Il programma OpenAI for Countries sta ridisegnando in tempo reale la mappa delle infrastrutture digitali globali. In meno di tre mesi, OpenAI ha siglato accordi strutturali con India e Australia, stringendo partnership con colossi industriali locali e portando sul tavolo miliardi di dollari di investimenti fisici. Quello che emerge non è semplice espansione commerciale: è la nascita di un nuovo modello di rapporto tra un fornitore privato americano e gli Stati sovrani che lo ospitano.
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OpenAI for Countries: tre accordi in due mesi e mezzo, un modello che si cristallizza
Il 18 febbraio 2026 all’India AI Impact Summit di Delhi, era presente anche Sam Altman sul palco con Narendra Modi e N. Chandrasekaran. In quell’occasione OpenAI ha annunciato l’iniziativa “OpenAI for India“, 100 megawatt di capacità sovrana costruita con Tata nel data center HyperVault di TCS, scalabili fino a un gigawatt, ChatGPT Enterprise distribuito a centinaia di migliaia di dipendenti Tata, uffici a Mumbai e Bengaluru, 100.000 licenze ChatGPT Edu con IIM Ahmedabad, AIIMS Delhi e IIT Delhi. Due mesi prima, il 4 dicembre 2025, a Sydney, lo stesso copione: “OpenAI for Australia“, MoU con NEXTDC per un campus iperscala al sito S7 di Eastern Creek (7 miliardi di dollari australiani, circa 4,6 miliardi USD), un programma di alfabetizzazione AI per 1,2 milioni di lavoratori con CommBank, Coles e Wesfarmers, un primo startup program con Blackbird, Square Peg e AirTree. A Parigi, il 23 febbraio 2026, Capgemini entra nella “Frontier Alliance” di OpenAI come partner fondativo, piattaforma per AI coworker d’impresa. Tre mosse in due mesi e mezzo, tre geografie diverse, un modello operativo che si sta cristallizzando.
I numeri che contano: infrastruttura nazionale negoziata con un fornitore privato
Il dato che conviene mettere in cornice prima di qualunque giudizio: in India ChatGPT conta oltre 100 milioni di utenti settimanali. Il Ministro indiano Vaishnaw ha parlato di oltre 400 miliardi di dollari di investimenti previsti sull’intera catena AI nei prossimi due anni. In Australia, la modellizzazione economica commissionata da OpenAI stima fino a 142 miliardi di dollari annui di contributo al PIL entro il 2030. Sono cifre che dicono una cosa sola: questi accordi non sono più una questione di vendita di un servizio, sono infrastruttura nazionale negoziata tra un fornitore privato americano e governi sovrani. Il problema è capire cosa stiamo chiamando “sovranità” in un’architettura di questo tipo.
Sovranità come offtake agreement: il perimetro fisico non è la catena cognitiva
La formula tecnica dell’accordo con NEXTDC è precisa, e va letta alla lettera: OpenAI è “initial offtaker” del supercluster GPU di Eastern Creek, con opzione di scalare nel tempo sotto il programma OpenAI for Countries. In italiano: OpenAI firma come primo cliente garantito di una infrastruttura che un operatore locale costruisce, su suolo australiano, con capitale privato misto, e che verrà messa a disposizione di workload sensibili e mission-critical per governo, difesa, ricerca, grandi imprese. Stessa logica con Tata in India: il data center è di TCS, la “residenza dei dati” è indiana, ma il modello che gira sopra è di OpenAI, i pesi sono di OpenAI, l’aggiornamento è di OpenAI. La sovranità, così definita, è sovranità del perimetro fisico, non sovranità della catena di valore cognitiva.
