A un anno dall’entrata in vigore dell’European Accessibility Act, il quadro europeo sull’accessibilità digitale si presenta frammentato: alcuni paesi hanno già avviato procedimenti e azioni legali, mentre in Italia l’impianto normativo si è completato solo nella primavera del 2026 e il primo controllo effettivo deve ancora arrivare.
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L’European Accessibility Act: chi è obbligato e in quali settori
L’European Accessibility Act (Direttiva UE 2019/882) è la prima norma europea che estende l’obbligo di accessibilità digitale al settore privato. In Italia è stato recepito con il D.Lgs. 27 maggio 2022, n. 82, che ha ampliato il perimetro della Legge Stanca (Legge 4/2004), pensata in origine per la pubblica amministrazione. Dal 28 giugno 2025 l’obbligo si applica alle imprese con almeno 10 dipendenti o oltre 2 milioni di euro di fatturato, in settori chiave: e-commerce, banche, trasporti, comunicazioni elettroniche, media audiovisivi, e-book.
Sanzioni e regime transitorio: cosa prevede il decreto italiano
L’autorità di vigilanza italiana è l’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID). L’articolo 24 del decreto prevede tre fasce sanzionatorie: da 5.000 a 40.000 euro per la violazione dei requisiti di accessibilità; da 2.500 a 30.000 euro per l’inottemperanza alle disposizioni dell’autorità di vigilanza; da 2.500 a 30.000 euro per la mancata collaborazione.
Per i soggetti privati con fatturato medio triennale superiore a 500 milioni di euro è prevista in aggiunta una sanzione fino al 5% del fatturato annuo (Legge Stanca, art. 9, come modificato dal DL 76/2020). Per i prodotti e servizi già online prima del 28 giugno 2025 è previsto un periodo transitorio fino al 28 giugno 2030.
L’enforcement in Europa: Germania, Svezia, Paesi Bassi e Francia
Nei mesi successivi all’entrata in vigore dell’EAA, diversi paesi UE hanno avviato attività di enforcement.
In Germania, poche settimane dopo l’entrata in vigore della Barrierefreiheitsstärkungsgesetz (BFSG), gli operatori e-commerce hanno iniziato a ricevere Abmahnungen, lettere di diffida private inviate da studi legali sulla base del § 3a della legge tedesca sulla concorrenza sleale (UWG).
In Svezia, la Post- och Telestyrelsen (PTS) ha avviato la sorveglianza di mercato a ottobre 2025, testando i principali retailer online contro lo standard EN 301 549.
Nei Paesi Bassi, dal 15 ottobre 2025 è scattato un obbligo di segnalazione coordinato da cinque autorità competenti per settore: ACM (e-commerce), AFM (servizi finanziari), RDI (prodotti), CvdM (media), ILT (trasporti).
In Francia, il 12 novembre 2025 le associazioni ApiDV e Droit Pluriel, sostenute dal collettivo Intérêt à Agir, hanno depositato ricorsi d’urgenza al Tribunal judiciaire de Paris contro Auchan, Carrefour, E.Leclerc e Picard Surgelés, lamentando una discriminazione digitale verso due milioni di francesi con disabilità visiva. I procedimenti risultano pendenti e riguardano esclusivamente le società francesi, non le filiali italiane dei medesimi gruppi. La vigilanza sull’attuazione dell’EAA in Francia è affidata alla DGCCRF, Direzione generale per la concorrenza, il consumo e la repressione delle frodi, articolazione del Ministero dell’Economia francese.
L’Italia chiude il quadro procedurale nel 2026
In Italia il completamento dell’impianto procedurale è arrivato in tempi più estesi: linee guida operative AgID con la Determinazione n. 38/2026 del 4 marzo 2026, apertura della piattaforma di segnalazione (segnalazioni.agid.gov.it) l’11 marzo 2026, pubblicazione in Gazzetta Ufficiale (Serie Generale n. 69) il 24 marzo 2026.
Il quadro sanzionatorio italiano nel confronto europeo
Il massimale italiano per la fascia PMI si colloca tra i più bassi fra i grandi paesi UE.
- La Spagna prevede sanzioni fino a 1.000.000 di euro più sospensione dell’attività fino a due anni nei casi più gravi.
- L’Ungheria fino a 1.260.000 euro o il 5% del fatturato.
- I Paesi Bassi fino a 900.000 euro o il 10% del fatturato.
