Mobilità avanzata

Droni, l’Italia può crescere solo se esce dalla fase sperimentale



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Il mercato professionale dei droni in Italia cresce, ma resta frenato da autorizzazioni complesse, infrastrutture incomplete e dipendenza da filiere extra-europee. La risoluzione presentata alla Camera punta a sbloccare voli BVLOS, U-space, sandbox, formazione, vertiporti e dominio subacqueo

Pubblicato il 10 giu 2026

Giulia Pastorella

Deputata della Repubblica italiana, vicepresidente di Azione e Consigliera comunale a Milano



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Il mercato professionale dei droni cresce, le tecnologie ci sono e alcune eccellenze italiane sono già operative, ma senza autorizzazioni più semplici, infrastrutture adeguate e una filiera industriale europea, l’Italia rischia di restare in un eterno regime sperimentale.

Droni in Italia, un mercato che cresce ma non abbastanza

Nel 2025 il mercato professionale dei droni in Italia ha raggiunto circa 168 milioni di euro, con una crescita del 5 per cento rispetto all’anno precedente. Le imprese attive nel settore sono 675, tra produttori e operatori. Sembrano numeri incoraggianti – e in parte lo sono – ma sono numeri che mostrano anche una fragilità strutturale che è urgente affrontare. L’82 per cento di queste imprese ha meno di dieci dipendenti e un ulteriore 13 per cento ne ha meno di cinquanta. Siamo di fronte a un ecosistema di microimprese che fatica a raggiungere la massa critica necessaria per competere sul mercato europeo e sviluppare servizi pienamente operativi.

A preoccupare è anche il progressivo rallentamento della crescita. Dopo l’espansione più sostenuta degli anni successivi al 2020, l’incremento registrato nell’ultimo anno si è fermato al 5 per cento. Anche le aspettative degli operatori sono diventate più caute: la quota delle imprese che prevede una forte crescita del mercato nei prossimi tre anni è scesa al 68 per cento.

Questi dati, elaborati dall’Osservatorio Droni e Mobilità Aerea Avanzata del Politecnico di Milano, raccontano un Paese che ha intuito le potenzialità del settore senza ancora riuscire a sbloccarle del tutto. Non è un problema di tecnologia, visto che in Italia i droni vengono già utilizzati per ispezionare infrastrutture critiche, sorvegliare il territorio, mappare terreni agricoli e riprendere competizioni sportive, come avvenuto durante le recenti Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026. È un problema di sistema: normativo, infrastrutturale, industriale.

È per questo che ho presentato, insieme al collega Benzoni, la risoluzione 7/00376 alle Commissioni riunite IX (Trasporti) e X (Attività produttive) della Camera, depositata lo scorso 27 marzo e presentata pubblicamente il 3 giugno. Un’iniziativa che non ha l’obiettivo di introdurre nuove norme, ma nata per chiedere al Governo di fare la propria parte nell’eliminare i colli di bottiglia che frenano il settore.

Il collo di bottiglia delle autorizzazioni per i droni

Se chiedete a un operatore del settore quale sia il suo principale problema, la risposta sarà quasi sempre la stessa: le autorizzazioni. Secondo l’Osservatorio del Politecnico di Milano, il 44 per cento delle imprese UAS indica le difficoltà procedurali e le lunghe tempistiche autorizzative come la barriera principale alla sperimentazione e, soprattutto, alla continuità operativa.

Il nodo più critico riguarda i voli BVLOS – Beyond Visual Line of Sight, oltre la linea visiva del pilota – che sono l’essenza di molti casi d’uso a maggior valore aggiunto: la logistica sanitaria, l’ispezione di reti elettriche e ferroviarie, il monitoraggio ambientale su aree vaste, le consegne in zone insulari o difficilmente raggiungibili. Applicazioni per cui il drone smette di essere un gadget per osservare il mondo dall’alto e diventa una vera e propria infrastruttura di servizio.

Per gestire la mobilità di questi droni, l’Unione europea ha istituito U-space: un sistema di gestione digitale dello spazio aereo a bassa quota, definito dal regolamento (UE) 2021/664, che consente operazioni multiple e complesse in modo sicuro e scalabile. Su questo fronte l’Italia è in verità a buon punto, infatti, nella provincia di Chieti è stata attivata la prima zona U-space operativa in Europa. Un primato che va riconosciuto e che dimostra che le competenze istituzionali e tecniche ci sono.

Ma un caso pilota non fa un sistema. Ora serve passare dalla prima sperimentazione a una designazione progressiva e strutturata di zone U-space su tutto il territorio nazionale, accompagnata dai servizi digitali necessari e da standard operativi condivisi. La base c’è: il portale ufficiale italiano dedicato alla gestione e al supporto del volo dei droni, D-Flight, è già stato certificato da ENAC ed è operativo. Quello che manca è un indirizzo politico chiaro che trasformi questa eccellenza puntuale in un’infrastruttura diffusa.

Dalle sperimentazioni ai servizi: cosa chiede la risoluzione

La risoluzione che ho presentato chiede al Governo di agire su più livelli contemporaneamente, perché i problemi del settore sono interconnessi e non si risolvono con interventi isolati.

La difficoltà più evidente riguarda il passaggio dalla fase di test all’operatività ordinaria, dicevamo. Secondo i dati illustrati dall’Osservatorio, soltanto una quota vicina al 15 per cento dei progetti censiti a livello internazionale è già pienamente operativa. La maggior parte rimane confinata alle sperimentazioni, agli annunci o a interventi occasionali.

