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L’euro digitale avrà successo? La partita decisiva passa dalle banche



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Tra incertezze politiche, costi contestati, timori di disintermediazione e lentezza nell’adozione dei nuovi strumenti di pagamento, il rischio per l’euro digitale non è solo tecnologico ma commerciale: creare un prodotto corretto, ma poco usato. Un estratto da libro Banconote digitali. Perché l’Euro Digitale cambierà (forse) tutto di Andrea Gnetti

Pubblicato il 27 mag 2026

Andrea Gnetti

CEO di Excellence Payments



euro digitale; fondi transizione 5.0; stablecoin
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Mentre si avviano a conclusione le definizioni delle specifiche tecniche dell’Eurosistema, si apre la fase cruciale dell’implementazione operativa dell’euro digitale all’interno delle banche commerciali. Sarà in questo passaggio che gli istituti dovranno sciogliere la riserva sulla strategia commerciale da adottare, decidendo se limitarsi alla conformità o puntare sul nuovo strumento per ridisegnare il rapporto con i propri clienti.

Tuttavia, la riuscita del progetto non può essere data per scontata, poiché l’euro digitale si trova a dover mediare tra visioni e interessi che spesso remano in direzioni opposte.

L’incognita politica dell’euro digitale

La principale fonte di incertezza rimane la dialettica all’interno del Parlamento Europeo. Nonostante il lavoro tecnico proceda a Francoforte, il destino del progetto è legato a un processo legislativo dove le diverse sensibilità politiche si fanno portavoce di istanze contrastanti provenienti dai principali stakeholder di mercato. Il dibattito politico non è che la punta dell’iceberg di un confronto serrato sulle regole del gioco.

Gli intermediari finanziari (rappresentati da associazioni come EBF, EACB ed ESBG) esprimono forti preoccupazioni sul modello di business e sulla stabilità finanziaria. Come evidenziato dallo studio di PwC (2025), le banche stimano costi di implementazione che potrebbero raggiungere i 18 miliardi di euro nell’Eurozona (cifra che sale a 30 miliardi se si includono funzioni complesse come l’offline e i multi-wallet).

Tuttavia, la BCE ha formalmente contestato queste valutazioni, ritenendole basate su assunzioni tecniche non corrette – come la necessità di una sostituzione massiva degli ATM – e su una sottostima delle sinergie operative. Secondo l’analisi della BCE, correggendo tali errori e considerando la capacità di mutualizzazione dei costi all’interno dei gruppi bancari, l’investimento necessario sarebbe sensibilmente inferiore: una cifra compresa tra i 4 e i 5,8 miliardi di euro complessivi (circa 1-1,44 miliardi annui su quattro anni), in linea con quanto stanziato storicamente per la PSD2.

I timori delle banche sull’Euro Digitale

Il timore degli intermediari, tuttavia, non è solo il peso degli investimenti, ma un potenziale scenario a somma zero: l’Euro Digitale rischierebbe di cannibalizzare non tanto i circuiti internazionali (come Mastercard o VISA), quanto le soluzioni di pagamento domestiche e regionali europee (come Bizum o i progetti dell’EPI) che le banche hanno faticosamente costruito in questi anni.

Esiste inoltre la paura della disintermediazione: se i cittadini spostassero massicciamente liquidità verso la Banca Centrale, le banche perderebbero una fonte primaria di raccolta, con impatti diretti sulla loro capacità di erogare credito a imprese e famiglie.

Dall’altro lato, i commercianti guardano con favore alla promessa di commissioni più basse e all’accettazione obbligatoria, ma temono la complessità operativa. Chiedono flessibilità (poter scegliere tra QR code e NFC senza l’obbligo di entrambi) e una remunerazione equa per i servizi aggiuntivi, paventando che l’Euro Digitale possa rallentare il check-out online a causa di standard UX troppo rigidi.

Il ruolo del Parlamento europeo

Esiste dunque il rischio che il Parlamento, spinto da queste pressioni, possa approvare una versione depotenziata dello strumento – per esempio attraverso l’imposizione di limiti di detenzione eccessivamente bassi o restrizioni operative molto stringenti – per proteggere gli equilibri esistenti.

Tuttavia, la risoluzione approvata dal Parlamento Europeo il 10 febbraio 2026 ha segnato un punto di svolta fondamentale: esprimendo un sostegno esplicito a un Euro Digitale che sia, fin da subito, sia online che offline, il legislatore ha chiarito che la digitalizzazione non può essere delegata esclusivamente ad attori privati o di paesi terzi.

Questa presa di posizione riduce l’incertezza sulla natura duale del prodotto, ma non elimina del tutto il timore che lo strumento possa essere depotenziato in altri parametri operativi. Un simile compromesso al ribasso potrebbe ancora svuotare l’Euro Digitale del valore d’uso necessario per competere davvero sul mercato, condannandolo a restare una riserva di valore marginale invece che un’infrastruttura di pagamento di massa.

L’inerzia delle abitudini e la lentezza dell’adozione

Storicamente, i pagamenti sono uno dei settori più resistenti al cambiamento, essendo legati a rituali di utilizzo profondamente radicati.

Cambiare le abitudini di consumo è un processo fisiologicamente lento: pensiamo a quanto tempo è stato necessario affinché la tecnologia contactless (NFC) diventasse lo standard per le carte fisiche, superando anni di diffidenza psicologica.

Ancora oggi, i pagamenti mobili crescono ma rimangono una minoranza rispetto all’utilizzo radicato della carta di plastica.

L’Euro Digitale non dovrà quindi solo essere efficace, ma dovrà offrire vantaggi così evidenti da giustificare l’abbandono di gesti ormai automatici per milioni di cittadini.

La battaglia per la priorità negli investimenti bancari

Esiste infine un problema di priorità interna agli istituti finanziari. La gestione dei pagamenti ricopre spesso un ruolo minoritario nel conto economico delle banche rispetto ai margini generati dal credito o dal risparmio gestito. In un contesto di risorse limitate, l’Euro Digitale si trova a competere con decine di altri progetti che promettono ritorni più immediati.

Senza un incentivo economico chiaro, c’è il rischio che le banche releghino l’Euro Digitale a una bassa priorità, limitandosi al minimo richiesto dal regolatore. Il rischio reale, dunque, non è il fallimento tecnologico, ma l’irrilevanza: la genesi di un prodotto fantasma, tecnicamente ineccepibile e normativamente obbligatorio, ma ignorato dagli utenti e poco sostenuto dai distributori.

Per scongiurare questo scenario, l’Eurosistema deve pienamente assumere il ruolo di Product Development delineato in apertura di questo capitolo. Non basta agire come un mero regolatore; serve progettare con l’ambizione di chi deve creare una UX distintiva e superiore, evitando compromessi legislativi che finirebbero per depotenziare lo strumento prima ancora della sua nascita.

Il successo non sarà decretato dai regolamenti, ma dalla capacità della BCE di prendersi il tempo necessario per consegnare al mercato una piattaforma di pagamento realmente competitiva con i giganti globali già presenti. Solo offrendo vantaggi tangibili, e non semplici obblighi, si potrà convincere gli intermediari a vedere nel wallet unico un’opportunità di fidelizzazione e il mercato a superare la sua naturale inerzia.

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