- La Germania fino a 100.000 euro per singola violazione (BFSG).
- L’Irlanda è l’unico paese UE a prevedere sanzioni penali, con reclusione fino a 18 mesi nei casi più gravi (S.I. n. 636/2023).
- La Francia combina sanzioni per singola violazione (7.500-15.000 euro) con una sanzione fino a 25.000 euro per inadempimento agli obblighi dichiarativi (LOI 2023-171).
- L’Italia si ferma a 40.000 euro per la fascia PMI; la previsione del 5% sul fatturato resta circoscritta ai soggetti privati di maggiori dimensioni, finora mai applicata.
L’unica causa italiana documentata è del 2024
In Italia non risultano pubblicamente procedimenti aperti o sanzioni comminate sulla base del D.Lgs. 82/2022. L’unica causa documentata contro un soggetto privato per inaccessibilità digitale risale al 2024: l’Associazione Luca Coscioni ha annunciato l’iniziativa nel marzo 2024 e ha formalizzato il deposito del ricorso nell’agosto 2024, promuovendo un’azione civile nei confronti di Italo – Nuova Trasporto Viaggiatori S.p.A. sulla base della Legge 67/2006 (antidiscriminazione delle persone con disabilità). È lo stesso strumento giuridico, di vent’anni fa, che la medesima associazione aveva usato nel 2020 per diffidare l’Agenzia delle Entrate su un bonus vacanze ritenuto dall’associazione inaccessibile alle persone non vedenti.
I dati WebAIM 2026 segnalano un’inversione di tendenza
Il diritto antidiscriminazione del 2006 ha prodotto in Italia più procedimenti della normativa speciale del 2022.
Il WebAIM Million 2026, l’analisi annuale delle prime un milione di homepage al mondo pubblicata a febbraio 2026, registra il 95,9% di siti con errori WCAG 2 (era il 94,8% nel 2025). La media degli errori per pagina sale da 51 a 56,1, con un incremento del 10,1%. È la prima inversione di tendenza dopo sei anni di lento miglioramento. Tra i fattori ipotizzati dal report rientra il vibe coding, l’uso massivo di codice generato da modelli di intelligenza artificiale spesso privo di verifica sistematica con utenti reali. È una lettura in consolidamento nel dibattito tecnico.
Le persone con disabilità in Italia: una stima
Secondo i dati IAPB Italia ETS, le persone con disabilità visiva in Italia sono fra 1,8 e 2 milioni, di cui circa l’85% ipovedenti. Le rilevazioni ISTAT stimano in oltre 3 milioni le persone con limitazioni funzionali gravi alle attività quotidiane: una popolazione per cui l’inaccessibilità digitale resta un ostacolo strutturale all’autonomia.
Un anno dopo: dove arriva l’Italia sull’accessibilità digitale
Alla data di redazione di questo articolo, l’Agenzia per l’Italia Digitale non ha pubblicato dati aggregati sul numero di dichiarazioni di accessibilità depositate entro la scadenza annuale del 23 settembre 2025 dai soggetti privati con fatturato medio triennale superiore a 500 milioni di euro, soggetti al regime della Legge Stanca. Per i soggetti coinvolti dall’estensione introdotta con l’EAA, il regime di dichiarazione è disciplinato dalle linee guida operative del marzo 2026.
Nessun paese UE ha ancora comminato sanzioni definitive sotto l’EAA, alla data di redazione e secondo i dati pubblici disponibili: è una conseguenza prevedibile del primo anno di applicazione di una norma complessa. Altrove i procedimenti sono partiti. Le associazioni hanno fatto causa ai colossi del retail. In Italia il primo controllo effettivo basato sul D.Lgs. 82/2022 deve ancora arrivare.
Il periodo transitorio fino al 28 giugno 2030 lascia aperto un margine di tolleranza per i prodotti e servizi già online a giugno 2025: cinque anni in cui parte significativa del web preesistente resta legalmente compatibile con la norma, mentre i dati WebAIM mostrano che il quadro complessivo del web sta peggiorando. Il diritto all’accessibilità in Italia esiste sulla carta dal 2004. Dal 2022 ha una cornice europea, dal 2025 si estende al settore privato, dal 2026 ha le linee guida operative. Dal punto di vista di chi usa quotidianamente uno screen reader, l’enforcement è la fase rimasta. È anche quella che separa un diritto da un’aspirazione.














