattivo di disclosure con conseguenze esplicite in caso di mancata risposta. In termini di efficacia pratica, l’obbligo proattivo è probabilmente più robusto.
La domanda che nessuno pone: chi resta fuori dalla protezione?
Le nuove regole di Oscar e Golden Globes condividono un presupposto implicito che merita di essere esplicitato, proteggono chi è già dentro il sistema. L’attore accreditato, lo sceneggiatore riconosciuto, il regista con un credito nei titoli. Non dicono nulla su chi sta fuori o su chi sta per entrarci.
L’assistente di produzione che usa l’AI per accelerare il proprio lavoro. Il giovane sceneggiatore che impiega strumenti generativi per superare il blocco della prima stesura. Il fonico che utilizza modelli di sintesi vocale per produrre demo più competitivi. Il montatore junior che ricorre all’AI per velocizzare il rough cut e dimostrare il proprio valore. Nessuna di queste figure appare nel perimetro delle nuove regole, perché nessuna di esse è accreditata nell’opera finale.
Un fenomeno che ricorre in molti ambiti regolatori dell’AI e che ho descritto con il concetto di scala spezzata: l’intelligenza artificiale non elimina i gradini alti della piramide professionale, anzi, spesso li protegge, ma erode sistematicamente quelli bassi, gli entry-level, i ruoli formativi attraverso cui le nuove generazioni costruiscono competenza, reputazione e accesso. Gli scioperi del 2023 di WGA e SAG-AFTRA hanno imposto la questione dell’AI nell’agenda di Hollywood. Ma le regole che ne sono derivate, sia quelle contrattuali dei sindacati, sia quelle ora adottate dai premi, proteggono il vertice della piramide creativa. La base resta esposta.
Non si tratta di una critica alle nuove norme, che sono un passo necessario e in molti aspetti ben congegnato. Si tratta di notare un pattern che si ripete in tutti i settori in cui l’AI sta ridefinendo i confini del lavoro creativo: la tutela si concentra dove il potere contrattuale è maggiore e lascia scoperte le posizioni più vulnerabili, che sono anche quelle da cui dipende il ricambio generazionale dell’industria.
Cosa aspettarsi
Le regole annunciate in questa prima settimana di maggio 2026 non sono un punto di arrivo ma un punto di partenza. Diverse questioni restano aperte.
In primo luogo, l’applicabilità. Come verificherà concretamente l’Academy che una performance è dimostrabilmente umana? Come valuteranno i Globes se la direzione creativa umana è primaria? In assenza di standard tecnici condivisi per misurare il contributo dell’AI in un’opera audiovisiva, queste formulazioni rischiano di restare dichiarazioni di principio.
In secondo luogo, il coordinamento. Se un film è ammissibile ai Golden Globes ma non agli Oscar (o viceversa), la divergenza regolativa potrebbe creare incentivi distorti o, più probabilmente, spingere i produttori verso il denominatore comune più restrittivo, rendendo di fatto le regole degli Oscar lo standard dell’industria.
In terzo luogo, l’evoluzione tecnologica. Le regole di oggi sono scritte per la tecnologia di oggi. Ma la velocità con cui l’AI generativa migliora, nella sintesi vocale, nella generazione video, nel motion capture sintetico, significa che la distinzione tra supporto tecnico e sostituzione creativa diventerà progressivamente più difficile da tracciare. La domanda non è se queste regole andranno riscritte, ma quando.
Nel frattempo, il segnale più importante è forse quello della convergenza sulla trasparenza. Che si adotti il modello binario degli Oscar o quello proporzionale dei Globes, l’obbligo di dichiarare l’uso dell’AI nella produzione creativa sta diventando uno standard de facto dell’industria dell’intrattenimento. Si tratta della stessa direzione in cui si muove l’AI Act europeo, la stessa logica che il mercato, prima ancora dei regolatori, sta imponendo. In questo, Hollywood e Bruxelles parlano la stessa lingua.