Sul fronte autorizzativo, si chiede di definire nuovi Pre-Defined Risk Assessment (PDRA) – strumenti standardizzati che consentono percorsi autorizzativi semplificati per i servizi ripetitivi “di linea”: pensiamo a una tratta fissa laboratorio-ospedale, a un corridoio di ispezione su una rete elettrica, a una consegna regolare in un’area insulare. Non si tratta di abbassare la soglia di sicurezza, ma di non costringere ogni operatore a ripetere la ruota procedurale ogni volta.

Sul fronte della sperimentazione, la risoluzione chiede di dare piena attuazione e ulteriore impulso alla regulatory sandbox prevista dall’ENAC – già attiva dal luglio 2024 – promuovendo la nascita di più sandbox territoriali e partenariati pubblico-privati specializzati. Il punto non è la sperimentazione fine a se stessa, ma la creazione di condizioni affinché le sperimentazioni raggiungano l’operatività commerciale, invece di rimanere in un limbo indefinito.

A questo si aggiungono gli interventi sulla formazione degli operatori – con particolare attenzione alle specializzazioni ad alta complessità come il soccorso in montagna e le operazioni in contesto marittimo – e sullo sviluppo di infrastrutture fisiche come i vertiporti, rispetto ai quali diverse città italiane (Bologna, Firenze, Milano, Roma, Torino, Venezia, e più recentemente Varese, Piacenza e Ancona) hanno già annunciato progetti o manifestato il proprio interesse.

Il nodo strategico della filiera extra-europea

Nella risoluzione è inoltre presente un tema che si fatica a vedere adeguatamente presente nel dibattito pubblico italiano, e che invece ritengo cruciale: la dipendenza dell’ecosistema europeo dei droni da filiere produttive extra-europee.

Le materie prime strategiche necessarie alla produzione di molti componenti essenziali – tra cui litio, cobalto, terre rare, grafite di grado batteria, gallio e germanio – provengono in larga parte da catene di approvvigionamento concentrate in Paesi extra-UE. Oltretutto, senza sistemi strutturati di riciclo e recupero, i materiali critici contenuti in batterie esauste e componenti dismessi vengono semplicemente persi.

Questo non è solo un problema di costo o di logistica: è un problema di sicurezza strategica. Chi controlla i componenti, controlla in ultima istanza le applicazioni critiche che su quei componenti si basano: infrastrutture energetiche, reti di trasporto, sistemi di sorveglianza.

Il rischio è che le imprese italiane ed europee rimangano confinate, in alcuni segmenti del mercato, nelle fasi finali della catena del valore, senza riuscire a presidiare adeguatamente le attività a maggiore contenuto tecnologico e marginalità.

La risoluzione chiede al Governo di sostenere, nelle sedi europee, l’inclusione esplicita del settore UAS negli obiettivi di autonomia strategica dell’Unione, coordinando il regolamento sulle materie prime critiche (CRMA), il Net-Zero Industry Act e la European Drone Strategy 2.0. A livello nazionale, si chiede di valutare l’istituzione di una riserva strategica di materiali critici destinata all’industria UAS e di fissare un obiettivo concreto: coprire entro il 2030 almeno il 30 per cento del fabbisogno da processi di economia circolare.

Droni subacquei, una partita italiana ancora da giocare

Accanto ai droni aerei, la risoluzione dedica un’attenzione specifica ai droni subacquei – ROV (Remotely Operated Vehicles) e AUV (Autonomous Underwater Vehicles) – un settore tecnologicamente maturo sul piano industriale ma ancora di nicchia in termini di mercato civile.

I numeri dicono tutto: il Mediterraneo rappresenta l’1 per cento della superficie acquea mondiale, ma è attraversato dal 20 per cento del traffico marittimo globale e dal 16 per cento del traffico internet mondiale. In questo contesto, i droni subacquei non sono uno strumento del futuro, ma sono già oggi un asset strategico per il monitoraggio delle infrastrutture critiche sommerse, per la sicurezza dei cavi e dei gasdotti, per la ricerca scientifica e per la protezione civile in ambiente marino.

L’Italia ha competenze storiche nel dominio marittimo – Fincantieri e realtà come WSense sono esempi concreti di eccellenza in questo campo. Ma a differenza dei droni aerei, per il segmento subacqueo non esiste ancora un quadro regolatorio europeo unitario comparabile a quello EASA/ENAC, e il contesto nazionale è caratterizzato dall’assenza di un regime generale di certificazione obbligatoria per gli usi civili.

Anche qui, la risoluzione chiede di muoversi: promuovendo nelle sedi europee un confronto per l’armonizzazione dell’impiego civile dei ROV/AUV, sostenendo lo sviluppo di infrastrutture marine fisiche e digitali, e valutando la creazione di sandbox dedicate alla sperimentazione subacquea, anche coinvolgendo il Polo nazionale per la dimensione subacquea.

Il tempo delle scelte per i droni in Italia

L’Italia ha molti degli ingredienti necessari per diventare un hub europeo nel settore dei droni: competenze accademiche riconosciute, eccellenze industriali, una posizione geografica strategica nel Mediterraneo, e – come dimostra il primato stabilito con l’U-space abruzzese – la capacità di essere first mover quando c’è la volontà di farlo.

Quello che ancora manca è un sistema: regole semplici e prevedibili, infrastrutture digitali e fisiche diffuse, una filiera industriale che non dipenda interamente da approvvigionamenti extra-europei, e la certezza procedurale che consenta alle imprese di passare dalla fase di test a quella operativa senza anni di attesa.

Da tempo evidenzio, anche in sede parlamentare, come il problema italiano nei settori tecnologici emergenti non sia quasi mai la mancanza di talento o di idee ma l’assenza di un quadro normativo stabile che consenta a quei talenti e a quelle idee di diventare imprese mature e competitive. Il settore dei droni non fa eccezione.

Le tecnologie ci sono. Le imprese sono pronte. Non possiamo permetterci di tenerle ferme ancora a lungo.

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