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Quantum Act europeo, la partita decisiva per le PMI italiane



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La proposta di Quantum Act europeo attesa tra aprile e giugno 2026 apre una partita industriale decisiva. Il testo analizza rischi di concentrazione, ruolo dei simulatori quantistici classici, accesso delle PMI italiane e possibili correttivi da portare al tavolo europeo

Pubblicato il 8 giu 2026

Imma Orilio

Delegato Regionale Sicilia – pres. comitato editoriale – Cio Club Italia



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Tra aprile e giugno 2026 la Commissione Europea presenterà al Parlamento e al Consiglio una proposta di Quantum Act: una legge quadro che dovrebbe coordinare la ricerca quantistica europea, finanziare la capacità industriale (sei pilot lines per chip quantistici, una design facility) e proteggere la resilienza delle catene di approvvigionamento del settore. È il seguito operativo della Quantum Europe Strategy pubblicata il 2 luglio 2025.

La diagnosi che la Commissione fa del problema europeo è corretta: l’Europa produce ricerca quantistica di livello mondiale ma cattura solo il 5% del capitale privato globale del settore, contro oltre il 50% degli Stati Uniti. La cura proposta — più coordinamento, pilot lines, fondi blended pubblico-privati — è plausibile ma incontra tre punti deboli che questo articolo argomenta.

  • Primo: l’Act rischia di concentrare le risorse sul calcolo quantistico fisico, lasciando in penombra la categoria di tecnologie ponte che oggi produce già valore industriale.
  • Secondo: il modello del coordinamento europeo top-down ha funzionato male in altri settori dual-use e il quantum non è immune dagli stessi rischi di cattura.
  • Terzo: per l’Italia, e per le PMI italiane in particolare, l’Act sarà utile solo se conterrà strumenti specifici di accesso, altrimenti rischia di consolidare l’asse franco-tedesco-olandese che già oggi domina i programmi quantistici europei.

Cosa sta succedendo a Bruxelles, e perché ora

Per capire il Quantum Act bisogna mettere in fila tre date.

  • Il 5 dicembre 2023 i Paesi membri firmano la Quantum Declaration, riconoscendo formalmente le tecnologie quantistiche come strategiche per la competitività europea.
  • Il 2 luglio 2025 la Commissione pubblica la Quantum Europe Strategy (documento COM(2025) 363 final): non è ancora un atto legislativo, è una visione politica che individua cinque pilastri — ricerca, infrastrutture, ecosistema industriale, dual-use civile-militare, competenze — e annuncia per il 2026 una legge che dia a quei pilastri base giuridica vincolante.
  • Tra il 22 ottobre e il 15 dicembre 2025 si svolge la Call for Evidence, la consultazione pubblica con cui Bruxelles raccoglie le posizioni di Stati membri, agenzie, EuroHPC, EuroQCI, industria, PMI, startup, mondo accademico, organismi di standardizzazione, esperti di cybersicurezza e difesa.

La proposta di legge è prevista per il secondo trimestre 2026, quindi tra aprile e giugno: stiamo scrivendo nelle settimane immediatamente precedenti alla sua presentazione formale.

Il commissario competente è Henna Virkkunen, vice-presidente esecutiva con delega a Sovranità Tecnologica, Sicurezza e Democrazia. La base giuridica indicativa è negli articoli 173, 180 e 184 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea — le norme che permettono all’UE di promuovere la competitività industriale, la ricerca e i programmi di sviluppo tecnologico. È un ancoraggio significativo: non è un atto di mera armonizzazione del mercato interno (come l’AI Act, fondato sull’articolo 114 TFUE), ma un atto di politica industriale attiva. La differenza non è cosmetica: significa che la Commissione si attribuisce il potere di indirizzare attivamente investimenti, non solo di regolare cosa altri possono o non possono fare.

