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Fuentes, l’influencer bannato è un successo economico: ecco perché



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Il caso Nick Fuentes mostra come donazioni dirette, superchat e piattaforme alternative possano sostenere economicamente contenuti estremi, in un modello economico stabile, fondato su community fidelizzate, relazioni parasociali e infrastrutture digitali difficili da governare

Pubblicato il 15 mag 2026

Tania Orrù

Data Protection, Compliance & Digital Governance Advisor



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Negli Stati Uniti, un’inchiesta del Washington Post ha rivelato che Nick Fuentes, influencer dell’estrema destra già bandito dalle principali piattaforme social per contenuti razzisti, antisemiti e misogini, ha raccolto circa 900.000 dollari in poco più di un anno attraverso donazioni dirette dei suoi follower durante le live streaming.

L’analisi, basata su oltre 1.400 ore di trasmissioni e sull’elaborazione automatizzata di milioni di frame video, mostra come circa 11.000 sostenitori altamente fidelizzati siano in grado di sostenere economicamente un intero ecosistema comunicativo. Emerge un nuovo modello di infrastruttura finanziaria parallela, costruita al di fuori dei circuiti pubblicitari tradizionali e capace di garantire continuità anche a soggetti esclusi dalle piattaforme mainstream.

Il caso: 900mila dollari raccolti da un influencer bannato

L’inchiesta del Washington Post racconta una storia che parte da un caso umano e arriva a un fenomeno strutturale dell’economia digitale. Protagonista è Nick Fuentes, influencer dell’estrema destra americana, espulso dalle principali piattaforme social per contenuti apertamente razzisti, antisemiti e misogini, ma capace nonostante questo di costruire un sistema di finanziamento estremamente redditizio.

Analizzando oltre 1.400 ore di sue dirette online, il giornale ha stimato che, tra il 2025 e l’inizio del 2026, circa 11.000 utenti abbiano inviato quasi 900.000 dollari attraverso le “superchat”, cioè messaggi a pagamento che scorrono sullo schermo durante le live e che Fuentes legge in diretta.

Il racconto si apre con la storia di una sua sostenitrice, una veterana dell’Air Force con difficoltà economiche, che per anni ha seguito ogni sera le sue trasmissioni fino a considerarlo “come un secondo figlio”, arrivando a inviargli denaro anche nei momenti più difficili della propria vita. Un dettaglio tutt’altro che marginale: l’inchiesta mostra come il successo economico di Fuentes dipende dalla relazione diretta e profondamente emotiva con il suo pubblico e non da grandi sponsor o pubblicità.

I dati rivelano infatti che una parte consistente dei ricavi proviene da un numero limitato di sostenitori molto attivi con poche centinaia di utenti che generano quasi la metà delle entrate complessive; migliaia di altri contribuiscono con piccole somme, spesso inferiori ai 30 dollari. Questo sistema consente a Fuentes di mantenere un flusso di reddito stabile, con entrate mensili che in alcuni periodi hanno superato i 100.000 dollari.

Parallelamente, l’inchiesta mette in luce il funzionamento di una vera e propria “economia dell’ombra”. Fuentes trasmette su piattaforme alternative come Rumble, promuove abbonamenti a chat private e vende merchandising, mentre una rete di sostenitori rilancia e diffonde i suoi contenuti sui social, amplificandone la visibilità. Il tutto alimentato da una community che, oltre a consumare contenuti, partecipa attivamente, pagando per essere visibile, per ottenere attenzione e per rafforzare il proprio senso di appartenenza.

Il risultato è un modello che consente a contenuti estremi di sopravvivere e prosperare anche al di fuori dei circuiti tradizionali, trasformando l’attenzione e il coinvolgimento del pubblico in una fonte diretta e continua di finanziamento. Ed è proprio questo punto, più ancora delle cifre, a rendere il caso Fuentes rilevante ben oltre la sua figura individuale.

Non solo radicalizzazione: la nascita di un modello economico

Il fenomeno va oltre la semplice dinamica di radicalizzazione, in quanto deve essere letto come un modello economico che trasforma la polarizzazione in valore.

L’elemento decisivo è che l’estremismo, oltre a costituire un contenuto problematico da moderare, è una leva per generare engagement e, conseguentemente, ricavi.

La logica dell’economia dell’attenzione viene portata al suo estremo: più il contenuto è divisivo, più aumenta la probabilità di coinvolgimento emotivo, e quindi la disponibilità a contribuire economicamente. Si crea così una spirale in cui contenuto radicale e sostenibilità economica si rafforzano reciprocamente, il che è uno step qualitativo rilevante, perché rende questi modelli visibili e, soprattutto, durevoli.

Le superchat: da strumento tecnico a leva identitaria

Rilevantissime, in questo contesto, le “superchat”, che rappresentano il punto di contatto tra tecnologia e dinamiche sociali. Tecnicamente, si tratta di una funzionalità semplice: pagare per rendere visibile un messaggio durante una diretta.