Due forme diverse di dipendenza strategica, non di indipendenza
È una distinzione che in Europa, dopo anni di discussioni su GAIA-X e cloud sovrano, dovrebbe suonare familiare. Avere i bit dentro i propri confini non significa avere il controllo su quei bit, se il sistema operativo intellettuale che li processa è deciso altrove. L’India ha la leva più forte tra i paesi firmatari, ha Sarvam e altri progetti di foundation model domestici, ha un mercato da 100 milioni di utenti che la rende un interlocutore di peso. L’Australia, con 27 milioni di abitanti, gioca un’altra partita, si tratta di presidiare la propria infrastruttura difensiva e di servizi pubblici senza doverla esternalizzare in cloud region americane. Restano due forme diverse di dipendenza strategica, non di indipendenza.
Il paradosso della profondità: lock-in ecosistemico come effetto industriale
I numeri annunciati sono imponenti, però vanno scomposti. Il programma OpenAI Academy con CommBank, Coles e Wesfarmers intercetta 1,2 milioni di lavoratori australiani con formazione sugli strumenti OpenAI, non su AI in generale. Le 100.000 licenze ChatGPT Edu indiane agli IIM, AIIMS, IIT costruiscono una generazione di professionisti che impara a prompt-engineerare su un unico stack. Il programma startup con Blackbird, Square Peg e AirTree distribuisce fino a 15.000 dollari di credits API OpenAI, non capitale d’investimento generico. Ogni layer di penetrazione funziona per reciproco rinforzo: più sviluppatori formati sullo stack OpenAI significa più aziende che scelgono OpenAI perché è lì che i developer sanno lavorare, significa più scuole che adottano ChatGPT Edu perché le aziende lo richiedono. Si chiama effetto di lock-in ecosistemico, ed è esattamente l’obiettivo industriale. L’analogia storica è con i programmi IBM nelle università americane degli anni Settanta, con la differenza che lì si trattava di mainframe, qui si tratta di un’interfaccia cognitiva che i prossimi dieci anni di professionisti utilizzeranno per pensare.
Accettare o rifiutare: il vero margine di manovra è nelle clausole contrattuali
Il paradosso è che la profondità di integrazione è anche ciò che rende l’iniziativa realmente utile nel breve periodo. Senza la collaborazione di un TCS che adotta Codex per standardizzare lo sviluppo AI-native, senza la penetrazione di CommBank nel tessuto delle piccole imprese australiane, l’accesso all’AI resterebbe diseguale come lo è oggi. Rifiutare il pacchetto in nome della sovranità assoluta significa spesso scegliere l’esclusione. Accettarlo così com’è significa accettare una dipendenza di lungo periodo. Il margine di manovra reale sta tutto nelle clausole contrattuali, nei meccanismi di uscita, nei diritti di accesso ai dati raccolti, nella possibilità futura di far girare modelli alternativi sullo stesso ferro.
La competizione tra fornitori come ossigeno negoziale
Due giorni prima dell’annuncio OpenAI a Delhi, Anthropic inaugurava ufficialmente i suoi uffici di Bengaluru, dichiarando l’India come secondo mercato globale per Claude dopo gli Stati Uniti e un raddoppio del fatturato annualizzato dalla precedente espansione di ottobre 2025. Infosys firmava nello stesso periodo una collaborazione con Anthropic su telecomunicazioni, servizi finanziari, manifatturiero e sviluppo software. In Australia, Microsoft, AWS e Google presidiano da tempo il mercato cloud, NEXTDC stesso è fornitore multi-tenant, Project Southgate punta a schierare 1,6 gigawatt di capacità NVIDIA distribuiti su quattro capitali. La tesi del “vendor unico che colonizza” semplifica troppo. Quello che si sta formando è un mercato oligopolistico dove tre o quattro fornitori americani corrono a firmare accordi paese-per-paese, e il potere contrattuale dei governi ospitanti sta nella capacità di non concedere esclusive e di giocare l’uno contro l’altro.