I tre obiettivi dichiarati

L’Act dovrebbe agire su tre piani:

(1) coordinare ricerca e innovazione tra Stati membri, riducendo la frammentazione dei programmi nazionali;
(2) rafforzare la capacità industriale europea — sei pilot lines per chip quantistici, una design facility centrale, fino a 50 milioni di euro di fondi pubblici per linea, sotto l’ombrello del Chips Joint Undertaking;
(3) garantire resilienza delle supply chain, monitorando dipendenze critiche da fornitori extra-UE per componenti quantistici essenziali. Tutto questo si integrerà con strumenti già esistenti: EuroHPC, EuroQCI, Horizon Europe, European Defence Fund, Digital Europe.

La motivazione dichiarata è chiara e in larga parte difendibile. L’Europa ha circa il 32% delle aziende quantistiche mondiali — quasi una su tre — ed è al primo posto per pubblicazioni scientifiche, ma cattura solo il 5% del capitale privato globale del settore. Negli Stati Uniti la quota è oltre il 50%, in Cina circa il 40%. La Commissione legge questo gap come un fallimento della transizione “lab-to-fab-to-market” e propone un’architettura europea per ridurlo. Il Joint Research Centre, in un policy report di ottobre 2025, ha quantificato un altro indicatore allarmante: l’Europa ha solo il 6% dei brevetti quantistici globali, contro il 46% della Cina e il 23% degli Stati Uniti. La diagnosi insomma c’è, ed è fondata.

La tassonomia che manca, e che ci riguarda direttamente

Il primo problema vero del Quantum Act — che vediamo già dalla Strategy del luglio 2025 e dalla documentazione della Call for Evidence — è che il testo parla di “quantum technologies” come se fossero una categoria omogenea. Non lo sono. Sotto quella stessa etichetta convivono almeno quattro categorie tecnicamente, economicamente e industrialmente molto diverse: il calcolo quantistico fisico (le macchine criogeniche di IBM, Google, IQM, Pasqal e altri); la comunicazione quantistica (QKD, EuroQCI, satelliti); il sensing quantistico (orologi atomici, magnetometri, gravimetri, già in produzione commerciale); e la categoria che raggruppa emulatori e simulatori quantistici classici, ovvero sistemi che eseguono codice quantistico autentico su hardware classico (CPU, GPU, FPGA, ASIC) e che oggi costituiscono la principale infrastruttura concreta su cui le aziende europee possono lavorare con algoritmi quantistici applicati.

Come ho argomentato in un saggio precedente, queste quattro categorie hanno orizzonti di maturità industriale completamente diversi: due anni, dieci anni, già in produzione, cinque-dieci anni. Trattarle tutte come un blocco unico significa, nei fatti, sovrappesare la categoria più immatura — il calcolo quantistico fisico — a scapito di quelle già produttive.

Premessa la differenza tra emulatori e simulatori, che è abbastanza sostanziale: un simulatore ti dice se il tuo algoritmo è quantisticamente corretto, un emulatore ti dice se il tuo algoritmo funzionerà su qualsiasi QPU target. Gli emulatori possono incorporare budget di errore realistici, vincoli di connettività e tempi dei gate — fondamentali per i dispositivi NISQ dove le imperfezioni hardware dominano, su queste due specifiche categorie, l’Act rischia un errore strategico per omissione. La categoria è quella di prodotti come Atos Quantum Learning Machine, MCG-EQM, e poi NVIDIA cuQuantum, IBM Qiskit Aer, Google Cirq Simulator: piattaforme di emulazione in senso proprio e software — talvolta accelerato da hardware dedicato — che gira su elettronica standard e calcola il comportamento di un computer quantistico fino oltre 50 qubit.

La maggior parte dei casi d’uso industrialmente sensati nei prossimi cinque-dieci anni (ottimizzazione di portafogli finanziari, ottimizzazione logistica, simulazione di molecole piccole e medie, machine learning quantistico applicato) sta dentro questa scala. Sono prodotti commerciali maturi, accessibili, con costi ordinari di server tradizionali. Ma proprio perché maturi, rischiano di non essere considerati “innovazione” dai meccanismi di finanziamento dell’Act, che storicamente premiano la frontiera tecnologica nuda. È un errore comune del policy-making europeo: confondere la novità con l’utilità industriale.