Questa funzione si trasforma rapidamente in un dispositivo complesso di costruzione identitaria: il messaggio pagato è un segnale pubblico di adesione e la piattaforma diventa uno spazio performativo, in cui l’identità si manifesta attraverso atti economici visibili.

Inoltre, il fatto che il creator legga e reagisca ai messaggi introduce una dimensione di riconoscimento che rafforza ulteriormente il meccanismo.

La tecnologia, in questo caso, struttura e amplifica comportamenti sociali, trasformando una funzione di monetizzazione in un elemento centrale della dinamica comunitaria.

Donare per appartenere: il ritorno della militanza, in forma digitale

La donazione assume quindi un significato preciso, diventando una forma di militanza digitale, cioè una modalità attraverso cui l’individuo partecipa attivamente a un progetto collettivo.

A differenza delle forme tradizionali di attivismo, però, questa partecipazione è immediata, individualizzata e costantemente visibile. Inoltre, non richiede presenza fisica, né organizzazione strutturata, perché basta un semplice click. Ciò abbassa drasticamente le barriere all’ingresso e consente una scalabilità senza precedenti.

Allo stesso tempo, la visibilità della donazione crea una gerarchia interna alla community, in cui il livello di contributo economico si traduce in status.

Si ricostruiscono così dinamiche di appartenenza e riconoscimento tipiche dei gruppi sociali, ma in un ambiente completamente digitale.

Disintermediazione radicale: la fine dei gatekeeper

Il vero salto di qualità del modello emerge guardando alla sua struttura, dove uno degli aspetti più dirompenti è la disintermediazione.

Per decenni, l’accesso alla sfera pubblica e la possibilità di monetizzare contenuti politici o ideologici erano filtrati da intermediari: editori, broadcaster, partiti.

Oggi questi filtri possono essere aggirati, dal momento che il creator costruisce direttamente la propria audience e la trasforma in fonte di reddito. Questo riduce il potere dei gatekeeper tradizionali e modifica gli incentivi: non è più necessario rendere il contenuto accettabile per un pubblico ampio o per inserzionisti, poiché basta soddisfare una nicchia altamente coinvolta.

La conseguenza diretta è una frammentazione dell’ecosistema informativo e la proliferazione di micro-pubblici autosufficienti, ciascuno con le proprie logiche interne.

Deplatforming: limiti e effetti collaterali di una strategia regolatoria

Il deplatforming, ovvero la rimozione di account o contenuti da parte delle piattaforme principali, è stato negli ultimi anni uno degli strumenti più utilizzati per contrastare la diffusione di contenuti estremi.

Tuttavia, se da un lato l’esclusione dai social mainstream riduce la visibilità e l’accesso a un pubblico generalista, dall’altro non impedisce la prosecuzione dell’attività su canali alternativi, in ambienti più chiusi ma anche più stabili, in cui il legame tra creator e pubblico si intensifica.

Così il deplatforming può produrre effetti controintuitivi come rafforzare la coesione della community (in spazi dove quest’ultima tende a diventare più ideologicamente omogenea in quanto si riduce il confronto con visioni esterne), alimentare la narrativa della censura e incentivare la migrazione verso ambienti meno regolati.

Dal punto di vista sistemico, il deplatforming rischia quindi di frammentare ulteriormente l’ecosistema digitale, spostando contenuti e utenti verso spazi meno monitorabili. Questo solleva una questione di fondo per il diritto digitale e cioè, se, per perseguire l’obiettivo di ridurre l’impatto di determinati contenuti, sia sufficiente intervenire sulle singole piattaforme o sia invece necessario ripensare gli strumenti di intervento in un contesto caratterizzato da elevata portabilità e resilienza delle comunità online.

Il deplatforming non elimina il problema: lo redistribuisce in spazi meno visibili e più difficili da governare.

Piattaforme alternative: quali sono?

Rumble, servizio utilizzato da Fuentes per le sue dirette, è una piattaforma di video hosting e streaming simile a YouTube, ma nata con una promessa esplicita di maggiore libertà di espressione e minore moderazione dei contenuti.

Negli ultimi anni è diventata un punto di riferimento per creator e commentatori politici (soprattutto nell’area conservatrice e radicale) che sono stati sospesi o demonetizzati sui social mainstream.

A differenza di YouTube, il suo modello punta molto sulla monetizzazione diretta (pubblicità meno restrittiva, abbonamenti, donazioni) e su policy più permissive, il che la rende attrattiva per contenuti controversi.

Rumble non è un caso isolato, in quanto esiste un intero ecosistema di piattaforme con caratteristiche simili, tra cui Odysee (basata su tecnologia blockchain, per la distribuzione decentralizzata dei contenuti); Kick (piattaforma di live streaming con moderazione più leggera, in crescita tra streamer bannati da Twitch); Truth Social (social network legato all’ecosistema trumpiano, rilevante per diffusione contenuti); Telegram (infrastruttura di distribuzione alternativa tramite canali, gruppi, broadcast); Cozy.tv (piattaforma creata nel 2021 da Fuentes prima del passaggio a Rumble).