India, Australia ed Europa: tre posture a confronto
L’India lo sta facendo in modo consapevole, ha firmato accordi con OpenAI, Anthropic, si è aggregata alla coalizione Pax Silica guidata dagli USA per la sicurezza della supply chain AI, ma tiene aperta la porta anche a Sarvam e ad altri sviluppi domestici, con un modello da 105 miliardi di parametri che ha messo il paese sulla mappa della frontier AI. L’Australia ha una posizione più rigida, meno diversificata sul lato fornitori, però ha una governance del dato e del procurement pubblico che obbliga a vincoli di residenza e compliance. Il vero punto debole, a valle di questi accordi, non è il paese che li firma, è il paese che non ha alcuna leva per firmarli con condizioni accettabili. L’Europa, in questo senso, sta guardando una partita che la riguarda senza giocarla.
Il nodo regolatorio e il costo della non decisione
I paesi ospitanti si trovano davanti a una contraddizione operativa: le infrastrutture si costruiscono con orizzonti di 5-10 anni, le normative AI sono in scrittura in tempo reale. Il rischio di inchiodare condizioni a un framework che tra tre anni sarà superato è concreto. L’India sta costruendo la propria governance AI mentre ospita il summit che legittima gli investimenti stranieri. L’Australia ha un Safety Institute attivo e una regolazione in costruzione, però NEXTDC S7 resta “subject to planning and regulatory approvals”. L’Unione Europea ha l’AI Act ma non ha un piano Stargate equivalente. La sequenza ideale, sovranità regolatoria prima, investimenti infrastrutturali poi, non è quella che sta succedendo, e probabilmente non è neanche quella realistica, perché la finestra di opportunità competitiva si chiude più veloce dei cicli normativi.
Un modello ibrido: dipendenza negoziata, asimmetrica, a scadenza lunga
Quello che emerge, leggendo insieme i tre annunci, è una nuova architettura di rapporti tra Stati e fornitori di AI. Non ricalca il modello coloniale classico, che presupponeva estrazione unilaterale senza ritorno. Non ricalca neanche il modello del software commerciale degli anni Duemila, che era vendita di licenze senza radicamento industriale. È qualcosa di ibrido, dove il fornitore investe miliardi in capitale fisso sul territorio, porta formazione a larga scala, forma partnership con il tessuto produttivo locale, e in cambio ottiene una posizione di incumbent difficilissima da scardinare nei 10-15 anni successivi. Il termine “collaborazione” è tecnicamente corretto, il termine “colonialismo” semplifica, la verità operativa è una dipendenza negoziata, asimmetrica, a scadenza molto lunga.
La firma europea che manca: nessun “OpenAI for Europe” all’orizzonte
Manca, in tutto questo, la firma europea. Capgemini entra nella Frontier Alliance, ma come integratore d’impresa, non come controparte-paese. Non esiste ad oggi un “OpenAI for Europe” annunciato con le caratteristiche di quelli per India e Australia, e non esiste perché l’Europa non ha ancora costruito una controparte industriale credibile, un Tata o un NEXTDC a scala continentale, capace di essere “initial offtaker” di infrastruttura iperscala su suolo europeo. I tentativi ci sono, da Mistral ad Aleph Alpha, fino al piano InvestAI da 200 miliardi annunciato nel 2025, però restano frammentati. Il prezzo di questo ritardo si vedrà nel decennio, quando saranno le imprese e le pubbliche amministrazioni europee a ritrovarsi senza un’offerta sovrana paragonabile a quella che OpenAI sta cucendo addosso a Delhi e Sydney.
Multipolarità o ridistribuzione della dipendenza? La domanda aperta
Senza dubbio quello che stiamo osservando assomiglia a un’infrastruttura critica che si forma sotto i nostri occhi con una velocità che la regolazione non riesce a seguire, e la domanda che ci si pone rileggendo gli annunci di questi due mesi è se il mondo stia entrando in un’era di AI davvero multipolare o stia solo ridistribuendo la dipendenza su un numero più alto di nodi controllati dagli stessi quattro soggetti.