Il rischio di cattura, e perché va preso sul serio

Il secondo punto debole non riguarda i contenuti dell’Act ma il modo in cui verrà implementato. La Commissione propone un’“EU-level governance framework” per coordinare la ricerca quantistica europea: un High-Level Advisory Board di scienziati, una Quantum Europe Research and Innovation Initiative, sei pilot lines selezionate centralmente. È un’architettura top-down, basata su scelte di selezione effettuate da comitati. La storia europea recente delle tecnologie strategiche dovrebbe insegnarci a essere cauti.

Quando la Commissione coordina ricerca e capacità industriale in tecnologie a forte componente dual-use, due dinamiche tendono a sovrapporsi. La prima è il rischio di cattura: i grandi player già affermati — in questo caso Atos/Eviden in Francia, IQM in Finlandia/Germania, Pasqal in Francia, ID Quantique in Svizzera, una manciata di altri — hanno le risorse di lobbying, le competenze di scrittura tecnica e i contatti per influenzare la formulazione dei criteri. La seconda è il consolidamento dell’asse industriale: nei programmi EuroHPC e Chips Act, l’allocazione effettiva delle pilot lines e dei finanziamenti è stata fortemente concentrata in pochi paesi — Francia, Germania, Paesi Bassi, Belgio, Finlandia — con presenza italiana minoritaria. Non c’è nessuna ragione per cui il Quantum Act dovrebbe seguire un percorso diverso, a meno che non si introducano specifiche tutele per la pluralità geografica.

La replica standard è che l’Italia ha già le sue eccellenze nel settore — il CNR, l’INFN, alcune università, alcune startup — e che la “Quantum Italy” può partecipare alla competizione europea ad armi pari. Ma l’esperienza dei programmi EuroHPC e dell’European Defence Fund mostra che la partecipazione italiana è stata più di facciata che di sostanza: i grandi nodi di calcolo, le pilot lines, i bandi a maggiore intensità di capitale sono andati altrove. Il sistema italiano della ricerca quantistica è frammentato anche al suo interno, e arriva al tavolo europeo senza una posizione coordinata. Il Quantum Act passerà sopra questa frammentazione se non sapremo correggerla — e la finestra per farlo è piccolissima, perché si tratta di intervenire ora, prima che il testo entri in trilogo.

Cosa l’Italia potrebbe chiedere, in concreto

Da dove parlo — cioè da una PMI italiana che opera nel settore — le richieste che andrebbero portate nei prossimi due mesi a Bruxelles e nel dialogo con il MIMIT sono quattro, ordinate per importanza.

La prima è il riconoscimento esplicito dei simulatori quantistici classici come categoria industriale separata e finanziabile dall’Act. Non come ripiego rispetto al “vero” quantum, ma come infrastruttura concreta su cui l’industria europea può sviluppare oggi proprietà intellettuale, formare team, generare casi d’uso. L’elemento cruciale è includere nei criteri di eleggibilità dei finanziamenti per pilot lines e capacità produttiva tutte le tecnologie di accelerazione classiche — CPU, GPU, FPGA, ASIC — e non solo i quantum chip criogenici. Questo è nell’interesse delle PMI italiane, ma anche nel più ampio interesse europeo: è l’unica categoria in cui il time-to-market è misurabile in mesi, non in decenni.

La seconda è una clausola di riserva per le PMI nei programmi industriali coordinati dall’Act. Negli appalti pubblici europei esistono già strumenti di questo tipo — il “set-aside” per piccole e medie imprese, o quote di partecipazione obbligatorie nei consorzi finanziati. Senza una clausola simile, le pilot lines e la design facility andranno meccanicamente ai grandi gruppi industriali e ai loro spin-off accademici di riferimento. Con una clausola del 25-30% di partecipazione PMI obbligatoria, l’Italia (che ha pochi grandi player ma molte PMI tecniche) ne beneficerebbe in modo sproporzionato.

La terza è un meccanismo di ricorso indipendente sui criteri tecnici di selezione. L’Advisory Board annunciato dalla Strategy include premi Nobel europei e leading scientists; è un comitato di altissimo livello, ma rischia di essere strutturalmente orientato verso la ricerca di frontiera, non verso le tecnologie a TRL 7-9. Un meccanismo di appello indipendente — con composizione mista accademia, industria, PMI — darebbe ai progetti applicativi un canale per contestare l’eventuale esclusione “perché non abbastanza innovativi”.