Piattaforme alternative ed economie parallele

Le piattaforme alternative rappresentano un elemento chiave per comprendere la sostenibilità di questi modelli. Il punto interessante è il fatto che queste realtà creano un ecosistema parallelo e interoperabile, in cui un creator può spostarsi, mantenere il proprio pubblico e continuare a monetizzare senza dipendere da un unico intermediario.

Servizi come Rumble sono veri e propri ecosistemi progettati con un diverso equilibrio tra libertà di espressione e moderazione dei contenuti, e non sono semplicemente “copie” meno regolamentate dei social mainstream. In molti casi, queste piattaforme, con i loro strumenti di monetizzazione diretta (come donazioni, abbonamenti, integrazioni con sistemi di pagamento esterni) riducono la dipendenza dalla pubblicità.

Dal punto di vista tecnico, ciò implica una minore esposizione al rischio di demonetizzazione e una maggiore stabilità delle entrate per i creator.

Inoltre, l’integrazione con servizi terzi, come piattaforme di pagamento dedicate o criptovalute, consente di aggirare eventuali restrizioni imposte dagli operatori finanziari tradizionali. Un’infrastruttura distribuita, difficilmente interrompibile, in cui contenuti, audience e flussi economici sono strettamente interconnessi ma non centralizzati in un unico punto di controllo.

Si tratta infatti di economie parallele, in cui contenuti, audience e flussi finanziari circolano in modo relativamente autonomo rispetto al resto dell’ecosistema digitale; come tali risultano difficili da monitorare, sia per ragioni tecniche sia per limiti giurisdizionali.

L’esistenza di queste nuove infrastrutture solleva pertanto interrogativi sulla capacità delle politiche pubbliche di intervenire efficacemente in un contesto sempre più frammentato e transnazionale.

Relazioni parasociali: il vero motore della fidelizzazione

Al centro di questo modello c’è la relazione tra creator e audience.

Le relazioni parasociali, già studiate nei media tradizionali, assumono una nuova intensità grazie all’interattività e alla continuità del contatto, poiché il pubblico percepisce il creator come una figura vicina con cui è comunque possibile interagire con facilità, anche se in modo asimmetrico.

Ciò genera un forte coinvolgimento emotivo, che si traduce in fedeltà e disponibilità a sostenere economicamente il progetto.

La dimensione narrativa (storie personali, confidenze, momenti di vulnerabilità) contribuisce a rafforzare questo legame e il risultato è una relazione che combina intrattenimento, informazione e appartenenza, rendendo il modello particolarmente resiliente.

Un modello economicamente stabile e quindi pericoloso

La stabilità economica è uno degli elementi più critici. A differenza dei modelli basati sulla pubblicità, soggetti a fluttuazioni legate al mercato e alle policy delle piattaforme, il finanziamento diretto da parte degli utenti offre infatti una maggiore prevedibilità.

Se la base di sostenitori è sufficientemente ampia e coinvolta, il flusso di entrate può diventare relativamente costante e consente al creator di pianificare e investire nel proprio progetto, rafforzandone ulteriormente la capacità di attrarre pubblico.

Si profila quindi uno scenario in cui la radicalizzazione, oltre che un fenomeno ideologico, è una strategia economicamente razionale all’interno di un determinato contesto.

Le sfide per il diritto digitale e il Digital Services Act

Dal punto di vista regolatorio, il fenomeno pone sfide complesse.

Il Digital Services Act introduce obblighi significativi per le piattaforme in termini di moderazione dei contenuti e gestione dei rischi sistemici; tuttavia, il nuovo modello descritto si sviluppa in parte al di fuori di questi meccanismi e rischia di sfuggire a questo quadro normativo.

Le piattaforme alternative, inoltre, possono non rientrare pienamente nel perimetro normativo europeo, o operare in giurisdizioni diverse.

Le norme tendono in ogni caso a concentrarsi su categorie relativamente stabili (contenuti, piattaforme, operatori), mentre il fenomeno evolve verso configurazioni più fluide, in cui i confini tra produttore e consumatore si sfumano, le piattaforme si moltiplicano, i flussi economici si distribuiscono. Interventi puntuali rischiano quindi di essere aggirati o di perdere efficacia nel tempo, essendo necessario sviluppare approcci più sistemici, capaci di cogliere le dinamiche sottostanti e non solo le loro manifestazioni superficiali.

Infine, la monetizzazione diretta attraverso donazioni solleva questioni che vanno oltre la moderazione dei contenuti: occorre capire se e come intervenire su flussi finanziari che, pur legittimi in sé, contribuiscono a sostenere contenuti problematici.

Un terreno in cui diritto digitale, regolazione finanziaria e libertà di espressione si intrecciano in modo complesso.

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