La quarta è un’integrazione sistematica con i fondi nazionali, in particolare con il MIMIT FCS-STEP (Fondo Crescita Sostenibile – Strategic Technologies for Europe Platform). Senza un meccanismo di matching e di leva tra finanziamento europeo e finanziamento nazionale, le PMI italiane si troveranno a competere per due bandi in parallelo — ciascuno con regole, tempi e requisiti diversi — invece di poter strutturare un percorso integrato. È il difetto più evitabile di tutti, e ironicamente il più frequente.

Le obiezioni e la finestra utile

Una posizione che non espone le proprie debolezze è utile solo a chi già la condivide. Espongo qui le obiezioni più forti che si possono muovere all’argomentazione di queste pagine.

Non è nostra intenzione chiedere di privilegiare i simulatori classici a discapito della competizione sul calcolo quantistico fisico (su cui gli Stati Uniti hanno un vantaggio strutturale che l’Europa non recupererà). La mia tesi non è “abbandoniamo il quantum fisico”, è “non sacrifichiamo a quello l’unica categoria in cui possiamo essere competitivi oggi”. L’Act può e deve sostenere entrambi i binari. Il rischio è che, sotto la pressione mediatica del “vantaggio quantistico”, i finanziamenti vengano concentrati su una tecnologia che diventerà industrialmente utile — se tutto va bene — dopo il 2032. Per molte PMI europee, “dopo il 2032” significa “mai”.

Ma la critica al rischio di cattura è generica e si applica a qualunque programma europeo, è proprio per questo che l’articolo non si limita a denunciare il rischio ma propone strumenti concreti per attenuarlo (clausola PMI, meccanismo di ricorso, matching nazionale).

Queste proposte sono tecnicamente implementabili nel testo dell’Act? La risposta è sì: tutte e quattro hanno precedenti in altri atti europei (DORA, AI Act, Chips Act, programmi del Defence Fund), e possono essere portate nei prossimi due mesi attraverso la Rappresentanza Permanente italiana presso l’UE.

La proposta della Commissione arriverà entro giugno 2026, poi serviranno 18-30 mesi di trilogo con Parlamento e Consiglio prima dell’adozione, poi altri 12-24 mesi prima della piena operatività dei meccanismi finanziari. Realisticamente, le prime pilot lines del Quantum Act produrranno output non prima del 2029-2030. Proprio per questo le scelte di scrittura del testo che si fanno adesso, nei prossimi tre mesi, sono decisive: una volta che la Commissione presenta la proposta, modificarla in trilogo è molto più difficile che indirizzarla nella fase di drafting. La finestra di influenza utile non è il 2029, è ora.

Conclusioni

Il Quantum Act non è un evento neutrale: è un’occasione di redistribuzione di risorse pubbliche in un settore in cui l’Italia — e in particolare le PMI italiane del quantum — partono in posizione svantaggiata. Può diventare un’occasione per consolidare il vantaggio dei grandi player già affermati, oppure per allargare la base industriale europea includendo categorie tecnologiche e geografie oggi sottorappresentate. La differenza tra i due esiti dipenderà in larga misura dalla qualità delle posizioni che il sistema italiano — ministeri, associazioni di categoria, imprese, mondo accademico — saprà portare al tavolo nei prossimi tre mesi.

Sia chiaro che non è in gioco solo l’eleggibilità dei simulatori quantistici classici accelerati via FPGA come categoria industriale finanziabile dall’Act, e la presenza di clausole di partecipazione PMI nei programmi che nasceranno. Per il sistema italiano nel suo complesso la posta è più ampia: assicurarsi che il Quantum Act non si trasformi nell’ennesimo programma in cui la presenza italiana è simbolica e i benefici materiali vanno altrove. Le due cose, a sorpresa di nessuno, sono allineate.

Il Quantum Act sarà ciò che il dibattito europeo — e quello italiano — sapranno farne. La parte difficile, come sempre, è che il dibattito utile va fatto adesso, prima che il testo sia scritto.

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